PARTE QUARTA
Genesi di un comunista
14. Infanzia
Avevo consegnato a Mao una lunga lista di domande sulla sua vita privata e mi sentivo imbarazzato nella parte di inquisitore, proprio come dovrebbe sentirsi imbarazzato per la sua impertinenza un funzionario giapponese all’immigrazione che invece se ne infischia. Mao aveva già risposto esaurientemente a tutta una serie di domande che gli avevo sottoposto su vari argomenti, intrattenendosi con me per nottate intere: mai però aveva fatto riferimento a se stesso o alla parte da lui sostenuta negli episodi che mi raccontava. Pensavo fosse vano sperare che mi fornisse particolari del genere. Come molti altri rossi che avevo avuto occasione di conoscere, Mao era incline a parlare solo di comitati, organizzazione, esercito, rivoluzione, battaglie, tattica, «misure» e così via.
Dapprima credevo che questa riluttanza a dilungarsi su fatti personali e persino sulle imprese compiute da altri compagni dipendesse da modestia, da sfiducia nei miei riguardi o dall’entità della taglia che pendeva sulla testa di molti «banditi rossi». Più tardi mi accorsi che il problema non era questo, ma piuttosto che molti rossi avevano addirittura dimenticato i particolari che li riguardavano personalmente. Quando cominciai a raccogliere biografie, mi resi conto che i comunisti raccontavano volentieri episodi della loro prima giovinezza ma, una volta identificatisi con l’Armata rossa, era come se si fossero completamente annullati: solo sottoponendoli a un serrato interrogatorio riuscivo a sapere sul loro conto qualcosa di più che non le solite storie dell’«Armata rossa», dei «Soviet» o del «Partito» come entità astratte. Si dilungavano a elencare date e circostanze di battaglie, migliaia di spostamenti da e per località ignote, ma questi eventi avevano per loro solo un significato collettivo. Non loro, come individui, avevano fatto la storia, ma l’Armata rossa, sostenuta da tutta la forza dell’ideologia per la quale combattevano. È una scoperta interessante, d’accordo, ma che rende molto difficile il lavoro del giornalista.
Una sera, dopo aver risposto a tutte le altre domande, Mao scorse la lista che avevo intitolato «Storia personale». Sorrise quando lesse la domanda: «Quante volte vi siete sposato?» (e più tardi si sparse la voce che io avevo chiesto a Mao quante mogli avesse). Egli non era convinto della necessità di fornirmi un’autobiografia, ma io sostenni che era un argomento molto più importante di tanti altri. «La gente che legge le vostre dichiarazioni vuole anche sapere che tipo di uomo siete» dissi. «E poi è bene correggere le false voci che circolano sul vostro conto» e gli ricordai che varie volte era circolata la notizia della sua morte, che molti credevano che lui parlasse un ottimo francese, mentre, al contrario, c’era chi sosteneva che fosse un contadino ignorante, che lo si diceva minato dalla tubercolosi e prossimo a morte e infine che c’era chi lo definiva un pazzo e un fanatico. Il fatto che ci fosse gente che perdeva tempo a speculare sul suo conto lo sorprese moltissimo e convenne che era meglio correggere tutte queste dicerie. Lesse ancora una volta la lista di domande che io avevo compilato e mi disse:
«Se io non tenessi conto delle vostre domande e vi fornissi invece un quadro generale della mia vita? Penso che sarebbe più comprensibile e nello stesso tempo risponderei ugualmente alle domande».
«Ma è proprio quello che voglio!» esclamai io.
Per molte notti, nella caverna di Mao davanti alla tavola coperta dal tappeto rosso, scrissi alla luce delle candele tremolanti, sino a crollare per la stanchezza; sembravamo proprio dei cospiratori. Wu Liangping sedeva vicino a me e interpretava il dolce dialetto meridionale di Mao: un dialetto dove il pollo, invece di essere un normale e sostanzioso ji del Nord, diventava un romantico ghii e lo Hunan si cambia in Funan mentre una tazza di cha (tè) si trasforma in una tazza di ca… e così via. Mao ricordava e raccontava: io scrivevo coscienziosamente tutto quello che diceva. Il mio testo, come ho già detto, veniva poi ritradotto e corretto, e questo è il risultato. Non ho inteso fare un capolavoro letterario, mi sono limitato a correggere solo in qualche punto la sintassi del paziente Wu.1
«Sono nato nel 1893 nel villaggio di Shao-Shan, nello xian di Xiangtan, provincia dello Hunan. Mio padre si chiamava Mao Jensheng (Mao Shun-sheng) e mia madre da ragazza, Wen Qimei.
