È il 1945: lo Stato nazista ha cessato di esistere. Adolf Hitler, l’uomo che ha ammaliato milioni di persone con il suo sogno malato di poter giungere a dominare il pianeta, giace alfine sepolto sotto le macerie del Führerbunker di Berlino nel quale si era trasferito il 16 gennaio assieme al suo segretario Martin Bormann, alla fedele compagna Eva Braun, a Joseph Goebbels, la sua consorte e i loro sei figli – alloggiati nei piani superiori del Vorbunker – e a un’altra trentina di persone fra medici, componenti dell’amministrazione del governo, la segretaria Traudl Junge, l’infermiera Erna Flegel e il telefonista Rochus Misch.
Le Forze Armate tedesche della temutissima Wehrmacht, le forze di difesa che dal 1935 avevano assunto il controllo della Heer (l’esercito), della Luftwaffe (aviazione), della Kriegsmarine (marina), cui si erano poi aggiunte le temutissime Waffen SS (la forza paramilitare del partito), sono in ritirata ovunque e sono ora giunte al tramonto della loro storia, tanto che nell’agosto del 1946 la Wehrmacht verrà sciolta, rispettando una delle condizioni imposte alla Germania con la resa incondizionata delle 2,41 del 7 maggio 1945.
Hitler sapeva bene che a uno sconfitto viene presentato il peggiore dei conti da saldare, ma non avrebbe mai immaginato che proprio il Nazismo sarebbe uscito dalla seconda guerra mondiale con le ossa rotte e che egli stesso avrebbe scelto la morte per sottrarsi alla disfatta; per questo aveva sempre sostenuto che “ al vincitore nessuno mai chiederà conto di quello che ha fatto”. Ma se il vinto in questione è anche morto, allora la parcella da pagare rimane tutta a carico di ciò che rimane del suo Paese. Così, la fine della guerra in Germania ha lasciato spazio alla prostrazione, alla fatica quotidiana di vivere, all’odio per tutto ciò che fino a un attimo prima della caduta del Führer era diventato il Nazismo: non c’è più alcuna certezza nel futuro e incredibilmente persino le ombre del passato fanno paura.
A guerra finita, i cittadini di una Germania occupata dalle forze di liberazione, e pure angosciata da troppi interrogativi, non hanno la forza di immaginare cosa potrà mai riservare loro il domani. Tanto più che in Germania si sono ora insediate quelle che sono diventate a tutti gli effetti delle forze di occupazione e fanno capo a quattro Paesi: Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito e Francia. E in verità va detto che americani, russi e inglesi già da tempo, lontani da orecchie indiscrete, chiacchierano su quello che dovrà essere il destino di una Germania costretta ad affacciarsi su un complicatissimo dopoguerra.
Il Paese si risveglia come tornato all’anno zero della propria esistenza. L’Armata Rossa sovietica ora occupa a Est – con relativa facilità – le stesse terre sulle quali fino a pochi mesi prima veniva spazzata via proprio da quella Wehrmacht che all’epoca appariva inarrestabile e invincibile. Tant’è che, quando la storia decide di cambiare verso, i più lesti a entrare nella Berlino liberata dal Nazismo sono proprio i soldati di Stalin, il cui primo atto visibile è quello di ammainare la bandiera con al centro la svastica e innalzare al suo posto un vessillo degli Alleati.
È da poco sorto il sole del 2 maggio 1945, quando il tenente Evgenij Anan’evič Chaldej sale sulla sommità del Palazzo del Reichstag (sede del Parlamento del Reich tedesco e luogo dell’ultima drammatica difesa dei soldati nazisti), e scatta una delle fotografie più celebri del ventesimo secolo, quella di un soldato russo che sventola la bandiera rossa sovietica, con sullo sfondo una Berlino ridotta in macerie. Chaldej era un ufficiale navale della Voenno-morskoj flot (Vmf), la marina militare russa, ma era anche e soprattutto un fotoreporter di guerra, anzi era per la verità il fotografo ufficiale dell’Armata Rossa.
