Come un pesce rosso
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Come un pesce rosso

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Come un pesce rosso

About this book

Un libro concreto, diretto, a tratti ironico e persino umoristico, scientificamente solido e simpaticamente autobiografico. Al centro di tutto, due protagonisti: un medico “pentito” diventato uno dei pionieri della Telemedicina italiana e un virus che ha messo in ginocchio tutto il mondo. Un virus che il medico “pentito” è stato chiamato a sconfiggere e che nel breve volgere di una settimana ha invece sparigliato tutte le carte in tavola, portando il dottore spedito in “prima linea” sul confine di una gran brutta avventura sanitaria.
Come un pesce rosso attraverso una narrazione brillante e incalzante fa luce sulle tante contraddizioni di questi tempi di pandemia, smonta tante fake news che hanno invaso la rete e suggerisce molte indicazioni concrete: come organizzare la casa se c’è un familiare con il Covid-19, cosa è bene fare e cosa è meglio evitare, quali accortezze mantenere.
Il domani che tutti aspettiamo, il post-Covid, non dev’essere semplicemente il tornare come prima, ma un impegno a diventare migliori, scardinando alcuni vecchi modelli che hanno mostrato tutta loro inadeguatezza. In sanità come nella vita di tutti i giorni. “Un medico che diviene paziente non è una novità, ma il fatto che tutto questo sia accaduto nel giro di un paio di mesi e che venga raccontato in forma romanzata, anche a tratti leggera e divertente, è qualcosa che può scrivere, senza il rischio di passare per l’irriverenza, solo chi ci è passato.
In questo libro non c’è solo la storia personale di un professionista ma sono raccolte anche una miriade di piccole e grandi indicazioni pratiche e di comportamento: cosa è bene fare e cosa evitare, come proteggere se stessi e i propri familiari, ma anche cosa è inutile fare e come difendersi da alcune fake news tremendamente accattivanti”. (Max Giusti)

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“Immondo! Immondo!”

