Economia con l'anima
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Economia con l'anima

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Economia con l'anima

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È possibile coniugare economia e gratuità? Mercato e dono? Crescita e beni comuni? Lavoro e giovani?... Qual è il senso (e i limiti) del Pil? E che fine ha fatto la politica, sostituita ormai dagli indici di Borsa?La vita economica oggi non è più quella che conoscevamo fino agli anni Settanta. Il mercato è diventato la principale grammatica delle relazioni sociali, anche nelle scuole e negli ospedali. La grande crisi attuale dovrebbe portare a riscrivere interamente i manuali di economia e di finanza, aggiornandoli ma anche cancellando i teoremi e i dogmi errati che l'hanno provocata. L'economia non riguarda un ambito separato della vita, di competenza degli addetti ai lavori: per questo è urgente investire nell'educazione economico-finanziaria di tutti. L'autore aiuta la nostra "alfabetizzazione" in materia con questo libro, partendo dai problemi e dalle domande vere - suggerite giorno dopo giorno dalle cronache di questi anni - e facendoci riscoprire le radici umane dell'economia, che è arte di governare la casa comune e che deve tornare ad essere "economia civile".

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Information

Publisher
EMI
Year
2014
eBook ISBN
9788830721845
Capitolo 1 – CRISI
Tre messaggi
Ci siamo accorti, e con più forza rispetto alla prima fase della crisi (2008-2009), che gli indici di Borsa e lo spread non sono fac­cende lontane e per addetti ai lavori, ma sono capa­ci di cambiare governi, i nostri bilanci familiari, i no­stri progetti di vita. E allora dobbiamo occuparcene tutti, «abitando» di più questi luoghi che se restano disabitati dai cittadini alla lunga diventano inuma­ni. Questa crisi ci invia anche tre messaggi specifici. Il primo riguarda direttamente il mondo bancario. Studi recenti (Università di Ancona: mofir.univpm.it) hanno messo in luce che dopo il 15 settembre 2008 le banche hanno ridotto il credito alle imprese, anche a quelle virtuose. Questa evidente inefficien­za dipende dalla distanza tra il luogo nel quale si prendono le decisioni e quello dove operano le a­ziende. Banche sempre più concentrate e distanti non hanno più la conoscenza del territorio: così le decisioni sono affidate a indicatori oggettivi che non fanno vedere cose essenziali che diventano visibili soltanto agli occhi di chi abita i territori e conosce per nome la gente.
Il primo messaggio che ci giun­ge è allora la necessità di una «riduzione delle di­stanze» tra i luoghi delle decisioni e i luoghi di vita delle persone, e quindi una critica a tutta una poli­tica finanziaria che ha invece fortemente voluto la concentrazione delle banche, a quel «grande, lonta­no e anonimo» che è stata la parola d’ordine degli ul­timi due decenni. Interessante è poi notare che le banche territoriali per vocazione stanno reggendo meglio alla crisi. Tutto ciò suggerisce una sorta di re­gola aurea: dare diritto di cittadinanza nel quotidia­no alle piccole fragilità relazionali (perdere tempo con i «pallini» dei clienti, investire risorse in rappor­ti non sempre finanziariamente remunerativi, ecc.) rende meno fragili quando arrivano le grandi crisi; non accogliere, invece, queste piccole fragilità e «cri­si» quotidiane rende le istituzioni molto più fragili di fronte alle grandi crisi.
C’è poi un secondo messaggio chiaro che riguarda l’Europa, che oggi vive la crisi più profonda dalla sua fondazione. Se non si metterà mano a una vera u­nità politica, l’euro non potrà reggere ancora a lun­go. Oggi però mancano i grandi statisti del dopo­guerra, e il loro posto può e deve essere occupato dai cittadini. Spetta a loro, spetta a noi tutti chiedere, dal basso e con maggiore forza, più politica e finanza più regolamentata.
Infine, il terzo messaggio: c’è qualcosa di sba­gliato nel capitalismo cui abbiamo dato vita so­prattutto in Occidente. E questo «qualcosa» non ha a che fare con la finanza e forse nean­che con l’economia, perché si gioca a un li­vello della nostra cultura molto più profondo. La crisi che stiamo sperimentando è come u­na febbre, che segnala che qualcosa non va nell’organismo. E siccome la febbre dura da tempo, e la temperatura aumenta, la febbre va presa molto sul serio.