Ancora oggi si discute su quanto, se e come quella foto sia stata poi in seguito ritoccata, ma si è tutti abbastanza concordi sul nome del diciottenne soldato cui in quei momenti viene affidato il compito di stringere in mano la bandiera dei vincitori. Si tratta di un ucraino, Aleksei Leontievich Kovalev (o Kovalyov), che verrà insignito il 15 maggio 1946 dell’Ordine della Gloria di 1° Grado e nel 1950 lascerà l’esercito per entrare a far parte dei Vigili del Fuoco di Kiev, per poi unirsi nel 1958 al Pcus e infine ritirarsi nel 1988 da tenente colonnello prima di essere sepolto, dopo la sua morte (7 settembre 1997, all’età di 72 anni), nel cimitero monumentale Baikove, a Kiev.
Qualcuno dice che, oltre a Kovalev, anche un russo e un georgiano fossero lì a fare la storia. Anzi, addirittura si racconta che in cima al Reichstag in realtà, tre giorni prima, dunque il 30 aprile, si fosse già arrampicata un’altra pattuglia di tre soldati russi, tuttavia violentemente respinta dalla strenua resistenza di un manipolo di irriducibili SS ( Schutzstaffel). Comunque un’evidente dimostrazione che conquistare la città sarebbe stata soltanto una questione di ore. Quella battaglia infuriava oramai da quasi due settimane, poiché già il 16 aprile, a est di Berlino, l’Armata Rossa aveva conquistato le alture di Seelow senza fare prigionieri, letteralmente falciando l’ultima linea difensiva nazista. Le cronache raccontano delle forze russe, almeno un milione di soldati, rabbiose e decise a tutto contro poco più di centomila tedeschi.
Stalin in persona, direttamente postosi a capo delle operazioni, lanciò l’assalto finale e il 20 aprile, nel giorno del 56imo compleanno di Hitler, Berlino venne brutalmente bombardata: in città c’erano ancora non più di 45mila soldati dell’esercito tedesco e altrettanti “uomini” reclutati con la forza per costituire una rabberciata milizia, composta per lo più da ragazzini e da anziani mandati allo sbaraglio, di fatto condannati a morte. Infatti finì tutto molto presto e la battaglia terminò in un lago di sangue.
Max Hugh Macdonald Hastings, storico e reporter di guerra londinese, racconta nel suo libro Armageddon. La battaglia per la Germania 1944-45 (Macmillan Publishers Ltd) che per le strade in rovina della città circolavano ancora pattuglie di SS incaricate di impiccare ai lampioni chiunque cercasse di disertare. Scrive: “ La battaglia per la Germania, cominciata come il più imponente fatto d’armi del XX secolo, si concluse nella più grande tragedia umana del Novecento”. E con una straordinaria sensibilità Hastings riesce a tenere distinte ma unite le dinamiche militari e i drammi della popolazione civile.
La presa di Berlino e la firma della resa tedesca agli Alleati è anche un doloroso ma inevitabile momento di bilanci a fronte dei quali è quasi più semplice fare il punto su cosa in Germania sia rimasto in piedi fra le macerie, anziché tentare di fare il conto dell’effettiva quantità di bombe scaricate sul Paese. È tuttavia un fatto che non esista città tedesca che non sia stata, anche solo per una volta, bersaglio dei liberatori. Basti pensare che dal luglio del 1943, in una decina di giorni, sulla sola Amburgo era stato scaricato un totale di poco meno di tre milioni di bombe incendiarie e 25mila ordigni esplosivi: la cosiddetta Operazione Gomorrah che fra il 26 luglio e il 3 agosto aveva visto ben 3.095 aerei della Bomber Command of Royal Air Force e 122 forze d’appoggio della Eight Air Force Usa scatenare una vera e propria tempesta di fuoco ( Feuersurm) sulla città, in modo particolare nel corso dell’offensiva del 28 luglio. In totale venne distrutto quasi il 74 per cento della città, morirono più di 42mila amburghesi, oltre 37mila rimasero feriti e un paio di migliaia finirono negli elenchi dei dispersi. Nel territorio cittadino vennero colpite più di 5mila tra fabbriche e magazzini, tre raffinerie, otto cantieri navali, dodici ponti e almeno una cinquantina di edifici pubblici.
