1. Due coppie a confronto
Dunque mettiamoci all’opera e cerchiamo di aiutare il Marx dell’astrazione, se ne saremo capaci, a emergere e a farsi largo tra le maglie, consolidate, quanto celebrate e agguerrite, del Marx della contraddizione.
È ben noto, almeno da Freud in poi, quanto siano spesso gli indizi più marginali, ciò che è collocato quasi fuori scena, a mettere inattesamente sul cammino della verità. E dato che in questo libro, a proposito di parricidi, si intreccia un ordito concettuale e filosofico in una cornice d’ispirazione psicoanalitica, partiremo anche noi da un luogo marginale, poco frequentato dell’intera opera marxiana.
Sono le pagine che Karl Marx scrive nei Quaderni 4° e 5° dei Grundrisse (composti tra l’ottobre 1857 e il marzo 1858), e a cui gli editori hanno dato il titolo di Formen, die der kapitalistischen Produktion vorhergehen1. Circa 18 pagine del manoscritto originario, in cui Marx sintetizza la storia che precede la modernità, tratteggiando con pochi cenni la forma, appunto, che la vita economica, politica e culturale e l’esistenza del singolo hanno variamente assunto dall’antichità alle società premoderne.
Il contenuto che queste pagine, relativamente poche, offrono a un lettore, né disattento né troppo incline a un ascolto intimidito da tanta autorità, è sorprendente. Giacché in esse ciò che viene meno è addirittura buona parte della dottrina del materialismo storico (celebrata da Marx, insieme a Engels, nella Deutsche Ideologie), col farsi avanti di una scienza della storia, che, non usando più la coppia geologicoedilizia, sappiamo quanto frequentata nella tradizione marxista, di struttura/sovrastruttura, si fonda sulla coppia categoriale, assai ben diversa, del presupposto/posto.
Di questa alternanza tra coppie categoriali, e delle diverse visioni del mondo che mettono in gioco, diremo subito. Ma intanto già valga la loro eterogeneità, anche solo di nome, a metterci sull’avviso dello scarto profondo che queste pagine, e più complessivamente l’intero manoscritto del 1857-’58, rappresentano nella pretesa continuità, quale per altro l’ha voluto celebrare per primo lo stesso Marx, dell’intera opera marxiana.
È, a mio avviso, infatti il paradigma del presupposto/posto che per il Marx della maturità, a partire dai Lineamenti fino al 1° volume del Capitale (attraversando le numerosissime pagine del Manoscritto 1861-63), identifica e sintetizza l’essenza della società moderna, caratterizzata dalla produzione di capitale.
Il capitale, come si vedrà approfonditamente più avanti, è, per il Marx della matura critica dell’economia politica, funzione di produzione economica e sociale tendenzialmente totalitaria, che segue, nella vita concreta e pratica di una formazione storico-sociale qual è la società moderna, il modello di quanto Hegel nella sua filosofia ha chiamato e definito il «Geist», lo Spirito.
Il modello cioè di una soggettività che tende a pervadere e a ridurre a sé l’intera realtà e la cui attività consiste nel togliere tutto ciò che di esterno possa condizionarla e limitarla. Al fine appunto di giungere a produrre una tessitura del reale, che sia per essa del tutto omogenea e congrua, e nella quale possa rispecchiarsi e riconoscersi con assoluta libertà. Tanto che Hegel definisce una soggettività come autenticamente e liberamente spirituale solo quando produce ossia pone, i propri presupposti: cioè quando non accetta mai passivamente come dati, come meramente trovati e consegnatagli da altri, la propria esistenza e l’ambiente che la contiene, bensì li ricrea costantemente a partire da sé, traducendo ciò che all’inizio appare come un presupposto esterno in una realtà mediata e posta dal suo stesso sé.
Così l’aspetto più originale della modernità, per il quale essa si distingue da tutte le epoche storiche che la precedono, è per il Marx del Manoscritto 1857-58 il fatto che in essa si dia una funzione di accumulazione, astratta e impersonale, come il capitale, che proprio per le sue caratteristiche di ricchezza astratta in un processo tendenzialmente infinito di espansione quantitativa, tende a permeare di sé tutto il proprio ambiente di vita, traducendo ciò che trova storicamente pre-dato alla sua esistenza in qualcosa di assimilato e omogeneo alla propria logica accumulativa.
