Fronte Sud
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Fronte Sud

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Fronte Sud

About this book

Da un'aggressione notturna che sconvolge la vita del magistrato minorile Malavoglia e della sua compagna, si innesca una spirale di eventi in cui il caso e l'intreccio di rivalse e decisioni imprevedibili non danno spazio a una rinnovata normalità.A irrompere sulla scena, un uomo impegnato nel rintracciare alcuni ragazzi africani dispersi lungo la Penisola, che Malavoglia decide di seguire in un viaggio che da Nord a Sud rivela un'Italia di contraddizioni. Il passato e il presente si incrociano, determinano scelte anche drammatiche, che inducono a riconsiderare ogni aspetto dell'esistenza, a scontrarsi con una storia che ritorna implacabile ma non è più invincibile.

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Information

Publisher
Manni
Year
2022
Print ISBN
9788836171675
eBook ISBN
9788836171767
PARTE SECONDA
CAMPAGNA D’ITALIA

Il professore

«Buona sera. Sì, sono io. Immagino che lei sia il professore».
Malavoglia aveva risposto alzandosi in piedi di scatto, teso com’era nonostante i pensieri spesi per tranquillizzarsi. L’uomo di fronte a lui, che ora gli tendeva la destra, aveva effettivamente un’aria professorale, oltre a un portamento d’altro tempo e d’altra cultura. Nel contempo i suoi occhi avevano qualcosa di febbrile e quasi magnetico. Il professore, forse quarantenne e persona palesemente energica, doveva essere uno che non si imponeva solo dalla cattedra e davanti a una platea di studenti.
«Sono il professor Amadi Kaleb».
Quelle parole suonarono all’orecchio di Malavoglia, chissà perché, come una dichiarazione di guerra o almeno il preannunzio di un duello.
Dopo che si furono seduti, il professore prese a parlare senza altri preamboli e senza alcun convenevole. Parole rapide, pronunciate in ottimo italiano e con tono secco: «Non so bene cosa le abbia detto Selim. Comunque devo chiarire subito che in Italia sono in una condizione d’illegalità. Se mi beccano mi sbattono dentro, anche perché ho con me una pistola. Lei, quindi, rischia...»
«Mi chiami Malavoglia, la prego, così come io la chiamerò Amadi. Sapevo grosso modo, pistola a parte, di questa situazione. Ma lei deve dirmi di più, anche perché non so cosa c’è dietro a tutto questo e se questo stesso incontro, che ho accettato soprattutto perché me lo ha chiesto Selim, possa essere effettivamente utile».
Non poteva che disporsi sulla difensiva, proprio come in un duello, e almeno non stava dicendo, anche se la situazione era decisamente imbarazzante, frasi insensate, che l’avrebbero fatto sentire come un negoziante di fronte a un cliente sconosciuto (In cosa posso servirla, signore?). Per fortuna, comunque, la sua pistola era ancora sotto sequestro: nonostante tutto, un altro duello a pistolettate proprio non l’avrebbe retto. Alla peggio, avrebbe implorato il professore, con un po’ di faccia tosta e pur riconoscendo che era divenuto un teste scomodo, di risparmiarlo per il bene di Elettra...
«Dietro, Malavoglia, c’è una lunga storia. Gliela racconto, ma questo non è il posto migliore. Non aveva pensato che per uno come me è bene stare all’aperto il meno possibile? Aveva paura di compromettersi troppo facendomi entrare in una casa? Ne ha due!»
«Sono troppe anche quelle? Comunque ha ragione, anche se qui non siamo in piazza San Carlo o in qualche altro salotto di Torino. E incontrarci in territorio neutro mi sembrava più logico».
«Territorio neutro? Siamo già in guerra? Certo, con gli italiani non è una novità, ma con lei speravo in qualcosa di meglio!»