Durante tutta la fase finale della guerra, i bombardamenti strategici furono migliaia. Vi partecipò anche la Fifteenth Air Force degli Stati Uniti, forza aerea creata il 1° novembre 1943 come parte fondamentale delle operazioni aeree alleate nel Mediterraneo. La Fifteenth Air Force contribuì a sbaragliare le forze aeree di difesa della Luftwaffe. In una notte soltanto, Francoforte aveva ricevuto in dono dal cielo più di 250mila “confetti” incendiari e circa 4mila bombe esplosive. Dei 131 centri abitati della Germania presi di mira dall’alto, da Berlino a Düsseldorf, da Dresda a Francoforte, da Colonia ad Amburgo, tra il 40 e il 90 per cento delle abitazioni erano andate distrutte e gran parte dei cittadini avevano occupato disperati i rifugi antiaerei.
Il bilancio conclusivo delle operazioni fu di almeno 635mila morti. Fra le colonne infinite di profughi in movimento, almeno dodici milioni erano i senzatetto e gli sfollati, un paio di milioni dei quali destinati a morire di sicuri stenti e di malattie non curabili. Quasi il 50 per cento della Germania intera era stato, insomma, attaccato e semidistrutto, oltre quattro milioni di case erano state polverizzate. E il bilancio delle perdite era risultato grave da entrambe le parti.
Gli Alleati avevano lasciato sul campo ben 55mila soldati, circa diecimila erano stati fatti prigionieri, più di ottomila erano i feriti solo fra le forze britanniche. Ai quali aggiungere quasi 44mila americani, fra morti e dispersi. Ma ai tedeschi era andata ancora peggio: più di 12.500 aerei perduti in combattimento fra il 1943 e il 1944, altri 18mila distrutti a terra. Le fabbriche Krupp – il cuore della produzione di acciaio, munizioni e armi – erano state disintegrate, le vie di comunicazione sbriciolate, le raffinerie e gli stabilimenti erano stati rasi al suolo.
L’efficacia dei mezzi aerei Alleati era stata devastante. L’unione dei bombardieri leggeri Battle, Blenheim, Wellesley, dei bombardieri medi Hampden, Wellington, Whitley, Manchester e Marauder, dei bombardieri pesanti Stirling, Halifax, Lancaster, Liberator e B-17 Flying Fortress, oltre che dell’aereo polivalente Mosquito, spazzò via ogni difesa con continui bombardamenti a tappeto notturni.
Nel silenzio del cessate-il-fuoco, fra ruderi e detriti, in Germania vagano ora ombre senza nome. Vagano nel nulla e nella disperazione mentre Roosevelt (e poi, più avanti, Truman), Churchill e Stalin intanto già ipotizzano, fanno progetti, ridisegnano un Paese e con righelli e matite rosse tracciano e stracciano mappe e confini.
L’allora segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Henry Morgenthau Jr., nel suo libro Germany is our problem racconterà poi che addirittura in un primo momento si pensava di trasformare completamente la Germania spezzettandola in uno o più Paesi essenzialmente agricoli, al fine di impedire una volta per tutte che potesse di nuovo tornare a essere un’unica nazione, una grande potenza economica e politica mondiale, tale magari da resuscitare in un prossimo futuro per precipitare il Vecchio Continente in un nuovo conflitto. Ma come sempre accade attorno a un cadavere, intorno ai resti della Germania, oltre a Urss, Usa e Gran Bretagna iniziano a danzare anche altri Paesi – come ad esempio Francia, Polonia e Cecoslovacchia – che mirano a riottenere quantomeno parte dei loro territori perduti.