Al mattino chiamo Maria Pia, il direttore del Pronto Soccorso; espongo con termini medici eruditi la mia situazione clinica e concordiamo sul da farsi. Il problema, però, è come andare in ospedale. Essendo positivo e sintomatico io non potrei uscire di casa e per andare in ospedale dovrei chiamare un’ambulanza. Ma se chiamassi l’ambulanza, poi non mi porterebbero di certo all’ospedale dove lavoro.
Ovviamente, per rispettare il distanziamento, nessuno dei miei familiari mi può accompagnare. Decido quindi di andare in macchina; mi “tachipirizzo”, mi sento meglio e ce la faccio a guidare.
“Mi raccomando – aggiunge il direttore del Pronto Soccorso –, se ti fermano, non dire per nessun motivo che sei positivo, sennò ti arrestano”.
“Se è per quello, ho anche la patente scaduta da tre giorni”, aggiungo per sdrammatizzare.
D’altra parte, andare in macchina è l’unico modo per avere accesso al Pronto Soccorso in tempi rapidi. Sono i giorni di massima presa d’assalto degli ospedali. Tutto il presidio di accettazione dell’emergenza, mi ha detto Maria Pia, è strapieno e ci sono già una cinquantina di pazienti Covid che non sanno più dove collocare. Stare in macchina mi avrebbe garantito un luogo isolato e sicuro dove poter attendere.
Al semaforo, quello eterno di viale Trastevere, si avvicina Nando, chiede l’elemosina da anni e ormai ci conosciamo. Mi riconosce e mi viene incontro sorridendo; attende che io gli dia qualcosa, ma non lo degno neanche di uno sguardo. È stupito della mia inusuale indifferenza, bussa sul finestrino e fa roteare la mano a pugno come se dovessi girare la manovella per aprire il vetro. Gli faccio cenno che non ho niente da dargli, ma lui insiste. Senza proferire parola, con un gesto deciso della mano, gli faccio capire che deve andarsene. Lui rimane ancora qualche secondo a guardarmi poi, biascicando parole incomprensibili, se ne va. Mi spiace essere così brusco, proprio con Nando, ma come spiegargli la mia situazione in pochi secondi? Non posso certo dargli dei soldi toccati da me, la prudenza non è mai troppa. Ho letto su uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità che il Coronavirus resiste sulle monete per più di un’ora e sulle banconote anche fino a due giorni.
Arrivo al parcheggio del Pronto Soccorso e avviso Maria Pia della mia presenza.
Faccio l’accettazione inviando i miei dati all’infermiera del triage tramite WhatsApp, alla faccia del garante della privacy che vieta di usare questo applicativo per inviare dati sanitari. Voglio vedere se si trovasse lui nella mia situazione, come chiuderebbe un occhio sulla normativa. Poco dopo, faccio i prelievi tipo drive in con il braccio fuori dal finestrino, mi posizionano un’ago cannula in vena e dal suo collettore, attraverso una campana, riempiono una manciata di provette. Segue poi il prelievo più doloroso, quello dall’arteria radiale per l’emogas analisi, l’esame che più di tutti restituisce informazioni sul grado di insufficienza respiratoria. Il prelievo, lo so bene, è particolarmente doloroso; si fa pungendo un’arteria e quindi non si usa il laccio emostatico. L’ago deve entrare nell’arteria che viene localizzata sentendo le sue pulsazioni al tatto. Non sempre la si trova al primo tentativo e in questi casi non bisogna uscire e ritentare un altro buco ma, come diciamo in gergo, bisogna “smucinare”. E l’infermiera “smucìna”, eccome se “smucìna”: a destra, a sinistra, più in alto, più in basso finché, finalmente, lo zampillo di sangue rosso vivo appare nella siringa. Garza, cerotto e mi riapproprio del mio braccio dolorante. Chiudo il finestrino e riaccendo l’autoradio: Il ruggito del coniglio, su Radio 2 Rai, riesce sempre, nonostante tutto, a mettermi di buon umore.
Verso le tredici, arriva un collega che sosteneva di conoscermi e io, ovviamente, fingo altrettanto. A me il suo nome non dice nulla e non posso nemmeno confidare sul riconoscimento della sua fisionomia occultata dai presìdi di protezione sanitaria: tuta bianca, cappuccio, mascherina FFP2 e copri occhiali.
Mi fa cenno di aprire uno spiraglio del finestrino e mi consegna copia degli esami appena sfornati: “Guardateli, torno tra poco”.
Esamino subito i risultati dell’emogas analisi. Cazzo! L’ossigeno è basso: 63 mmHg. Imposto la calcolatrice sul telefonino, incrocio una serie di altri parametri e la diagnosi impietosa è un numero che mi colloca a metà tra l’insufficienza respiratoria media e grave. Fantastico. È chiaro che ho una polmonite. Gli altri esami non sono tremendi: la PCR è elevata ma mi sembra il minimo, l’emocromo non è male e non ho leucocitosi, il D-Dimero è nella norma, segno che non ho microtrombosi polmonare che talvolta si associa al Covid-19. Anche gli elettroliti sono quasi tutti nella norma, a eccezione del sodio, che è particolarmente basso; forse è per questo che stanotte ho avuto quella pseudo allucinazione, sempre che sia stata tale.
Si riavvicina il collega.
“Che vogliamo fare?”.
