La scomparsa dei fatti
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La scomparsa dei fatti

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La scomparsa dei fatti

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Nel mondo politico e in gran parte del giornalismo italiano si assiste da tempo a un fenomeno: la "scomparsa dei fatti". Oggi sono spesso le opinioni a trasformarsi in fatti. In un paese dove lo scontro ideologico è diventato la prassi, gli esempi di questa situazione abbondano ovunque. Nella coscienza collettiva si radicano "fatti" che non sono mai stati tali. Due soli esempi: è convinzione comune che il contingente italiano sia stato mandato in Iraq a seguito di una risoluzione dell'Onu. Falso: ci si è andati molto prima. Il ministro Mussi ritiene giusto che il Paese consenta all'Unione Europea la prosecuzione della ricerca sulle cellule staminali. Traduzione: Mussi attacca la vita, i cattolici, e vuole abolire la legge corrente. Corrosivo come sempre, Marco Travaglio dimostra come l'informazione in Italia, salvo rarissime eccezioni, abbia del tutto smarrito la sua funzione originaria.

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Information

Publisher
Il Saggiatore
Year
2010
Print ISBN
9788842813958
eBook ISBN
9788865760093

1. L’arte del parlar d’altro

Il camaleonte ha il colore del camaleonte solo quando si posa su un altro camaleonte.
GROUCHO MARX
La politica è l’arte di evitare che la gente si interessi di ciò che la riguarda.
PAUL VALÉRY
Il sistema più semplice per cancellare i fatti è – molto banalmente – quello di non parlarne. Ignorarli. E sostituirli con altri della stessa specie e della stessa importanza, usati come diversivi, come coprenti. Non sempre, però, i fatti sostitutivi sono disponibili quando occorrono: in questo caso, non resta che inventarne qualcuno di sana pianta, oppure gonfiarne uno già esistente, ma di poco conto.
Il maestro ineguagliato nell’arte del parlar d’altro è Bruno Vespa col suo teatrino quasi quotidiano di Porta a Porta su Rai1, la rete ammiraglia del cosiddetto servizio pubblico. Dopo la condanna in primo grado di Cesare Previti al processo Sme per corruzione del giudice Renato Squillante, Vespa si occupa del Viagra. Quando il tribunale di Milano condanna Marcello Dell’Utri per estorsione insieme a un boss mafioso, a Porta a Porta si parla di calcioscommesse con Aldo Biscardi e Maurizio Mosca. Quando il Parlamento europeo boccia Rocco Buttiglione, aspirante commissario Ue, per le sue tirate contro le donne e i gay, Vespa convoca Alba Parietti e alcuni malati in stato comatoso per raccontare il loro improbabile risveglio dal coma. Quando il centrosinistra vince in sette collegi su sette le elezioni suppletive del 2004, a Porta a Porta si discute dell’Isola dei famosi, con Simona Ventura & Co. Quando il tribunale di Palermo condanna Dell’Utri a nove anni per mafia e quello di Milano dichiara Silvio Berlusconi responsabile del reato di corruzione di Squillante, ma lo salva per prescrizione grazie alle attenuanti generiche, ecco un bel dibattito Fassino-Tremonti sul presunto «taglio delle tasse» del governo di centrodestra e, l’indomani, una fondamentale puntata sui reality show con Del Noce, don Mazzi, Crepet, Zecchi, Paola Perego, Carmen Di Pietro e le gemelle Lecciso. La sera in cui il presidente Ciampi boccia la riforma dell’ordinamento giudiziario del ministro della Giustizia Roberto Castelli in quanto «palesemente incostituzionale», Porta a Porta approfondisce l’ultimo film della coppia Boldi-De Sica, Christmas in Love. Quando Previti viene condannato definitivamente in Cassazione a sei anni, l’amico Bruno opta per un tema ben più attuale: la dieta mediterranea. Quando la Corte d’Appello di Palermo condanna per mafia a cinque anni e quattro mesi il presunto «padre nobile» dell’Udc Calogero Mannino, puntatona sul delitto di Cogne: una saga evergreen giunta ormai alla trentesima puntata.
La saga di Cogne
