Dopo il successo del primo volume, Princirunner, vincitore del premio letterario “Il Canto del Mare”, Andrea Fagioli ci regala Princirunner plus - 42.195 storie di corsa; e questo non è un numero casuale, essendo 42.195 gli esatti chilometri della maratona. Il filo conduttore è dunque il medesimo del libro precedente, la grande passione per uno degli sport più antichi e praticato in Grecia già dalla prima edizione delle Olimpiadi, la corsa. Qui Fagioli intreccia sapientemente aneddoti sportivi a episodi personali, in una narrazione scorrevole e avvincente che parte dalla Liguria e arriva fino agli Stati Uniti d’America. Come il volume precedente, anche questo racconto si snoda in quarantadue capitoli più una lettera, denominata la «195» se da una parte è evidente il richiamo numerico alla maratona, dall’altra si crea un filo diretto con il precedente libro di cui questo si configura come naturale prosecuzione. Le “tappe” di Princirunner ripercorrono, tra un aneddoto e l’altro, anche spaccati di vita quotidiana, dall’incontro con la donna amata alla nascita dei figli. Ma il punto di vista è sempre quello dell’atleta, atleta che si scontra costantemente con se stesso deciso ad abbattere il proprio record personale; atleta che si ritrova a fare i conti con le restrizioni del primo dei lockdown.
«Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona», diceva il grande atleta cecoslovacco Emil Zatopek, e lo sa pure Andrea Fagioli. A noi non resta che scoprirlo tra le pagine di Princirunner!
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Princirunner plus
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Information
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1. Qualche ora
più tardi
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Domenica 9
dicembre 2018, ore 14 e qualche minuto.
Mi trovavo
seduto sul divano di casa, ancora vestito di tutto punto come se dovessi
partire per andare a correre la mia prima maratona, ma quello, fortunatamente,
lo avevo appena fatto.
Stavo guardando
la mia immagine riflessa nello schermo nero e spento della TV a 46 pollici del
soggiorno, completamente privo di qualsiasi tipo di energia psicofisica.
Lo vedevo a
pochi centimetri da me il telecomando, il cervello dava il giusto input
a prendere lāoggetto che serviva appunto a telecomandare. Il problema era che
gli impulsi che continuava a dare la testa non venivano recepiti dai sottoposti
arti, con la tragica conclusione che il telecomando rimaneva al suo posto, la
televisione di conseguenza rimaneva spenta e io continuavo a fissare entrambi i
dispositivi, senza che nulla accadesse, incredulo su quello che stava
avvenendo.
Ero distrutto,
ero felice. In effetti ero più felice che distrutto, o forse era il contrario,
la sensazione che stavo provando non era ben definibile, ricordo un misto di
emozioni che mi assalivano e mutavano il mio umore da un minuto allāaltro.
Finita la gara,
dopo aver sorseggiato il meritato tĆØ ristoratore e dopo essermi preso un poā di tempo per
recuperare un minimo di energie, con immane fatica riuscii ad alzarmi dal prato
del campo di atletica, aiutato anche da mia moglie, dai miei figli e dal mio
compagno di avventura Claudio, anche lui abbastanza spossato.
Il viaggio di ritorno mi sembrò eterno; mi sentivo un novello Ulisse in
cerca della sua Itaca, i semafori erano come ciclopi con un unico occhio rosso,
mentre le altre vetture immerse nel traffico sembravano i maiali trasformati
dalla maga Circe e il suono dei loro clacson echeggiava alla stregua del canto
delle sirene. Ero avvolto in un limbo tra pensiero e realtĆ , non vedevo lāora
di arrivare a casa per farmi una bella doccia, sdraiarmi sul divano e godermi
il meritato riposo.
Feci a stento le
due rampe che portavano alla mia abitazione posta al secondo piano di una
palazzina degli anni Quaranta, poco fuori dal centro storico di Taggia. Il
paese in cui vivo, borgo antico ligure riconosciuto come uno dei borghi più
belli dāItalia e secondo centro storico, come estensione, di tutta la Liguria,
dopo Genova ovviamente, era per me ora, esclusivamente chioccia e rifugio per i
miei stanchi muscoli.
Quella domenica
non andai a consumare il classico pranzo dalla suocera con tutta la famiglia,
restai a casa. Ero ancora seduto sul divano dopo unāora, fissavo il telecomando
e la televisione, fino a quando arrivò il famigerato sintomo del post gara. Non
ero preparato, pensavo di essere stanco e non avrei mai immaginato di provare
del vero e proprio dolore fisico, un attacco al centro della pancia, come il
pugno del āGrande Carroā di Kenshiro. Giocoforza, mi
dovetti alzare e, piegato quasi in due, riuscii a raggiungere il bagno.
Quello che
successe dopo preferirei non descriverlo, non mi sembra corretto nei confronti
dei più deboli di cuore e delle persone prive di coraggio.
Dovetti chiamare
rinforzi, chiaramente lāunica persona che mi poteva sopportare in quei
frangenti, Nicoletta, che arrivò quando ero già sdraiato sul letto, in
posizione supina e contraria a come mi coricavo di solito. Ero riuscito a
mettere tutti e quattro i cuscini del nostro letto uno sopra lāaltro, mi ero
sdraiato mettendo le gambe sopra quel soffice castello in maniera da tenerle
alte, mi ero coperto con il mio plaid da divano con i girasoli di Van
Gogh ed ero rimasto in attesa.