«Senta, Amadi, mi dica in poche parole, senza divagazioni e provocazioni, se la storia riguarda, oltre a lei, dei minori. Visto che sa tutto, sa pure che sono un magistrato minorile e, anche se di questo forse non gliene frega niente, che devo occuparmi anche della mia compagna. Lei i colpi di pistola se li è già beccati».
«Ha paura che la faccia fuori? Stia tranquillo, anche se la gente delle istituzioni italiane mi è effettivamente poco simpatica. Ancora meno dopo che mi hanno espulso in 48 ore come pericoloso per la sicurezza della Stato. Con un provvedimento del ministro, del Viminale, mica di un qualunque prefetto di questo vostro bel Paese ancora fascistello. Comunque, checché ne pensino o facciano finta di pensare, non sono un terrorista islamico, non c’entra l’Isis e...»
«E lei non ha ancora risposto alla mia domanda».
Il professore gli ficcò addosso gli occhi come denti. Una cosa così era certamente più abituato a dirla che a sentirsela dire. Ma qualche attimo dopo, chissà in base a quale pensiero, tirò fuori un sorriso, anche se acidulo: «La risposta è sì. Certo che ci sono in ballo, come dite in Italia, dei ragazzi. Sei maschi e una femmina, sorella di uno di loro. Tutti ancora minorenni. Sono africani, non italiani. Spero che questo non faccia differenza per lei».
«Mi complicherà ulteriormente la vita, ma certo che non fa differenza. E se sono sette dobbiamo proprio andarcene da qui. A mezzanotte staremmo ancora parlando e a quell’ora, a due passi dal Po, farà freddo, per non parlare dell’umidità. Senza contare che, se qualcuno ci vede fermi qui per ore, ci scambia per gay e, con l’aria che tira, chiama la polizia o viene a menarci direttamente».
Il professore sorrise, questa volta di gusto, e poi entrambi si diressero verso l’auto di Malavoglia, parcheggiata nei pressi. Il magistrato fece una veloce spesa in un piccolo supermercato. Nella villetta, dove entrarono poco dopo, era rimasto, partito Moreno, proprio poco. Mentre consumavano una cena frugale, Amadi iniziò il suo racconto.
«Ho 39 anni e sono venuto in Italia due anni fa, nell’ambito di uno scambio culturale fra Italia ed Etiopia. Ad Harar, che come lei sa è una delle maggiori città del mio Paese e anche una della città sante dell’Islam, insegnavo storia in una scuola superiore. La storia è stata la passione della mia vita fin da bambino...»
Lo credo bene, pensava Malavoglia. Bastava guardarlo, quell’uomo, mentre, ancora agli inizi del racconto, si infiammava già. Il professore, certo, non era un terrorista e al Viminale dovevano aver preso una cantonata o, più banalmente, ragionato nel senso che la prudenza non è mai troppa. Era anche vero che Amadi sembrava un incrocio fra Lumumba e Malcom X; cosa, però, da non dirgli nemmeno per scherzo, visto che doveva essere, come quelli, un uomo quantomeno suscettibile.
L’eloquio del professore venne interrotto, comunque, da altro, frutto dell’impegno parimenti appassionato di una persona molto diversa da lui: Terry, che chiamava Malavoglia sul cellulare. Il magistrato schivò rapidamente qualche domanda su di sé, poi Terry spiegò la ragione della telefonata: «Oggi pomeriggio è stato eseguito il decreto che dispone l’inserimento di Elena, con sua madre, in comunità. Le hanno accompagnate le assistenti sociali, dalla casa in quella via dal nome strano...»
«Von Moltke».
«Appunto. Da lì, dicevo, in una comunità fuori Torino, anche se non è lontanissima. Spero che Ivanka non faccia subito qualche colpo di testa».
Malavoglia, pur preoccupato anche lui, cercò di non tirare in lungo il discorso. Concordò con Terry che lei avrebbe cercato di procurarsi una copia del fascicolo della Court e di rimanere aggiornata. Si salutarono un po’ così, tanto che lui pensò che l’altra avesse, da buona carabiniera, fiutato qualcosa di strano. Chissà quali strade avrebbero preso tutte le cose e soprattutto le persone, compresi lui, Terry e il professore, coinvolte in quel guazzabuglio di storie.