Non c’è miglior emblema dell’arte del diversivo che la sventagliata di trasmissioni, approfondimenti, dibattiti, reportage e «speciali» su questo infanticidio perpetrato – secondo il giudice di primo grado – dalla madre del piccolo Samuele Lorenzi nel gennaio 2002. Una tragedia piuttosto ordinaria, come se ne verificano a migliaia ogni anno nel mondo, viene eletta da Vespa a evento del-l’anno, anzi del decennio, gonfiata ed enfatizzata a dismisura, trasformata in «giallo» a viva forza, anche se di elementi misteriosi e appassionanti ne contiene molto pochi. Il tutto per oscurare ben altri processi dell’anno, o del decennio: quelli agli uomini più potenti della storia d’Italia passata e presente. E allora ecco materializzarsi nello studio di Porta a Porta il plastico della villetta di Cogne, col tettuccio rialzabile e, riprodotte in miniatura, le varie stanze dello chalet con tanto di arredi, pigiami, ciabatte, copriletto insanguinati. Ecco le intercettazioni lette e rilette fino alla noia dalle voci calde di appositi attori. Ecco la compagnia di giro dei presunti «esperti», dalla giornalista tuttologa Barbara Palombelli al baffuto psichiatra-prezzemolo Paolo Crepet al barbuto criminologo prêt-à-porter Francesco Bruno, che chiacchierano e sbrodolano per decine di puntate ripetendo sempre le stesse ovvietà, destreggiandosi fra una macchia ematica e un frammento osseo, in barba ai più elementari diritti alla privacy e ai più basilari sentimenti di umana pietà per un dramma familiare che ha per vittima un bambino di tre anni. Tant’è che bisognerebbe pregare il criminologo, o lo psicologo, o tutti e due di analizzare il Vespa medesimo, per tentar di capire quali atroci perversioni lo conducano a tuffarsi con tanta voluttà nel sangue di un minorenne assassinato.
Intanto si susseguono le udienze e le sentenze dei processi al sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, imputato di mafia e alla fine dichiarato colpevole ma prescritto; e al premier in carica Berlusconi, al suo braccio destro Previti e al suo braccio sinistro Dell’Utri. Ma Vespa non ha tempo per quisquilie tipo mafia e politica, falsi in bilancio, corruzione giudiziaria e così via: ha altro da fare. Così del processo di Cogne tutti gli italiani sanno tutto. Dei processi ai politici di ieri e di oggi nessuno sa nulla, a meno che, oltre a guardare la televisione, non si abbia il brutto vizio di leggere qualche giornale o qualche libro.
La notizia senza nome
Il 27 novembre 2005 l’Usigrai, il primo sindacato dei giornalisti Rai, dirama un comunicato del suo segretario Roberto Natale:
Le informazioni sul processo romano a Cesare Previti, che oggi i lettori del Corriere della Sera hanno trovato a pagina 18, erano in possesso, nelle stesse modalità, del titolare milanese della cronaca giudiziaria della Rai, Carlo Casoli. La notizia è rimasta però nella sua penna: nessuna delle quattro testate nazionali (i tre tg e il Giornale radio) ha voluto ieri mandare in onda il servizio o dare la semplice informazione. E poiché le vicende serie hanno talvolta un aspetto comico, Casoli si è anche sentito fare, da una delle quattro testate, una proposta singolare: «Mandaci pure il servizio, ma per cortesia non fare nomi». Evidentemente la preoccupazione di offrire un nuovo fianco a critiche già roventi è più forte dei doveri di correttezza dell’informazione. Questa la situazione della Rai di oggi, che il presidente del Consiglio ama invece immaginare impegnata nella militanza antiberlusconiana.
Chi pensasse a uno scherzo o a una leggenda metropolitana trattenga pure le risate. È tutto vero, come ho potuto verificare parlando con il collega Carlo Casoli. Ricapitolando, è accaduto questo.
Il 20 novembre 2005 Casoli scopre che la procura di Roma (non, dunque, le solite «toghe rosse» milanesi) ha chiesto il rinvio a giudizio di Cesare Previti per corruzione giudiziaria: diversamente dall’oggetto dei processi di Milano Sme-Ariosto e Imi Sir-Mondadori, questa volta l’avvocato-deputato-imputato berlusconiano non è accusato di aver corrotto magistrati, ma un perito del Tribunale capitolino, Angelo Musco, colui che quantificò in circa 1.000 miliardi di lire il risarcimento (che poi risulterà non dovuto e frutto di sentenze comprate) a cui doveva essere condannata la banca pubblica Imi nei confronti del gruppo Sir del petroliere andreottian-previtiano Nino Rovelli. Anche quella perizia, come pure la sentenza, fu – secondo l’accusa – comprata a suon di bonifici bancari in Svizzera dai tre avvocati-corruttori Previti, Pacifico e Acampora, gli stessi che lavoravano anche per la Fininvest.