“Direi che una TAC me la merito, tu che dici?”, rispondo al collega sconosciuto che però mi conosce.
“Ok, ti richiedo una TAC del torace. Ma la vuoi fare con mezzo di contrasto?”, aggiunge con la stessa intonazione di voce di un cameriere che ti chiede se sulla cicoria gradisci un po’ di peperoncino.
Rimango perplesso.
“Ma per vedere una polmonite serve il mezzo di contrasto?”, chiedo dubbioso.
“No, ma visto che sei un collega…”.
“Grazie del pensiero, ma trattami come un normale paziente”.
“Ok, allora facciamo una TAC… liscia”, mi replica sghignazzando per la battuta.
“Unico problema – aggiunge – è che non ho ancora nessun posto dove farti stare. Te la senti di aspettare ancora in macchina?”.
“Sì certo, va benissimo, ma per favore portatemi un pappagallo”.
Il collega gira i tacchi e mi assicura che mi avrebbe fatto recapitare un pitale da lì a poco.
Ma se escono liquidi, dovrei anche farli rientrare e realizzo in questo momento che non mi sono portato nulla da bere.
Chiamo gli infermieri del mio reparto di Telemedicina e chiedo loro di portarmi una bottiglietta di acqua e, visto che ci siamo, anche un panino. La richiesta dà la stura a una serie di interminabili scambi WhatsApp, che questa volta si possono fare senza violare le direttive del Garante della Privacy, forse. “Acqua frizzante? Liscia? Leggermente frizzante? Vuoi anche il caffè? Panino con formaggio? O preferisci mozzarella e pomodoro, oppure…”.
Rispondo a stento e in maniera didascalica. Capisco la premura dei miei infermieri, li ringrazio e delego loro, per questa volta, la più ampia autonomia. Poco dopo si materializza davanti al cruscotto Manuela, esperta di Home Monitoring, che dopo qualche convenevole mi lancia il malloppo dal finestrino posteriore.
Inizia a imbrunire e ancora nessuno mi chiama per la TAC. So bene che in radiologia aspettano che si raggiungano almeno cinque-sei pazienti Covid positivi per far fare loro l’esame radiologico uno dietro l’altro, in modo da dover sanificare una sola volta la macchina.
In ogni Pronto Soccorso ci sono tempi tecnici che più di tanto non si possono accorciare. È qualcosa che talvolta il paziente medio fa fatica a comprendere. Nel mio caso, sarebbero stati portati a pensare che si fossero dimenticati di loro, e magari avrebbero cominciato a chiedere il perché di tanta attesa.
Verso le sei della sera, in pieno buio, mi chiamano. Ricevo la precisa indicazione di seguire un infermiere vestito da astronauta che, facendo cenno alle persone di spostarsi e non avvicinarsi, mi traghetta in radiologia. Mi ricorda quanto è scritto nel libro del Levitico, dove per cercare di limitare l’epidemia da lebbra, chi ne era colpito doveva girare gridando: “Immondo! Immondo!”. Oggi diremmo: “Distanziamento! Distanziamento!”.
In fondo, il Coronavirus si trasmette in modo non tanto dissimile dal Mycobacterium Leprae, solo che quest’ultimo è curabile e il Covid, oltre a essere decisamente molto più contagioso, non ha terapia.
Dopo l’esame radiologico rientro in macchina e poco dopo un altro referto mi viene consegnato attraverso il finestrino, quasi fosse una multa dei carabinieri.
Apro il foglio A4 e leggo il responso con molta più apprensione di un verbale delle forze dell’ordine: “Polmonite bilaterale con interessamento del 45 per cento del parenchima. Non versamento pleurico, né pericardico”.
Poteva andare meglio, ma anche molto peggio, penso.
Alle sette della sera mi trovano un posto nel container dedicato ai pazienti Covid. Parcheggio alla meno peggio la macchina e mi faccio barellare verso l’area dei pazienti in isolamento.
Inizio subito cortisone endovena a dosi piene, un antibiotico e ossigeno.
Dal container mando notizie a familiari e amici della mia situazione. Mi accorgo plasticamente che faccio fatica a parlare al telefono; la chiamata per tranquillizzare mia moglie ha l’effetto opposto.
Arriva Maurizio, il medico del reparto Pneumo Covid 2, quello che nei giorni precedenti mi aveva quasi fatto da badante e mi aveva insegnato moltissime cose.
“Guarda che cazzo ti sei inventato per non venire a lavorare!”, è il suo incipit.
Gli rispondo con una smorfia di sorriso.
“E ora concentrati, ti faccio vedere la TAC”, incalza.
Si mette al pc, gira il monitor verso la finestra chiusa della mia postazione di isolamento e inizia a far scorrere le immagini dei miei polmoni.
“Guarda, qui tutto bene, ma dal lobo medio in giù, bilateralmente, sei pieno, vedi? Ehi, non ti distrarre, guarda bene!”, mi apostrofa accorgendosi che avevo virato l’occhio verso il telefonino.
“In trasversale – riprende – si vede chiaramente che dietro non ventili; sei stato troppo a letto e ti sei fottuto la parte posteriore dei polmoni. La cosa buona è che non hai versamento pleurico, strano… Certo che con te il virus si è divertito…”.
“E quindi…?”, chiedo al collega, che aveva ormai dismesso le vesti di maestro.
“Senti, noi ora siamo pieni – mi risponde – ma credo che entro stanotte o al massimo domani mattina un posticino si liberi, a meno che non preferisci essere ricoverato in un altro reparto”.