Sono almeno due le pa­tologie che vanno curate. Negli ultimi decenni abbiamo depredato l’am­biente, lo abbiamo ferito, umiliato. Nel giro di un paio di generazioni stiamo consumando un patrimonio di petrolio e gas che la terra ha generato in milioni di anni; e nel depaupera­re questo patrimonio stiamo anche ferendo l’at­mosfera. Tutto ciò dice che stiamo sbagliando uno dei rapporti fondativi della nostra esistenza, quello con la terra e con la natura. E quando un rapporto così importante non funziona, è impossibile che funzionino gli altri rapporti, come mostra la cre­scente intolleranza nelle nostre città, la solitudine crescente, e come dimostra il rapporto ancora in buona parte predatorio con le risorse dei popoli del­­l’Africa, dove si perpetrano ogni giorno nuove «stra­gi degli innocenti».
La seconda causa di febbre è la diseguaglianza eco­nomica che sta crescendo nel mondo, anche grazie alla rivoluzione della finanza. Senza uguaglianza e­conomica, che non si gioca solo sull’asse del reddi­to ma anche su quello del lavoro, il principio di u­guaglianza resta troppo astratto, perché le persone non possono realizzare la vita che desiderano vive­re. L’uguaglianza è la seconda parola del trittico del­la modernità, e negarla significa negare anche le al­tre due, poiché o l’uguaglianza, la libertà e la frater­nità stanno assieme, o non se ne realizza autentica­mente nessuna.
L’Europa ritroverà sé stessa se sarà capace di ridare vita a questo Umanesimo a tre di­mensioni, da cui fiorisce anche quella «pubblica fe­licità» posta al centro del programma della Moder­nità, perché, come ci ricorda l’economista napole­tano settecentesco Antonio Genovesi, «è legge del­l’universo che non possiamo far la nostra felicità sen­za far anche quella degli altri».
Rispondere alla vera crisi
Stiamo uscendo dalla crisi? Non credo. La ne­cessarissima riduzione della spesa pubbli­ca associata alla spending review non farà au­mentare di certo il Pil, visto che negli ultimi due decenni l’Italia era cresciuta anche grazie al­l’aumento ipertrofico della spesa pubblica.
Se poi aggiungiamo l’aumento dei costi che la ma­novra ha messo sulle spalle delle famiglie, la preoccupante crescente disoccupazione giova­nile, i più facili licenziamenti, la crisi di compe­titività e l’obsolescenza di troppe nostre impre­se, qualcuno dovrebbe spiegare dove i tecnici dei grandi centri di ricerca economica avrebbero fondato le loro previsioni di ripresa dell’econo­mia italiana nel 2013; a meno che non ricorra­no alle solite ingegnerie contabili e statistiche che torturano i dati fino a farli confessare quan­to chi interroga vuol sentirsi dire.
La realtà purtroppo è ben diversa e meno rosea, e per capirlo basterebbe leggere i dati sul be­nessere soggettivo di europei e italiani in cadu­ta libera in questi anni, ma soprattutto guarda­re i nostri concittadini in volto, magari anche a­scoltarli, per capire immediatamente, se si è do­tati di un minimo di empatia, che il malessere è grande. Ce lo dice anche il continuo aumen­to dei giochi e delle scommesse, segno grave di degrado, anche in luoghi tradizionalmente cu­stodi e coltivatori di valori (ho visto in Toscana slot machines anche dentro centri ricreativi di grande storia civile, politica ed etica). Ma, non dobbiamo dimenticarlo mai, se anche con qual­che miracolo economico dovessimo riuscire a far ripartire tra qualche mese il Pil, ciò non significherebbe l’uscita dalla crisi. Il perché è trop­po semplice: se non creiamo oggi nuovo lavo­ro, in modo ecologicamente sostenibile e so­cialmente equo, potremo anche uscire da que­sta crisi finanziario-economica, cioè dalla crisi con la «c» piccola, ma continueremo a rafforza­re la Crisi con la «C» grande.
Uno dei grandi problemi di questi tempi è che si parla molto, troppo, della crisi (spread, Bor­se, finanza nazionale ed europea…) e poco, troppo poco, della Crisi. Dobbiamo ricordarci e ricordare che quella ormai storica data del 15 settembre 2008 non è stata meno significativa ed epocale dell’11 settembre 2001: nel rumore creato dalla crisi terroristica internazionale, la speculazione ha continuato a operare indistur­bata dall’opinione pubblica. Anche per questa lezione della storia, chi oggi ha a cuore il bene comune, e quindi riconosce il valore del mer­cato, delle imprese, del lavoro e della finanza ci­vile, deve parlare e far parlare meno di crisi, e tornare con forza a parlare e far parlare della Crisi del nostro modello di sviluppo economi­co-sociale. Come? Facendo in modo che, a tut­ti i livelli, si mettano al centro dell’agenda pub­blica e politica, compresa quella delle prossime elezioni nazionali, i temi e le sfide della Crisi del nostro tempo, tra cui le crisi ambientali, la cre­scita delle rendite, ma anche il deterioramento dei rapporti sociali – frutto diretto della svalu­tazione dei grandi valori cardine – e la crisi del­l’amicizia civile: ho provato a Milano a salutare («Buongiorno!») un signore lungo i Navigli,...

Table of contents

  1. ECONOMIA CON L’ANIMA
  2. Introduzione
  3. Capitolo 1 – CRISI
  4. Capitolo 2 – LAVORO
  5. Capitolo 3 – speranza
  6. Conclusione – OCCHIALI GIUSTI