Oltre un milione di tonnellate di bombe cadute sulla Germania hanno ridotto in polvere anche buona parte del patrimonio artistico del Paese. Monaco e Berlino sono distrutte per più del 50 per cento, Colonia per il 70 per cento. Per non parlare poi di Dresda che, tra il 13 e il 14 febbraio 1944, diventa il simbolo della più totale polverizzazione architettonica. Questo perché a Dresda non si contano solo perdite civili, snodi ferroviari, caserme, ma anche e soprattutto un’incommensurabile tragedia artistica e urbanistica: il centro storico della città è andato irrimediabilmente perduto, cancellando una lunga storia incominciata nel neolitico, prima che la città diventasse poi un insediamento medievale in grado di resistere alla peste e alla guerra dei Trent’anni. Nel corso dei secoli Dresda era diventato poi un centro sassone, una residenza dei re di Polonia e la sede della Zecca del regno, quindi un centro culturale museale, una città bellissima arricchita anche da un cimitero cattolico, da una scuola latina, da una scuola militare, da edifici di culto di ineguagliabile bellezza. Già devastata dal fuoco (1491) e dai bombardamenti prussiani (1760), prima delle repressioni governative (1849), Dresda – tante volte morta e risorta – ora era stata totalmente e irrimediabilmente cancellata. Al punto che la splendida Chiesa di Nostra Signora, di ispirazione luterana, la Frauenkirche così meravigliosamente barocca, che verrà ostinatamente riedificata solo dopo la riunificazione (e riconsacrata il 30 ottobre 2005, a oltre sessant’anni dalla sua distruzione), diventa per sempre e per tutti l’esempio più catastroficamente esemplare dell’assurdità della guerra.
“ Alla fine della seconda guerra mondiale la capacità materiale e psicologica dell’Europa di dare ordine al mondo era quasi svanita – racconta Henry Kissinger, forse la figura più famosa della diplomazia americana di sempre – . Ogni Paese europeo continentale, con l’eccezione della Svizzera e della Svezia, era stato occupato da truppe straniere in un momento o nell’altro…”.
Fra il 1945 e il 1949, mentre i vincitori litigano fra loro, la Germania non ha più una classe politica e non ha più voce in capitolo. È evidente che gli Alleati non hanno studiato un piano comune e che ognuno pensa per sé. È anche per questo che la Russia di Stalin ne approfitta per ipotizzare uno scambio di territori con la Polonia, per ricavarne un risarcimento ricchissimo in cambio delle perdite umane subite nel conflitto, oltre 23 milioni di morti tra civili e militari. Così si appropria – quasi come per diritto – di importanti fabbriche e di ingenti quantità di materie prime.
Gli americani però non sono da meno e pensano di poter fare della Germania un avamposto Occidentale oltre l’Atlantico e nel mentre distribuiscono i pacchi care di sussistenza alimentare e sanitaria, arricchiti da vestiario e cioccolata. E la Francia certo non vuole stare alla finestra e preme sui britannici perché intercedano, al fine di poterla invitare a sedere al tavolo di coloro che saranno chiamati a decidere i destini del Paese sconfitto. E ci riuscirà.
Nel corso delle negoziazioni, per cercare di salvaguardare alcuni equilibri e anche per non scontentare i sovietici, gli statunitensi acconsentono alla deportazione forzata di oltre tre milioni di tedeschi da Polonia e Cecoslovacchia. Ma è chiaro che è oramai arrivato il momento di fare sul serio e cercare di scegliere tutti insieme una soluzione che possa diventare definitiva e che sia tale da riuscire ad accontentare un po’ tutti. Anche se in cuor suo ognuno dei soggetti seduti attorno al tavolo, mentre ufficialmente si pensa a una “gestione quadripartita”, in realtà non fa che disegnare i propri scenari geopolitici futuri.