“Fantastico” è l’unica cosa che riesco a dire.
So bene che vuol dire che si sta liberando un posto; ci deve essere qualche paziente in insufficienza respiratoria acuta, forse intubato, che non risponde più alle cure e che probabilmente non ce la farà.
“Sì, va bene, il nostro, anzi il vostro reparto va benissimo”, gli rispondo sottolineando così che io sono un medico della Telemedicina prestato “temporaneamente” al reparto Pneumo Covid 2.
“Ma, per favore, non mi mettere in sub intensiva”, aggiungo.
“Tranquillo, ci penso io. Quando si libera quel posticino, faccio spostare un altro paziente in sub intensiva e tu vai in una stanza di degenza normale. Intanto ti stampo le tue ultime analisi, così ti studi qualcosa”.
Mi prendo la nuova stampata delle analisi; faccio rapidi calcoli. L’ossigeno mi fa stare molto meglio ma… rispetto a stamattina sto peggiorando.
Mi riaccuccio sulla barella a pancia in giù, per favorire, come mi ha ricordato il mio collega Maurizio, la ventilazione.
“Devi far finta di essere una frittella in padella e girarti di continuo”, mi aveva detto. E io obbedisco. Mi giro, rigiro e attendo che il posto si “liberi”.
Rimango nel box del container. Non si sta mica male, ho anche un mini bagno tutto per me e c’è perfino l’acqua calda. Poco dopo, altri milligrammi di cortisone sparati in vena mi fanno scomparire la febbre.
Provo un po’ a riposarmi sulla lettiga e la mente inizia a spaziare in libertà.
Soltanto una settimana fa, vedendo TAC simili di pazienti ricoverati, commentavamo che il quadro non era roseo e che bisognava solo capire se la polmonite era in fase di consolidamento o di accrescimento. Leggendo il referto e rielaborando mentalmente le immagini dei miei polmoni non mi è dato di capire in quale fase mi trovi. Mi rendo conto che questo sapere tutto, ma proprio tutto, è soltanto fonte di ulteriore preoccupazione.
Quanto vorrei, adesso, essere trattato come un normale malato che si affida alle scarne parole del medico che magari, anche se ti sentenzia una polmonite, ti incoraggia dicendoti che si può curare e che è più prudente fare qualche giorno di ricovero.
E invece no. Il dito del collega spaziava sul monitor evidenziando ogni zona più chiara del polmone, che in gergo definiamo a “vetro smerigliato”, dove gli alveoli hanno smesso di funzionare e commentando le immagini con eruditi vocaboli che a tratti non capivo o non volevo capire.
A mezzanotte, puntuale come Cenerentola, ho il semaforo verde per andare nel reparto. Ci arrivo camminando scortato da un altro infermiere che questa volta, con i corridoi deserti, non deve far allontanare nessuno.
Fuori dal reparto staziona la lettiga mortuaria che probabilmente contiene colui che mi ha gentilmente ceduto il posto. Ringrazio sentitamente, come quando al ristorante occupi un tavolo appena liberato, ed entro nel reparto Pneumo Covid 2 per la prima volta senza indossare i presìdi di protezione: nessun guanto, visiera, copri scarpe, tuta, nulla. Percorro il reparto, nella parte sporca, senza più bisogno di fare attenzione a cosa toccare. Posso muovermi liberamente. Sono soddisfazioni.
La stanza a me destinata ha quattro posti; accanto a me, un ragazzo del Bangladesh. Ha la maschera NIV 1 che è praticamente l’ultima spiaggia prima dell’intubazione ma lui, per fortuna, non lo sa. Ovviamente non può parlare e a giudicare dalla maschera quasi appannata deve vederci anche pochino. Istintivamente, anche se da paziente non dovrei farlo, do un’occhiata al display del ventilatore. Non va per niente bene.
Mi rendo conto che, anche se è stata un’azione automatica, spontanea, non dovrei andare a sbirciare i monitors degli altri pazienti suscitando, tra l’altro, preoccupazione nell’infermiera che mi accompagnava.
“Attenzione al nuovo malato – avrà detto alle sue colleghe, raccontando loro l’accaduto –, non dev’essere un tipo normale”.
Ora sono un paziente, non più un medico, e devo fare soltanto il malato. Ma scindere le due personalità, fortunatamente o malauguratamente, è impossibile.
Mi impossesso del mio letto, il numero 25, e provo, coccolato dall’ossigeno che avvolge bocca a narici, a prender sonno.


[1] NIV è l’acronimo di Non Invasive Ventilation.

Come una partita di pallone

L'ossigeno mi aiuta molto, e stare finalmente senza febbre mi restituisce un cauto ottimismo. So bene che probabilmente l’abbassamento della temperatura è secondario al cortison...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Come un pesce rosso
  3. Indice dei contenuti
  4. Prefazione
  5. Trasferimento temporaneo
  6. Siamo tutti marziani
  7. Me la svigno
  8. App Immuni
  9. L’endotelio
  10. “Immondo! Immondo!”
  11. Come una partita di pallone
  12. Come un pesciolino rosso
  13. Stammi lontano!
  14. Covid Hotel
  15. Regione che vai, sanità che trovi
  16. Anzianicidio
  17. Come una guerra?
  18. Telemedicina
  19. Un medico paziente
  20. Primo gennaio 2021
  21. Ringraziamenti
  22. Collana del fare