Tutto contento per lo scoop, Casoli avverte le direzioni delle quattro testate giornalistiche Rai – Tg1, Tg2, Tg3 e Giornale radio – per prenotare lo spazio necessario al servizio. Ma la risposta, unanime, è che il servizio se lo può scordare e il suo scoop lo può raccontare ai parenti stretti. Ai tg e ai gr Rai non interessa. Non sia mai che il «servizio pubblico» dia una notizia scomoda per Berlusconi e i suoi cari. Meglio lasciare che la scoprano i giornali e poi, eventualmente, copiarla di lì. Ma Casoli, giornalista coscienzioso che non ha perso l’amore per il suo lavoro, insiste. E alla fine, dopo lunghe trattative, ottiene il via libera da uno dei quattro notiziari (né lui né l’Usigrai preciseranno quale). Ma a una condizione: che non faccia i nomi dei protagonisti della vicenda. Sulle prime, pensa anche lui a uno scherzo. Come si fa a raccontare che Previti è imputato a Roma di corruzione dal perito Musco per la causa Imi-Rovelli insieme a Pacifico e Acampora, senza nominare Previti, Roma, Musco, Pacifico, Acampora, Imi e Rovelli? Il giornalista chiede al suo superiore se ha capito bene. Quello conferma: «Hai capito bene, niente nomi». A quel punto Casoli si mette al lavoro, nel tentativo disperato di confezionare la prima notizia senza nomi della storia del giornalismo mondiale. Ma alla fine si arrende e comunica a chi di dovere che, senza nomi, non si capirebbe niente e dunque, a malincuore, si vede costretto a rinunciare. Così nessun telespettatore verrà mai a sapere quella notiziola da niente, salvo i fortunati lettori del Corriere della Sera, che la scopre e la pubblica alcuni giorni più tardi.
È un vero peccato, comunque, che Casoli abbia gettato la spugna, perché il servizio senza nomi avrebbe fatto il giro del mondo e sarebbe stato studiato in tutte le scuole di giornalismo dell’orbe terracqueo. Proviamo a immaginarne il testo (quanto alle immagini, non potendo mostrare il volto indimenticabile di Previti, si sarebbe dovuto ricorrere a filmati di repertorio, magari dagli archivi di Piero Angela: branchi di stambecchi saltellanti sul Gran Paradiso o un leggiadro tramonto sul Bosforo).
Buonasera. Oggi la Procura di una nota capitale europea, che non citiamo per mantenere la suspense, ha chiesto il rinvio a giudizio di un noto parlamentare di una repubblica che si affaccia sul Mediterraneo (e che non nominiamo per la legge sulla privacy). L’uomo, di professione avvocato, già ministro della Difesa, membro di un importante partito (che non nominiamo per rispetto del pubblico più impressionabile) e braccio destro del capo del governo uscito a sua volta da vari processi per amnistia, attenuanti generiche, prescrizioni o depenalizzazioni dei suoi reati varate da lui medesimo, è accusato di aver corrotto un perito di Tribunale (il cui nome non citiamo per non offendere il comune senso del pudore) affinché liquidasse un megarisarcimento pubblico non dovuto alla società di un petroliere (il cui nome taciamo per rispetto dei minori all’ascolto). Grazie per la cortese attenzione e a voi tutti buonasera.
Niente scalate e tanta pastasciutta
Il 2 maggio 2005, con un blitz della guardia di Finanza nella sede della Banca Popolare di Lodi, la procura di Milano apre ufficialmente un’inchiesta sulle controverse scalate bancarie in corso sotto la regìa del governatore di Bankitalia Antonio Fazio: a cominciare da quella della Bpl di Gianpiero Fiorani all’Antonveneta, collegata con quella dell’Unipol di Giovanni Consorte alla Banca Nazionale del Lavoro e con quella del misterioso finanziere Stefano Ricucci alla Rizzoli-Corriere della Sera. I reati ipotizzati vanno dal-l’aggiotaggio all’ostacolo alle autorità di Borsa. Il primo lancio del-l’agenzia Ansa è delle ore 18.29:
I militari del nucleo provinciale della guardia di Finanza di Milano stanno acquisendo documenti presso la sede centrale della Banca Popolare di Lodi, nell’ambito dell’inchiesta per aggiotaggio a carico di ignoti e ostacolo all’attività della Consob aperta dalla procura di Milano sulla scalata ad Antonveneta. L’inchiesta è nata da una denuncia presentata la scorsa settimana da soggetti che gli inquirenti hanno definito «interessati» e cioè nell’interesse, è stato spiegato, della banca olandese Abn Amro.
Da mesi, la politica e la finanza sono scosse dai movimenti tellurici ai piani alti del sistema bancario e editoriale italiano e dalle polemiche sul ruolo per nulla neutrale del governatore Fazio. Basta aver letto qualche giornale per cogliere l’importanza dirompente di un’indagine giudiziaria nel bel mezzo delle scalate e per prevederne le conseguenze anche politiche. Tant’è che tutti i quotidiani ci si fiondano a piedi giunti e l’indomani collocano immancabilmente la notizia in prima pagina. La Repubblica: «Antonveneta, inchiesta per aggiotaggio. E la Consob indaga su Lodi e alleati». Corriere della Sera: «Antonveneta, inchiesta sulla scalata. La procura di Milano indaga per aggiotaggio, la Finanza nella sede della Popolare di Lodi». La Stampa: «Antonveneta, ipotesi di aggiotaggio. La procura di Milano indaga sulla scalata alla banca». Notevole risalto danno alla notizia anche diversi giornali stranieri, visto che in ballo ci sono gli interessi dell’olandese Abn Amro (per l’Antonveneta) e del Banco di Bilbao (per la Bnl).
E il Tg1? L’edizione delle 20.00, che va in onda esattamente 91 minuti dopo il primo lancio Ansa e si protrae fino alle 20.30, cioè fino a 121 minuti dopo, non dedica alla notizia nemmeno una parola, nemmeno un sospiro, nada de nada. Le banche, il governatore e, dietro di loro, quasi tutti i partiti di destra e di sinistra sono una rogna indescrivibile per chi lavora nella Rai dei partiti. Mimun o chi per esso, dunque, fan finta di niente e glissano elegantemente sulla notizia del giorno, anzi del mese, anzi dell’anno: cioè sull’origine di una slavina giudiziaria di proporzioni bibliche, che terremoterà il mondo finanziario italiano fino a provocare una mezza crisi di governo, una devastazione morale nelle file dei Ds e soprattutto le dimissioni del governatore, senza contare gli arresti di Fiorani, Ricucci e l’incriminazione di Consorte, di altri banchieri, finanzieri e politici.
Quello del Tg1 del 2 maggio 2005 non è un semplice «buco» (come in gergo giornalistico si chiama una notizia mancata). È una voragine. Anzi, un’autovoragine, visto che la notizia era disponibile sull’Ansa e chi ha deciso di non darla non può nemmeno raccontare di non averla appresa per tempo. In effetti, dopo la lunga pagina politica, quella sera Tele Mimun aveva in serbo dieci pezzi, uno più decisivo dell’altro. Un crescendo rossiniano. 1) Le punizioni a scuola. 2) La piaga dell’obesità: «Obesità, si cerca di mettere a punto le strategie utili a evitare i danni provocati dagli eccessi di peso» (notare la novità sconvolgente della scoperta scientifica, che per la prima volta nella storia della medicina mette in relazione l’obesità con gli eccessi di peso). 3) La pastasciutta: «C’è un modo semplice e piacevole per mantenersi in forma: mangiare pasta. Nutre, è leggera e dà buonumore. Aumentano i consumi in Italia e all’estero. A Sorrento l’ha celebrata l’Accademia della cucina». 4) Caldo e spiagge (è il 5 maggio, fa ancora freddo, ma il Tg1 già preme per l’esodo e il controesodo dell’Italia vacanziera). 5) «Un’anatra, negli Stati Uniti, ha deposto le uova sotto un albero del dipartimento del Tesoro. Il servizio del nost...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Premessa
  3. 1. L’arte del parlar d’altro
  4. 2. Senti questo, senti quello
  5. 3. Tangentopoli senza tangenti
  6. 4. Armi di distrazione di massa
  7. 5. Il giornalismo dei polli
  8. 6. Premiato Bufalificio Italia
  9. 7. La matematica è un’opinione
  10. 8. Le notizie col preservativo
  11. 9. Giornalismo transgenico
  12. Post Scriptum

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