Amadi – che nel frattempo, ancora affamato, aveva spiluccato qualcosa in cucina – lo guardava con aria ironica. Malavoglia tenne botta: «Caro professore, la giustizia funziona a modo suo non solo per lei!»
«Non ne dubito. Però i suoi problemi non sono i miei. E io, se permette, riprendo il mio discorso, sperando che non la chiamino troppo spesso o che lei si decida a spegnere il cellulare».
In certe cose Amadi era proprio un professore di quelli che talvolta ti viene da odiare. Ma che, comunque, andava ascoltato. E così, spento il cellulare, Malavoglia si dispose di nuovo all’ascolto, anche se lo spartito, dopo il duetto con Terry, cambiava completamente. L’altro ripartì con la prontezza di un bolide di Formula 1 all’accensione del semaforo verde.
«Nei miei studi ho approfondito soprattutto il periodo della guerra e dell’occupazione coloniale dell’Etiopia da parte dell’Italia. In questi due anni nel vostro Paese ho avuto il piacere di parlare con qualche vostro storico, ma anche la conferma di quanto già sapevo e cioè che di quelle vicende, una pagina orribile della vostra storia, in Italia si occupano solo alcuni storici. Per quasi tutti gli altri, vecchi e giovani, è come se quella guerra e quell’occupazione non ci fossero mai state».
«Sì, c’è stata una rimozione massiccia».
«E chi non ha rimosso... Vedrà cosa tireranno fuori al centenario, nel 2036. Non manca molto, meno di quindici anni».
«Temo anch’io».
«Comunque sia, la venuta in Italia è stata l’occasione per conoscere di persona Pierre Courtot, un intellettuale francese, convertito alla fede islamica, con cui corrispondevo e che ho incontrato proprio qui a Torino, dove la moglie ha un incarico di docenza. Un uomo di ampie vedute, di concreto impegno non solo culturale e, purtroppo, anche innamorato dell’Italia».
«Perché purtroppo? Per lei, Amadi, posso capirlo, ma...»
Negli occhi del professore balenò qualcosa che era molto più della rabbia: «Perché siete riusciti, temo, a fare fuori anche lui. E non in Africa o in Francia, ma nel cuore di casa vostra, della mitica Magna Grecia così ricca di intellettuali!»
«Generalizzi meno, per favore. Per tanti motivi, compreso il fatto che il titolo di intellettuale della Magna Grecia si tende ad affibbiarlo a sproposito già in Italia. Gianni Agnelli lo fece con un politico democristiano, De Mita, qualcuno l’ha fatto perfino con me. Ma andiamo avanti, la prego!»
«Courtot, che aveva disponibilità finanziarie pur non essendo un riccastro, voleva creare una piccola fattoria modello che ospitasse e facesse lavorare ragazzi immigrati dall’Africa. Sulla costa jonica della Calabria fra Reggio e Locri, una zona che gli piaceva in particolare. Ma, naturalmente, con i politici italiani nazionali e locali era un discorso che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe andato avanti per anni senza approdare a nulla».
«Però c’è l’esperienza di qualche canale umanitario che ha funzionato».
«Malavoglia, sa anche lei che in quei canali è coinvolta, direttamente o indirettamente, la Chiesa Cattolica e che, comunque, riguardano un numero molto limitato di persone. L’idea di Courtot, in ogni caso, si combinava benissimo con una mia».
A Malavoglia venne istintivo pensare che i guai più grossi stavano per arrivare, ma stette zitto.