Vale a dire che il moderno – prima di altre dimensioni ad esso connaturate, quali lo sviluppo dello Stato politico – sia sinonimo, invece, per Marx, essenzialmente e innanzitutto, di economia e società del capitale trova la sua ragione nel fatto che il capitale è un soggetto che riproduce e pone i propri presupposti, che riscrive costantemente il proprio ambiente economico, sociale e culturale, traducendo l’esterno nell’interno e assimilando alla propria logica identitaria e omologante tutto ciò che eterogeneamente appartiene a economie, tempi storici e culture diverse.
Vedremo meglio più avanti quanto la difficoltà a comprendere, negli interpreti, il senso più proprio del discorso marxiano sulla modernità dipenda in larga parte da tale singolarissima mediazione tra economia politica da un lato e filosofia dell’idealismo tedesco dall’altro: nel senso specifico or ora tratteggiato, ovvero nel verso dell’analogia che lega la logica del Capitale di Marx alla logica hegeliana del Geist (Spirito) qual è istituita secondo il circolo del presupposto-posto. Qui per ora, per l’inizio del nostro percorso, ciò che preme dire è che tale visione marxiana della società moderna, come peculiare età storica del presupposto-posto, in tale vale, nelle pagine delle Formen qui considerate, come scienza del presente in quanto nello stesso tempo vale come il punto di vista e il criterio attraverso cui volgersi all’indietro e valutare il passato: quale sorta cioè di Giano bifronte, che ricostruisce e dà significato al passato a muovere dalle motivazioni e dalle strutture di senso del presente, come lo stesso Marx scrive esplicitamente all’inizio della stesura dei Lineamenti nel testo del Quaderno M, meglio conosciuto come Einleitung del 1857:
«La società borghese è l’organizzazione storica più sviluppata e differenziata della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti, la comprensione della sua struttura, permettono quindi in pari tempo di comprendere l’articolazione e i rapporti di produzione di tutte le forme di società scomparse, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui in parte in essa sopravvivono ancora residui parzialmente non superati, mentre ciò che in essa era solo accennato ha assunto significati compiuti, ecc. L’anatomia dell’uomo fornisce una chiave per l’anatomia della scimmia»2.
La tesi più esplicita e ben conosciuta del discorso di Marx nel capitoletto sulle Formen è per altro assai nota e ben chiara. Solo nella società capitalistica si dà l’esistenza del lavoro, o meglio della forza-lavoro, come merce. Solo in essa si dà il lavoro che si vende sul mercato. Perché solo in essa si dà la separazione più estrema e assoluta tra lavoro e proprietà, tra forza-lavoro e mezzi di produzione. In tutte le forme sociali precedenti il lavoratore è sempre in un qualche possesso di proprietà e di uso con materia o strumento di produzione e questo ne impedisce l’esistenza moderna come lavoratore «libero», nel duplice senso di libero di vendersi, solo e perché privato, libero da ogni proprietà.
Una tesi, si dirà, svolta secondo i concetti classici del materialismo storico (lavoro, forza-lavoro, mezzi di produzione, proprietà). Invece, a ben guardare, argomentata secondo una prospettiva del tutto nuova nell’orizzonte marxiano. Giacché ciò che accomuna per questo Marx tutte le società precapitalistiche, dall’età della pastorizia al mondo antico, dalla società antica alla premoderna, è il fatto che in esse il presupposto della socializzazione, il principio dell’integrazione e della riproduzione sociale, non è mai stato un posto, un prodotto del lavoro.
Tutta la lunghissima storia della specie umana, dalla preistoria alla modernità esclusa, vede infatti per questo Marx l’economia subalterna a principi di socializzazione che la precedono quanto a fondazione sociale. «L’appropriazione reale attraverso il processo di lavoro avviene in base a questi presupposti, che non sono essi stessi un prodotto del lavoro ma figurano invece come suoi presupposti naturali o divini»3. Come è accaduto ad esempio nel caso dell’antica civitas romana, comunità di agricoltori, proprietari privati di appezzamenti agricoli, la cui esistenza individuale veniva garantita dal sistema bellico e militare della res publica. Dove l’esser membro della comunità, attraverso il sistema delle gentes e delle familiae, costituiva la condizione, il presupposto, per poter accedere all’impossessamento e all’utilizzazione privata del suolo, occupato e difeso dalla stessa comunità. Dove cioè l’appartenenza comunitaria, politica (nel senso etimologico di essere membro di una polis), era la dimensione che fondava e consentiva l’accesso alla prassi economica propriamente detta.