«Mio padre era un contadino povero. Ancora giovane, trovandosi gravemente indebitato, fu costretto ad arruolarsi nell’esercito e vi rimase per parecchi anni. Dopo la ferma ritornò al villaggio dove, col piccolo commercio e con altre attività, riuscì a mettere da parte un po’ di soldi e a riscattare la sua terra.
«Arrivammo a possedere 15 mu di terra e a essere perciò considerati contadini medi. La nostra terra dava 60 tan2 di riso all’anno: i cinque membri della famiglia ne consumavano complessivamente 35 (7 tan a testa) e il ricavato della vendita dei rimanenti 25 tan permise a mio padre di mettere insieme un po’ alla volta il capitale necessario all’acquisto di altri 7 mu di terreno. La produzione della nostra terra raggiunse così 84 tan di riso all’anno e questo portò la nostra famiglia alla condizione di contadini “ricchi”.
«Quando possedevamo soltanto 15 mu di terra, io avevo dieci anni e in casa eravamo in cinque: mio padre, mia madre, mio nonno, un fratellino piccolo e io. Quando acquistammo gli altri 7 mu mio nonno morì, ma quasi subito dopo nacque un altro fratellino e potemmo perciò continuare a disporre di un sovrappiù di 49 tan di riso all’anno; su questa base la prosperità di mio padre aumentò rapidamente.
«Anche la vendita e il trasporto dei cereali, attività alla quale mio padre aveva cominciato a dedicarsi fin da quando era un contadino “medio”, contribuì al nostro benessere finanziario. Divenuto poi contadino “ricco”, mio padre continuò a dedicare a questo commercio la maggior parte del suo tempo. Prese un bracciante fisso e mise noi figli e la moglie a lavorare la terra. Io cominciai a lavorare in campagna a sei anni. Mio padre non aveva un locale per i suoi affari: si limitava ad acquistare cereali dai contadini poveri e a trasportarli in città dove i mercanti glieli pagavano un prezzo più alto. Durante l’inverno, quando si doveva pilare il riso, mio padre assumeva un altro bracciante: così, in quel periodo, eravamo in sette a mangiare. Mangiavamo frugalmente, ma avevamo sempre cibo sufficiente.
«All’età di otto anni cominciai a frequentare la scuola elementare del villaggio e vi rimasi fino ai tredici anni. Al mattino presto e alla sera tardi lavoravo nei campi: durante il giorno leggevo i Dialoghi di Confucio e i Quattro Libri.3 Il mio insegnante cinese era sostenitore del “metodo severo”. Era duro, aspro e molto spesso picchiava gli alunni. Io non potevo sopportare un simile trattamento e un giorno, avevo dieci anni, scappai dalla scuola e, non osando tornare a casa dove certamente mi avrebbero picchiato, mi avviai genericamente verso il centro della vallata dove pensavo che in qualche posto ci fosse la città. Vagai per tre giorni finché la mia famiglia riuscì a ritrovarmi. Mi accorsi allora che aveva girato sempre intorno allo stesso posto e non mi ero allontanato da casa per più di 8 li.
«Dopo questa avventura dovetti constatare, con grande sorpresa, un certo miglioramento nelle mie condizioni di vita. Mio padre mi teneva in maggior considerazione e il maestro si era notevolmente ammansito. Il risultato ottenuto dalla mia protesta mi impressionò molto. Era stato uno “sciopero vittorioso”.
«Non appena cominciai a scrivere qualche carattere mio padre volle che tenessi la contabilità di casa e che imparassi subito a usare l’abaco. Dovetti ubbidire e lavorare la notte sui conti. Mio padre era un “principale” molto severo. Non sopportava di vedermi in ozio e se non c’erano conti da registrare mi assegnava qualche lavoro nei campi. Era un uomo irascibile e spesso picchiava me e i miei fratelli. Non ci dava mai soldi e anche il cibo era misero. Il quindici di ogni mese faceva uno strappo con i suoi dipendenti dando uova col riso, mai però carne. A me non dava né uova né carne.
