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FILANTROPIA: GENEROSITÀ CALCOLATRICE,
PIÙ CHE AMORE PER L’UMANITÀ
Etimologicamente, la parola «filantropia» rimanda all’amore, l’«amore per l’umanità». Non c’è significato più promettente di questa spinta di bene da portare agli altri. È un atto intimamente rivoluzionario, nella sua forma più pura, questa complice ricerca di amicizia dell’umano, da nutrire in ogni persona.
Più che una semplice pulsione, la filantropia ha avuto sin dall’infanzia della presenza umana sulla terra espressioni proprie ben codificate, di cui gli studiosi hanno trovato traccia, perché l’umanità si è dotata da subito della consuetudine del dono come meccanismo sociale di relazione, e questa esigenza esistenziale ha preso forma ben presto nelle offerte in denaro o nelle cessioni di proprietà agli altri. Nel famoso Saggio sul dono (1923), il sociologo francese Mauss scandaglia in profondità la misteriosa e ubiqua socialità del dono nelle società arcaiche e primitive. L’economia del dono, nell’obbligo a concorrere al continuo «dare e ricevere», rinsalda e fortifica un fitto insieme di relazioni sociali e comunitarie all’interno delle tribù primitive. L’attività di scambio sottesa dal dono è nella sua analisi «una prestazione totale» perché si porta con sé implicazioni di natura economica, affettiva, rituale e religiosa; l’oggetto è dotato di anima e dunque è un prolungamento del suo possessore. E siccome è volto a conservare e rafforzare i legami comunitari, una sorta di interiorizzazione antropologica dell’obbligo morale alla reciprocità, il dono non è una liberalità del singolo ma un vincolo comunitario non per forza disinteressato. Infatti deve instaurare un ricircolo dei beni a cui tutti hanno interesse a far parte.
Nell’antica Grecia la parola «filantropia» indicava una disposizione di affabilità, di atteggiamento cordiale verso il prossimo. Curiosamente, però, nel contesto della democrazia ateniese era già presente una forma istituzionale che prevedeva il contributo dei cittadini più abbienti finalizzato al finanziamento di opere pubbliche destinate al popolo (demos) e al bene comune. Si chiamava liturgia, era prassi diffusa e anch’essa quasi obbligatoria. Pare che i proventi delle liturgie corrispondessero alla metà circa dell’intero bilancio pubblico della città di Atene nel IV secolo. Il significato della parola si evolve in età ellenistica fino a descrivere, nelle lettere dei sovrani, un comportamento di benevolenza nei confronti dei loro sudditi. A Roma, sarà lo stesso atteggiamento verso i sudditi a segnare la conduzione filantropica di alcuni imperatori del I e II secolo. Nella cultura latina, la sistematizzazione e la descrizione del dono come regola del comportamento a caposaldo dell’identità civica si deve a Cicerone con il De officiis e a Seneca con il De beneficiis. I due termini indicano rispettivamente la relazione che si viene a creare tra ricevente e donatore (officium) e quella tra donatore e ricevente (beneficium). Ambedue gli autori costruiscono le loro opere sul beneficium come azione simbolica fondativa della società, creando e mantenendo i legami interpersonali. Per Cicerone, il beneficium deve ispirarsi alla «utilitas communis»; per Seneca sono «benevolentia» e «amor» che, soli, possono garantire la salvaguardia della relazione e della reciprocità.
Le radici greche e romane della filantropia si sono incrociate con le pratiche religiose, quella ebraica e cristiana in primis, che ne hanno irrobustito l’impalcatura filosofica. E tuttavia sarebbe errato ritenere che le tradizioni occidentali rappresentino la sola origine culturale della filantropia, o quantomeno la più importante. Le ricerche antropologiche hanno dimostrato che gli esempi di donazioni private aventi funzione di sostegno al bene pubblico compaiono numerosi anche in altre tradizioni culturali e religiose, poco studiate purtroppo, come nel caso delle pratiche filantropiche islamiche, imbevute della tradizione greco-bizantina e lambite anche da quella giudaico-cristiana. Ai primordi della tradizione musulmana del dono risalgono strumenti come la waqf, una pratica all’avanguardia che si è molto affermata nel IX e X secolo.
La waqf è stata per secoli un’istituzione centrale al processo di civilizzazione islamica e per molti versi anticipatrice delle fondazioni filantropiche moderne. Regolata da norme islamiche (era un atto caritatevole con cui una persona abbiente cedeva una sua proprietà per amore di Dio), la waqf è un meccanismo molto semplice. Prevede la cessione permanente e inalienabile di proprietà private, di beni immobiliari o di capitali, istituiti come donazioni per un servizio sociale chiaramente identificato (poveri, viandanti, studiosi, mistici). Le waqf costituivano più della metà di tutta la proprietà immobiliare in diversi paesi islamici. Anticipando di molto i tempi moderni, queste fondazioni di fatto informavano e supportavano con le loro istituzioni il sistema legale, ed erano la spina dorsale della vita pubblica e della società civile proprio perché del tutto impermeabili agli eventuali avvicendamenti di natura politica. Tutti i cittadini del mondo islamico contavano sulla waqf per la costruzione e gestione di moschee, scuole, università, ospedali, mense pubbliche, e di infrastrutture essenziali come ponti e illuminazioni stradali. Questa pratica ha attraversato secoli di tradizione e le waqf continuano ad esistere, anche se il loro assetto è mutato in misura consistente a causa degli interventi delle potenze coloniali prima, e poi per i successivi processi di nazionalizzazione e modernizzazione delle società islamiche nel XX secolo.
Va detto, a scanso di equivoci, che l’arsenale di strategie della filantropia islamica resta particolarmente ricco e scrupolosamente disciplinato. La zakat, per esempio, è una forma di elemosina rituale non volontaria, un dovere religioso talmente importante – «un atto che ci aiuta a liberarci dall’eccessiva avarizia, imparando l’autodisciplina e l’onestà» – da essere annoverato tra i cinque pilastri dell’islam. Ma non è il solo. Il Corano prevede anche la sadaqa, una donazione volontaria più flessibile per quantità e tempistica di elargizione, che si accompagna a un atteggiamento di prossimità specificamente dedicato alle fasce deboli, alle persone povere. Zakat e sadaqa sono concepite come espressioni della pietà umana che ogni buon musulmano deve saper vivere, agendo concretamente nel prendersi cura dei bisogni dell’umanità. Come vedremo in seguito, negli ultimi decenni la filantropia islamica, al pari di quanto avviene per altre confessioni religiose, ha acquisito nuova visione e consapevolezza del proprio ruolo, anche sul piano globale. Sempre più emerge con protagonismo strategico negli scenari delle crisi internazionali, con forte capacità di orientamento delle popolazioni beneficiate e con una forza di impatto che è impossibile ignorare, nel gioco geopolitico della filantropia.
La waqf non è però il solo modello precursore delle fondazioni private. Anche in Europa erano i...