parte seconda
La cultura delle classi dirigenti e la paura
6. «L’attesa di Dio»
1. Paure escatologiche e nascita del mondo moderno
Le fiammate periodiche di paura suscitate dalle pestilenze fino alla metà del xviii secolo, le frequenti rivolte provocate un po’ dovunque, a volte dal timore della soldataglia o dei briganti, a volte dalla minaccia della fame o del fisco, hanno punteggiato, come abbiamo visto, un lungo periodo di storia europea che va dalla fine del xiii secolo fino agli inizi dell’era industriale. È tuttavia necessario individuare, all’interno di questo mezzo millennio, un periodo di angoscia più profonda – dal 1348 al 1660 – durante il quale le sciagure si sono più particolarmente accumulate in Europa, suscitandovi un durevole turbamento degli spiriti: la Peste nera che segna nel 1348 il ritorno offensivo delle epidemie mortali, le rivolte che si diffondono da un paese all’altro dal xiv al xvii secolo, la interminabile guerra dei Cent’anni, l’avanzata turca, preoccupante a datare dalle sconfitte di Kossovo (1389) e Nicopolis (1396) e allarmante nel xvi secolo, il Grande Scisma – scandalo degli scandali –, le crociate contro gli hussiti, la decadenza morale del papato prima della ripresa ad opera della Riforma cattolica, la secessione protestante con tutte le sue conseguenze, reciproche scomuniche, massacri e guerre. Frastornati da queste tragiche coincidenze o dall’incessante succedersi di calamità, gli uomini del tempo cercarono per esse delle cause globali e tentarono di inserirle in una serie di circostanze in grado di spiegarle. Superando un ulteriore stadio cerchiamo dunque di pervenire al livello della riflessione soprattutto teologica, che l’epoca operò sulle proprie paure. Questa riflessione fu essa stessa all’origine di nuove paure più ampie e più impressionanti di quelle fin qui identificate. Ma il miracolo della civiltà occidentale è che essa visse tutte queste paure senza lasciarsene paralizzare. Non si è infatti mai abbastanza sottolineato che si ebbero nello stesso tempo angoscia e dinamismo, quest’ultimo viene generalmente designato con il termine «Rinascimento»: la paura suscita i suoi antidoti.
La ricerca storica ha in gran parte sfatato la leggenda dei terrori dell’Anno Mille, fondati su testi poco numerosi e posteriori agli spaventi che pretendeva di far rivivere. «Durante tutto il x secolo un solo personaggio» ha scritto Ed. Prognon «ha assegnato al mondo rigenerato dal Cristo un termine di mille anni, e nulla permette di affermare che abbia impressionato molte persone.»1 In compenso è «alla fine del xv secolo, durante il trionfo del nuovo umanesimo, che apparve la prima descrizione conosciuta dei terrori dell’Anno Mille»2 ad opera del benedettino Trithemius (1462-1516), redattore degli annali del convento di Hirschau. Trithemius era lui stesso un letterato distaccato dal filone della scolastica e descriveva con condiscendenza le angosce di un’epoca barbara. Ma è una combinazione se la leggenda della paura dell’Anno Mille è nata all’inizio dei tempi moderni? Non si sono forse attribuiti allora ai contemporanei d’Ottone iii timori che erano più autenticamente e più largamente quelli degli europei dei secoli xiv-xvi?