«Mia madre era una donna gentile, generosa e comprensiva, sempre pronta a dividere con gli altri ciò che possedeva. Aveva pietà dei poveri e dava loro riso quando, nei tempi di carestia, venivano a chiederne, ma era costretta a farlo all’insaputa di mio padre che non approvava gli atti di carità. Spesso in casa ci furono dei litigi a questo proposito.
«In famiglia, i “partiti” erano due. Uno era mio padre: il “potere”. L’opposizione era invece costituita da me, da mia madre, da mio fratello e qualche volta anche dal bracciante. Tuttavia il “fronte unito” dell’opposizione era spesso diviso da divergenze di opinioni. Mia madre era favorevole a una politica di attacco indiretto: era contraria a tutte le manifestazioni esterne dei nostri sentimenti e ai tentativi di aperta ribellione contro il “potere”. Diceva che quella non era la “via cinese”.
«Raggiunti i tredici anni scoprii di possedere un validissimo argomento nelle discussioni con mio padre, proprio sul terreno da lui preferito, ossia la citazione dei Classici. Le accuse che mio padre più spesso mi muoveva erano quelle di “comportamento non filiale” e di pigrizia. Io ribattevo citando i passaggi dei Classici in cui si diceva che gli anziani devono essere gentili e pieni di affetto verso i giovani. Contro l’accusa di pigrizia mi difendevo dicendo che i grandi devono lavorare più dei ragazzi e che quindi, avendo mio padre una età tripla della mia, era naturale che dovesse lavorare di più: e aggiungevo che quando avessi avuto la sua età sarei stato certamente molto più attivo.
«Il vecchio continuava ad “ammassare ricchezze”, o almeno ciò che in quel villaggio si considerava una fortuna. Non comprò altre terre in proprio ma acquistò varie ipoteche sui terreni altrui. I suoi capitali raggiunsero la cifra di due o tremila dollari.4
«La mia insoddisfazione, però, aumentava: la lotta dialettica5 era in costante sviluppo in seno alla famiglia. Ricordo soprattutto un episodio avvenuto quando avevo circa tredici anni. Mio padre un giorno invitò a casa vari ospiti e, in loro presenza, sorse tra noi una discussione. Lui mi denunciò di fronte a tutti dicendo che ero un pigro e un buono a nulla. Mi infuriai, lo maledissi e uscii di casa. Mia madre mi rincorse e cercò di convincermi a tornare. Mio padre pure, maledicendomi e al tempo stesso chiedendomi di tornare. Io raggiunsi uno stagno e minacciai di gettarmi dentro se mio padre avesse mosso un altro passo verso di me. Ci fu allora uno scambio di proposte e controproposte per la cessazione della piccola “guerra civile”. Mio padre insisteva perché io chiedessi scusa e facessi Ke Tou in ginocchio davanti a lui: accettai di inginocchiarmi su un solo ginocchio purché lui mi promettesse di non picchiarmi. Questo pose fine alla “guerra” e io imparai che quando difendevo con aperta ribellione i miei diritti mio padre cedeva, mentre se me ne stavo tranquillo e sottomesso mi insultava e mi batteva.
«Ripensandoci, ritengo che fu proprio la severità a sconfiggere mio padre. Imparai a odiarlo e tutti noi di casa creammo un fronte veramente unito contro di lui. Nello stesso tempo questo stato di cose mi portò probabilmente dei benefici. Lavorai con maggiore impegno e tenni i libri in perfetto ordine per evitare qualsiasi critica.
«Mio padre era stato a scuola per due anni e sapeva leggere quel tanto che bastava per tenere i conti. Mia madre era completamente analfabeta. Tutti e due provenivano da famiglie di contadini: io ero il “dotto” della famiglia. Conoscevo i Classici ma non mi piacevano. Quelle che mi piacevano invece erano le storie della vecchia Cina, specialmente le storie di ribelli. Lessi allora molti romanzi come Yue Fei Zhuan (Jing Zhong Zhuan), Shuihu Zhuan,6 Sui Tang, San Guo e Xi You Ji: e li lessi quando ero ancora molto giovane, a dispetto della vigilanza del mio maestro che odiava questi libri “illegali” e li definiva perversi. Li leggevo di nascosto a scuola e quando il maestro mi passava vicino li nascondevo sotto un Classico. Molti miei compagni face...