Ancora Kissinger racconta che “ nel 1949 gli alleati occidentali unirono le loro tre zone di occupazione per formare la Repubblica Federale Tedesca. La Russia, invece, trasformò la sua zona di occupazione in uno Stato socialista, legato a sé dal Patto di Varsavia. La Germania era tornata alla situazione di trecento anni prima, dopo la pace di Vestfalia: la sua divisione era diventata l’elemento chiave della nuova struttura internazionale…”.
Se sin dalla spartizione amministrativa del territorio tedesco messa in opera dalla Commissione di Consulenza Europea, gli inglesi, gli americani e i francesi pensavano a un progetto di riconversione pacifica della Germania, per poterla accompagnare – in un complicato percorso di ricostruzione post bellica – fino a una completa riabilitazione pacifica e indipendente, al contrario – già immaginando una ripresa più lenta e faticosa che non nella parte occidentale – l’Unione Sovietica aveva accarezzato il sogno non di aiutare affatto la metà del Paese sotto il suo controllo, quanto piuttosto di servirsene per realizzare un obiettivo che da tempo le stava a cuore e almeno da una ventina d’anni era stato accantonato in attesa di tempi migliori: cioè occupare quei territori in maniera definitiva per utilizzarli come base operativa durante quella che poi sarebbe stata chiamata Guerra Fredda. Un progetto che Mosca aveva deciso adesso di condurre fino in fondo, ipotizzando già in tempi non sospetti le nuove regole di accesso alla parte di Berlino finite sotto la pertinenza sovietica.
Sarebbe dunque toccato alle altre tre potenze subentrare nei tre quarti della città di loro competenza. Solo che in fase di stipula degli accordi, la kommandatura – ovvero l’organo di governo della città di Berlino – non aveva pensato di prevedere alcun tipo di modalità e – clamorosamente – Francia, Regno Unito e Stati Uniti si erano ritrovate a dover accettare che rimanessero in vigore tutte le ordinanze emesse – dalla fine della guerra in avanti – dai sovietici. Questo stato delle cose determinò che all’Unione Sovietica fosse consentito di controllare anche quelle zone che in principio avrebbe dovuto evacuare, con in più il vantaggio di poter condizionare qualunque decisione delle potenze occidentali.
In questa fase risalta la figura di Walter Ulbricht, uno dei principali uomini di Stato della Germania Est, cresciuto alla scuola di addestramento ideologico di Mosca, la “Scuola di Lenin” fondata dal Comintern (l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti), del quale verrà poi chiamato a far parte. Ulbricht dopo l’inizio del primo conflitto mondiale era stato un disertore, quindi era divenuto dapprima spartachista (una sorta di para-marxista in seno al movimento pacifista tedesco), poi aveva aderito al Partito socialdemocratico indipendente, infine aveva preso la tessera del Partito comunista tedesco (Kpd), usato come trampolino di lancio per entrare a far parte del Pcus.
Proprio a Ulbricht, sassone di Leipzig, era stato affidato il compito di riorganizzare la parte Orientale della Germania occupata dall’Armata Rossa. Alle dipendenze del generale Ivan Aleksandrovič Serov – volto militare dell’occupazione sovietica nonché vice del generale Pyotr Galadshev –, Ulbricht aveva coordinato lo smantellamento dell’industria tedesca della Germania Orientale – che perse circa il 30 per cento di capacità produttiva – e persino la rimozione di circa 11.800 chilometri di binari della linea ferroviaria. In qualità di capo del progetto politico sovietico in Germania Est, Ulbricht aveva poi inizialmente permesso la rinascita di diversi partiti, una parvenza di pluralismo rassicurante per l’Occidente, per poi dare vita invece al ...