«Dal mio osservatorio di Harar avevo, anche grazie a ricerche sul territorio della Federazione Etiope affidate a miei allievi, individuato sette ragazzi che, per provenienze e storie familiari, mi sembravano un campione, minimo ma emblematico, di disagio particolarmente acuto. Uno è un ragazzo del Tigrai, il nostro estremo nord, rimasto orfano dei genitori. Un altro è della zona di Harar, ma ci faceva la fame anche per conflitti gravi fra parenti, quelli che in Italia chiamate faide. Sono della stessa zona anche un ragazzino più piccolo e sua sorella, adesso diciassettenne, che ha insistito per partire anche lei, superando certe mie perplessità. Un ragazzo non è nemmeno etiope di nascita, ma eritreo, vittima di una storia di confini eternamente incerti e contesi. Gli ultimi due sono dell’Ogaden, regione a sud di Harar, un tavolato in parte desertico che ha sempre avuto una storia tormentata anche per la questione dei rapporti con i somali. Mio padre ne era originario e anch’io ho un legame particolare con quella terra».
«Fin qui è complesso ma chiaro».
«Ok, passo al seguito. Ho pensato, d’accordo con Pierre, di far arrivare in Italia questi ragazzi. Clandestinamente, ma non su un barcone. Salto, per farla breve, un po’ di passaggi. Sono arrivati con una barca, piccola ma sicura, sulla costa calabrese. Sei mesi fa, alla fine di settembre. Nessuno si è accorto di niente o qualcuno, grazie a Pierre, ha fatto finta di non accorgersi. Eccola, comunque, l’Italia, in tutti i sensi!»
«Sì, ma forse lei continua a generalizzare troppo. Mentre io comprendo il fine, meno il metodo ...»
Il professore non lo lasciò proseguire e fece esplodere la rabbia che aveva dentro, ma che gli era scritta in fronte e pervadeva ogni sua fibra.
«Il metodo era, comunque, infinitamente migliore di quello della ’ndrangheta o di chiunque altro abbia deciso di stroncare quell’esperienza! Pierre era riuscito ad avviarla benissimo, facendo funzionare l’azienda agricola con tre lavoratori locali e i sette ragazzi, di cui alle istituzioni italiane non sarebbe comunque fregato nulla. Ma Pierre, guarda caso, è sparito misteriosamente, a gennaio. Gli adulti, a quel punto, hanno abbandonato quasi subito la masseria e naturalmente i ragazzi, rimasti soli, sono scappati. La moglie di Pierre ed io abbiamo chiesto disperatamente alla procura del posto di indagare per capire cosa gli era successo, ma quelli non capiscono in partenza una storia lontana dai loro schemi e una persona generosa come Pierre. Forse pensano che si fosse messo in concorrenza con la ’ndrangheta per coltivare la cannabis... E comunque voi italiani avete tempi spaventosamente lunghi. Solo per farci fuori nel ’36 avete fatto alla svelta, la gloriosa guerra dei sette mesi!»
Malavoglia tentò di arginare l’invettiva del professore: «Della guerra d’Etiopia, Amadi, parleremo in un altro momento. E lasci perdere le procure, non solo perché sono un p.m. anch’io. Mi dica dei ragazzi, piuttosto».
«Cosa vuole che le dica? Ho i numeri dei cellulari, con qualcuno sono riuscito a parlare qualche volta, ma erano terrorizzati e si sono divisi per paura di essere beccati più facilmente se restavano assieme. Uno è rimasto in Calabria, la coppia fratellosorella è in Toscana. Degli altri, in pratica, non so bene dove si trovino adesso e che fine abbiano fatto».
Anche Malavoglia aveva parecchia rabbia in corpo: «Complimenti, professore. Anche perché ha continuato, immagino, a non dire niente di loro a nessuna autorità. Capisco che ce l’abbia con gli italiani, ma per i ragazzi minorenni la situazione in Italia non è quella del 1936 e...»