Non si è certamente atteso questa epoca tormentata per paventare la venuta dell’Anticristo e la fine del mondo. L’una e l’altra sono state sempre considerate dai cristiani come delle certezze, e sant’Agostino ha dedicato tutto il xx libro della Città di Dio alla dimostrazione che queste due scadenze sono ineluttabili – perché annunciate da numerosi testi sacri – benché non se ne potesse in alcun modo prevedere il momento. Durante tutto il Medioevo la Chiesa ha meditato sulla fine della storia umana come è profetizzata da diversi testi apocalittici. Ricordiamo, tra altre testimonianze a tale riguardo, una ventina di manoscritti spagnoli dei secoli x-xiii, che ci hanno conservato il Commentario dell’Apocalisse del monaco Beatus de Libeana, che scrisse alla fine dell’viii secolo.3 La celebre Apocalisse di Saint-Sever (xi secolo), con i suoi fantastici mostri è, essa pure, un manoscritto illustrato del Commentario di Beatus.4 Quante magnifiche chiese francesi dei secoli xii e xiii – ad Antun, a Conques, a Parigi, a Chartres ecc. – hanno evocato a loro volta la scena dell’Ultimo Giudizio! Questo ha parimenti fornito il tema a diversi poemi latini composti anteriormente al periodo del nostro studio da Commodiano di Gaza (iii secolo), da sant’Ilario di Poitiers (iv), san Pier Damiani (xi), Pietro Diacono (xi), san Bernardo (xiii) ecc.5
Tuttavia gli storici sono unanimi nel ritenere che a partire dal xiv secolo si produssero in Europa una recrudescenza e una più larga diffusione della paura della fine dei tempi. È in questa atmosfera di pessimismo generale sull’avvenire (fisico e morale) dell’umanità che bisogna collocare il «si salvi chi può» lanciato nel 1508 dal predicatore Geiler nella cattedrale di Strasburgo: «La cosa migliore da fare è di raggomitolarsi nel proprio angolo e di cacciare la testa in un pertugio, cercando di seguire i comandamenti di Dio e di praticare il bene per guadagnare la salvezza eterna».6 Per Geiler non c’era alcuna speranza in un miglioramento dell’umanità: la fine del mondo corrotto costituiva ormai una prospettiva vicina. Nell’autunno del Medioevo, scriveva Huizinga, l’impressione generale è che «l’annientamento universale si avvicina».7 «Sembra» annota É. Mâle «che le minacce dell’Apocalisse non avessero mai preoccupato tanto gli animi. Gli ultimi anni del xv secolo e i primi del xvi segnano uno dei momenti storici in cui l’Apocalisse si appropria maggiormente della fantasia degli uomini.»8 É. Delaruelle, evocando «l’interminabile Grande Scisma» notava che esso segnava «il ritorno ad un’età apocalittica».9 Ecco ancora altri giudizi concordanti, citati da H. Zarnt ne L’attesa di Dio.10 «È senza dubbio incontestabile che la folla di coloro che credono di aver udito la tromba dell’ultimo giorno non è mai stata così gigantesca come tra il 1430 e 1530» (Stadelman). «Uomini del mondo ecclesiastico» ricorda a sua volta A. Danet «vissero questa atmosfera fino al punto di organizzare dibattiti pubblici sui segni della fine dei tempi (p. es. a Colonia nel 1479). Essi speravano così di illuminare e pacificare gli spiriti.»11 Regna allora «una atmosfera da fine del mondo» (J. Lortz).
Impressionante consenso di ricercatori che era nostro obbligo ricordare, sottolineando però – cosa che spesso si omette – che questi terrori, più reali di quelli dell’Anno Mille, hanno saldato la frattura artificiosamente stabilita tra Medioevo e Rinascimento: essi sono stati contemporanei alla nascita del mondo moderno. Concretizziamo con un raffronto significativo questa crescita e questa drammatizzazione delle attese apocalittiche: a Salamanca, la «vecchia cattedrale» contiene un Giudizio Ultimo del xii secolo dipinto su di un muro laterale e quindi non facilmente visibile dai fedeli. Al centro dell’affresco siede il Cristo maestoso, ieratico, sereno, aureolato di gloria. Alla sua destra e alla sua sinistra figurano naturalmente gli eletti e i dannati. Ma – fatto abbastanza raro – sotto il Salvatore, l’artista ha rappresentato il limbo. Nel complesso una composizione poco traumatizzante. Anche nella «nuova cattedrale» (secoli xv-xvi), situata nei pressi della precedente, vi è un Giudizio Ultimo, ma questa volta è dipinto sul muro dell’abside e si trova di fronte al pubblico. Inoltre le scene sono tratteggiate in un formato più grande delle...