Il giorno dopo
ho inviato la fotografia di quellāimmagine di me sdraiato nel letto a Claudio,
sembravo un sopravvissuto, Cristo Morto del Mantegna. Dopo alcuni
minuti dallāinvio del messaggio tramite WhatsApp, sento il telefono
vibrare, sul display appare la classica notifica verde con la scritta
Claudio: apro il messaggio e muoio dal ridere, la stessa foto con la stessa
posizione, diverso colore di plaid e diverso soggetto, ma ugualmente
annientato.
Avevamo finito
quella gara ed entrambi avevamo capito che la maratona ĆØ una corsa ma non ĆØ un
gioco, ĆØ una cosa seria e come tutte le cose serie non deve essere
sottovalutata. In quegli istanti, il solo pensiero di effettuare lo sforzo che
avevo appena compiuto mi faceva rivoltare nuovamente lo stomaco, ma si sa, il
giorno dopo ĆØ un nuovo giorno e il tempo cura tutte le ferite.
2. The day after
Il giorno dopo era tutto diverso, il dolore fisico non contava più, a prevalere e a soccombere il corpo era la testa, era il pensiero di avere fatto qualcosa per cui pensavo di poter essere ricordato per lāeternitĆ : la chiamo la psicologia del āthe day afterā.
Ovviamente, come quasi tutti i comuni mortali o perlomeno quelli che praticano lo sport come me e sono dei principianti, il giorno dopo qualsiasi gara che si svolge di domenica cāĆØ il lunedƬ. Il mio idolo adolescenziale cantava che odiava quel giorno lƬ e per la maggior parte dei casi anche io odiavo il lunedƬ perchĆ© era sinonimo dellāinizio di una lunga settimana lavorativa. Ma quel giorno ero felice anche di andare a lavorare, quel giorno per me rappresentava il giorno in cui dovevo raccogliere i frutti dellāimpresa che avevo appena compiuto.
Dicevo che il dolore fisico non contava più, anche se avevo i polpacci che continuavano a muoversi da soli, ĆØ un fenomeno che succede quando si sono fatti degli eccessivi sforzi fisici, si chiama āfascicolazione muscolareā, i muscoli continuano a fare dei guizzi improvvisi, come se fossero stimolati di continuo da piccole scariche elettriche. Guizzi a parte, quella mattina feci una lauta colazione, mi vestii in maniera più elegante del solito e andai a lavorare.
Appena uscito di casa, la sensazione che provavo era quella dellāosservato speciale, mi sentivo come Fabio Grosso il giorno dopo aver alzato la coppa del mondo nel 2006.
Ā«Ragazzi, ĆØ lui che ha messo quel pallone a giro alle spalle di Lehmann, dopo quel meraviglioso assist no look di Andrea PirloĀ», Ā«Grazie a lui che Fabio Caressa ha potuto gridare a tutta lāItalia: āAndiamo a BerlinoāĀ», Ā«Lui ha tirato lāultimo rigore contro la Francia, pensa che responsabilitĆ ci vuole, io non ce lāavrei mai fattaĀ», Ā«Grazie a lui abbiamo vinto i mondialiĀ». Queste credo che siano le frasi che Fabio Grosso immaginava pensassero, vedendolo, le persone che incontrava quel fatidico giorno dopo.
Nel mio piccolo e in piena psicosi del āthe day afterā, anche io pensavo che tutte le persone che incontravo quel giorno pensassero qualcosa di simile su di me, del tipo:
Ā«Ragazzi, ĆØ lui che ieri ha corso la maratona di SanremoĀ», Ā«Grazie a lui mi ĆØ venuta voglia di correre anche a meĀ», Ā«Pensate che voglia correre 42.195 chilometri, ma come ci ĆØ riuscitoĀ», Ā«Io non ce lāavrei mai fattaĀ».
Il lunedì è anche il giorno per me di ricevimento dei tecnici in Comune, immaginavo che avrei passato tutta la mattina a dover raccontare della mia fatica.
Arriva il primo tecnico e parliamo di lavoro, pe...
Table of contents
- Prefazione
- 1. Qualche ora più tardi
- 2. The day after
- 3. Zazzarazzaz
- 4. Ćgni muntĆ¢ a lĆ a so cĆ¢Ć
- 5. La Pineta
- 6. Notti magiche
- 7. (R)Evolution
- 8. Le categorie
- 9. Lāidea
- 10. Organizzazione F.
- 11. Genova per noi
- 12. La mezza di Genova
- 13. Le scarpe
- 14. Tre indizi fanno una prova
- 15. Fottitene dellāorgoglio
- 16. AV(A) trail
- 17. Verba volant
- 18. Per la Gioconda
- 19. In che condizione
- 20 Ironside
- 21. Fra ponti e cittĆ
- 22. Alla ricerca della scena perduta
- 23. State Island
- 24. Brooklyn
- 25. Queens
- 26. Manhattan
- 27. Bronx
- 28. Central Park
- 29. Sulla strada ci sono solo io
- 30. PƬn fa pƬn
- 31. La Naturun
- 32. Ricominciamo
- 33. Una figata pazzesca
- 34. Lāultima gara
- 35. Preparazione
- 36. E poi cāĆØ Michele
- 37. Quella maratona non sāha da fare
- 38. Lockdown
- 39. Post lockdown
- 40. Lei
- 41. Virtuale
- 42. Lāunica corsa vinta
- 195. Lettera dāamore
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