«Giacché la comunità, sebbene qui sia già un prodotto storico non solo di fatto ma riconosciuto come tale e quindi sorto, qui è un presupposto della proprietà della terra – ossia della relazione del soggetto che lavora con i presupposti naturali del lavoro come appartenenti a lui –, ove però quest’appartenenza è mediata dal suo essere in quanto membro dello Stato, dall’esistere dello Stato, e quindi da un presupposto considerato divino»4.
Non che ovviamente anche qui, in una comunità antica come quella romana classica, la sfera economica, la produzione materiale dei beni di consumo, non fossero indispensabili alla riproduzione del singolo e della vita dell’intera comunità. Ma la definizione dell’identità del singolo, il vincolo che lo connetteva in una societas con i suoi simili, non passava attraverso la produzione materiale. Era bensì l’esito di un’appartenenza comune e identitaria a un medesimo gruppo gentilizio, i cui membri si riconoscevano nel culto degli stessi sacra, quale simbolo di una comune ascendenza e derivazione.
Tanto che il vero lavoro del cives romanus non era quello agricolo, materiale, della coltivazione del suolo, affidata invece a schiavi e servi, ma quello militare, volto a difendere l’unità e l’autonomia della res publica di contro alla minaccia di altre comunità: con una concentrazione delle abitazioni nella città che costituiva appunto la base della propria organizzazione militare. E con una tipologia privata della proprietà terriera, che vedeva accanto alla «garanzia dell’ager publicus per i bisogni comunitari e la gloria comune»5, la distribuzione delle parcelle di terra conquistata e difesa ai singoli membri della comunità.
Le stesse considerazioni pertengono del resto anche a quella che Marx definisce la «prima forma» delle configurazioni storiche della vita associata: quella caratterizzata economicamente dalla pastorizia e dal nomadismo, dove cioè il gruppo sociale non si fissava in modo permanente in una sede determinata ma sfruttava le terre e i pascoli che di volta in volta trovava. Qui erano infatti i vincoli di parentela, di consanguineità, di appartenenza a una medesima comunità linguistica a costituire la condizione presupposta per poter partecipare all’utilizzazione del suolo. Erano cioè quelle relazioni parentali-affettive-linguistiche che davano vita a quella che Marx chiama la «comunità naturale», intendendo per essa «la famiglia e la famiglia allargata nella tribù, o in seguito a matrimonio fra famiglie o in seguito a una combinazione di tribù»6. Anche qui non era il processo di lavoro che produceva tali presupposti, ma, viceversa, erano questi a costituire le condizioni per partecipare al processo di lavoro. «La comunità tribale naturale, o se si vuole, il gregarismo, è il primo presupposto – [mi riferisco alla] comunità del sangue, del linguaggio, dei costumi ecc. – dell’appropriazione delle condizioni oggettive della loro vita e dell’attività con cui la vita stessa si riproduce e si materializza (attività di pastori, cacciatori, agricoltori ecc.). […] Alla terra gli uomini si riferiscono ingenuamente come proprietà della comunità, e della comunità che si produce e si riproduce nel lavoro vivo»7.
Il rapporto del singolo con la terra era mediato dalla sua identificazione prelavorativa con la comunità tribale di appartenenza, per cui «la comunità tribale, la comunità naturale si presenta non come risultato ma come presupposto dell’appropriazione (temporanea) e dell’utilizzazione comunitaria del suolo»8. Tale tipo di vita associata, che presupponeva la comunità come primo presupposto, «quale sostanza di cui gli individui siano meri accidenti, o di cui costituiscano elementi puramente naturali»9, valorizzava a tal punto l’unità organica tra i suoi membri come condizione generale dell’esistenza da rappresentarla e simboleggiarla, in modo particolare nelle formazioni sociali del dispotismo orientale, nella figura dell’Uno per eccellenza, del padre-imperatore, dell’unico proprietario o despota.
«Come accade nella maggioranza delle forme asiatiche tipiche, l’unità complessiva che sovrasta tutte queste piccole comunità figura come il proprietario superiore o come l’unico proprietario, e quindi le comunità reali figurino soltanto come possessori ereditari. Poiché l’unità è il proprietario reale e il reale presupposto della proprietà comunitaria – essa stessa può presentarsi come un momento particolare che sovrasta le molte comunità particolari real...