II. Il cristianesimo
e il pluralismo religioso
Il pluralismo religioso esiste da sempre, da quanto esiste l’uomo: l’esperienza del sacro, nelle sue diverse forme, si incarna in una eterogeneità di culture che danno origine a differenti miti, riti e comunità. La tradizione ebraica e quella cristiana si sono da sempre incontrate con altre religioni: vi si sono confrontate, scontrate e reciprocamente integrate. Oggi però siamo ben più consapevoli del pluralismo religioso rispetto al passato, anche solo rispetto a quello recente.
La globalizzazione dell’informazione attraverso i mass media – a partire dalla diffusione dei giornali, dall’invenzione della radio e della televisione e ora attraverso internet – ci ha messo di fronte al panorama variegato delle fedi; l’immigrazione e gli spostamenti internazionali, sempre più frequenti, ci hanno messo a contatto frequente e quotidiano con le differenti tradizioni religiose. Il computer e l’aereo hanno tolto dagli scaffali delle biblioteche e hanno posto davanti allo sguardo di tutti anche il fenomeno del pluralismo religioso.
Se dunque fin dall’inizio la riflessione cristiana si è posta di fronte al pluralismo religioso, impostando la relazione con le altre fedi in differenti maniere, è da poco più di un secolo che la discussione si è riaccesa. Anche i dibattiti culturali oggi risentono delle possibilità del computer e dell’aereo: la teologia del XX secolo, come tutte le altre scienze, risente di una forte accelerazione in questo campo interreligioso.
Il magistero conciliare e postconciliare, sulla scia dei testi del Vaticano II, ha messo in luce che la missione della Chiesa si compone di due dimensioni: il dialogo e l’annuncio. Entrambi appartengono alla natura della missione: un annuncio senza dialogo risulterebbe un’imposizione esteriore e non inciderebbe in profondità, finendo per tradire la missione; un dialogo senza annuncio si risolverebbe in un semplice confronto di posizioni e non corrisponderebbe alla missione affidata da Cristo ai Dodici, che comporta l’annuncio esplicito. Di nuovo un’identità aperta: solo con l’altro.
Questo capitolo approfondisce una convinzione già emersa più volte nelle pagine precedenti: l’annuncio di Cristo nel contesto interculturale e interreligioso prende avvio dall’interno della stessa fede cristiana, senza che questa debba attutire la propria identità; è infatti scandagliando i contenuti della fede che la riflessione credente, lungo i secoli, ha trovato motivi teologici profondi di apprezzamento dell’«altro».
Prendo spunto da un passaggio di Hans Urs von Balthasar: «L’autentica cattolicità è così urgente per il cattolico che egli deve acquisirla prima di potersi permettere di dialogare con altre confessioni o visioni del mondo […]. I miei sforzi in questi ultimi anni tendono volutamente verso questa premessa per il dialogo ecumenico e per i dialoghi con tutte le visioni del mondo non cristiane. In questo contesto i miei sforzi sono anzitutto un discorso ad intra, all’interno della Chiesa. Anzitutto bisogna risvegliare una nuova sensibilità per la molteplicità e la polifonia della verità divina, in una cosciente contrapposizione allo stanco vociferare sul “pluralismo” ecclesiastico o ecumenico».
Come viene impostato oggi nella teologia cristiana il dialogo interreligioso? Fino a pochi decenni fa esisteva una proposta che è stata poi definita «ecclesiocentrismo» o anche «esclusivismo»: senza chiudersi completamente alla possibilità di una salvezza fuori dei confini visibili della Chiesa – almeno nella sua forma meno rigida – questa impostazione metteva comunque l’accento sul già ricordato assioma «extra Ecclesiam nulla salus». Abbandonata ormai decisamente questa impostazione, che il Concilio Vaticano II non fa propria, nella teologia odierna si confrontano altre due grandi proposte: quella pluralista e quella inclusiva, quest’ultima condivisa e rilanciata dal magistero cattolico.
La prospettiva pluralista
La prospettiva pluralista ritiene che tutte le religioni «di principio» siano valide, perché approcci complementari all’unico Mistero divino, inesauribile all’indagine umana. Le religioni si differenziano solamente nelle loro modalità espressive e non nella loro natura profonda. Questa tesi venne concepita nel Quattrocento da Niccolò Cusano, ma fu elaborata solo nella seconda metà del Settecento quando alcuni filosofi illuministi, come Jean-Jacques Rousseau, Immanuel Kant e Gotthold Lessing, presentarono un progetto caratterizzato dal sogno di una «pace universale», ritenendo che per raggiungerla ciascuna religione avrebbe dovuto mettere tra parentesi le proprie particolarità e avrebbe dovuto abbracciare tutti e solo quei concetti che erano comuni alle altre, come: l’esistenza di un Dio inteso come Principio assoluto, l’immortalità dell’anima, il dovere di compiere il bene e di evitare il male, il rispetto reciproco tra gli esseri umani.
Questo progetto puntava alla creazione di una religione razionale universalmente condivisa, in modo da eliminare alla radice i motivi di conflitto tra le diverse religioni. Lo scopo era nobile, ma oggi è evidente che il progetto nella sua globalità non ha funzionato e non può funzionare: nessuna religione accetta infatti di mettere tra parentesi le proprie specificità, riducendosi ai «minimi termini», ossia esaurendosi in alcuni grandi valori etici o genericamente spirituali. Del resto è illusorio pensare che, lasciando da parte le loro peculiarità, le diverse religioni raggiungano un «nucleo» comune. L’evoluzione delle teorie pluraliste ha mostrato ormai chiaramente questa difficoltà.
I pluralisti infatti hanno dapprima indicato il nucleo interreligioso comune nella nozione di «Dio», dicendo che se i cristiani rinunciassero alla mediazione di Cristo, i musulmani al ruolo di Maometto, i buddhisti a quello di Buddha e così via, e tutti si concentrassero non sui loro specifici fondatori e profeti bensì sull’unico Dio che è alla base delle diverse religioni, sarebbe possibile un autentico dialogo e un’armonia tra le religioni. Questa prima espressione del pluralismo, sorta dall’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, ha assunto il nome di teocentrismo, il cui teorico più acuto è stato il ministro presbiteriano americano John Hick. Di fatto, però, ci si è resi conto ben presto che non esiste un’idea universalmente condivisa di «Dio». Vi sono sì tratti comuni del divino tra alcune religioni – per esempio tra ebrei, cristiani e musulmani; oppure tra induisti e buddhisti –, ma non si riesce a raggiungere una concezione comune e universale di Dio. Anzi, un buddhista, ad esempio, non accetterebbe neppure il termine «Dio», che gli suona troppo personalista, e rifiuterebbe legittimamente, sulle proprie basi filosofico-religiose, anche un’idea di trascendenza del divino.
I teologi teocentrici, allora, preso atto che su «Dio» non esiste accordo, hanno...