Ma ormai il dialogo era quello che era: giocare a strapparsi la parola come in un talk show. Amadi alzò ulteriormente la voce: «Forse è perfino peggiore, con tutti i ragazzi, africani e non, che affogano nel Mediterraneo e, se non crepano prima, girano per l’Italia inseguiti dalla polizia o da gente che li mena per razzismo o fascismo che ha solo cambiato nome. Che se l’è presa anche con me solo perché protestavo per Pierre e sono musulmano, anche se poco praticante. Hanno detto che era già troppo che stavo in Italia, mi hanno messo nel calderone degli imam filoterroristi e così mi hanno gentilmente imbarcato, su due piedi, su un volo per Addis Abeba. Ma io, ormai l’avrà capito, non sono uno che molla e così dieci giorni dopo ero di nuovo in Italia, anzitutto per ritrovare e salvare i miei ragazzi. La colonna Ogaden, come la chiamo io».
«La chiami colonna solo per sé o fra di noi, altrimenti risalta fuori, in altra salsa, il terrorismo. Mi dica, piuttosto, perché Torino e perché Selim, un ragazzo marocchino lontanissimo da lei e da tutto quello che ci stiamo dicendo».
«Sono rientrato in Italia dalla Francia e usando il treno, che è un po’ meno controllato. Naturalmente ho un documento falso. Conoscevo già Torino, dove abita un mio amico marocchino. Non poteva nascondermi, ma mi ha messo in contatto con Selim. Come dite voi, sbagliando perché il nome giusto è Salim».
«Non ci crederà, ma questo lo so, professore. Solo che non è questo il punto».
«Infatti. Non avrei mai pensato che mi desse aiuto un ragazzo come lui, con i suoi problemi e con un’idea molto vaga del Corno d’Africa. Qualcosa gli ho dato per il nascondiglio che mi ha procurato, ma quei soldi erano niente rispetto al rischio che correva. La verità è che proprio un ragazzo con la storia di Salim poteva capire una battaglia come la mia ed essere solidale, per come poteva, con i ragazzi che ho fatto venire in Italia».
La lezione è finita, pensò Malavoglia, e il professore la sta chiudendo dicendo in sostanza che io, un italiano anziano che fa il magistrato, non sono esattamente fra quelli che possono meglio comprendere e solidarizzare. Resta da capire cosa vuole esattamente da me, anche se posso intuirlo.
Il professore, dopo aver bevuto ed essersi schiarito la voce, era più che pronto a rispondere agli interrogativi inespressi da Malavoglia.
«A questo punto le chiedo due cose: ospitarmi e, non appena possibile, partire con me per il viaggio che intendo compiere per rintracciare i sette ragazzi. Ho bisogno di avere a fianco uno come lei. Se mi metto a girare da solo per l’Italia non farò molta strada. Capisco la sua posizione, ma lei dovrebbe sentire più di altri, e non solo come magistrato minorile, il dovere, l’obbligo morale, di fare quanto le chiedo».
«Dovere e obbligo morale non sono la stessa cosa. Mi dica, piuttosto, perché dovrei farlo. Perché proprio io».
«La chiave per la risposta è Selim, sempre lui. Mi ha raccontato cosa avete fatto, lei compreso, per arrivare, al di fuori dei circuiti legali, ai banditi che hanno ferito gravemente la signora Elettra».
Quel nome, sulle labbra del professore, fu per Malavoglia come una scarica elettrica. Dopo avrebbe pensato che forse era un’inconscia forma di razzismo, ma in quel momento non pensò a nulla e scattò come una furia: «Lasci perdere la mia compagna, che per fortuna sta un po’ meglio e comunque non ha bisogno del suo compatimento! E si sbrighi ad arrivare dove vuole arrivare, tanto ho già capito».
«Forse non del tutto. Selim, oltre che di quella storia, mi ha parlato anche dei contenuti, che l’avevano molto incuriosito, di carte che lei aveva raccolto e in cui, guarda caso, si parla della guerra d’Etiopia. Carte dove spiccava il nome di un certo Pietro Malavoglia...»
«Bastardo! Ha usato anche un ragazzo per entrare, oltre che nella mia vita...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Abstract
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Prefazione
  6. PARTE PRIMA, I GIUSTIZIERI
  7. PARTE SECONDA, CAMPAGNA D’ITALIA
  8. PARTE TERZA, RESE DI CONTI
  9. Nota dell’autore