La prudenza in Aristotele
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La prudenza in Aristotele

Informazioni su questo libro

Prefazione di Enrico Berti e traduzione di Faber Fabbris
Con un’intervista inedita all’autore
La Prudence chez Aristote è uno dei più importanti contributi della letteratura aristotelica del XX secolo, e indubbiamente fra quelli che hanno suscitato vasto dibattito sull’opera dello Stagirita. Se Aristotele ha presente l’intellettualismo etico di matrice socratica (evocato nell’incipit dell’Etica Nicomachea), si spinge anche molto al di là. Fra i punti più salienti dell’opera di Aubenque, c’è l’interpretazione dell’etica aristotelica in termini di “intellettualismo esistenziale”: l’incertezza, l’incompiutezza del mondo sublunare, rendono decisivo l’intervento della phróne¯sis individuale (il termine è tradotto dall’autore con prudenza, sulla scorta della terminologia ciceroniana). La virtù scaturisce quindi dal ruolo e dalla scelta dell’uomo rispetto alle condizioni varie e mutevoli del reale, piuttosto che dalla definizione ideale (platonica) del comportamento virtuoso. Indagando i rapporti tra metafisica, cosmologia ed etica aristoteliche, Aubenque fornisce una chiave di lettura rinnovata e convincente della riflessione morale dello Stagirita.

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Informazioni

Anno
2018
Print ISBN
9788838244162
eBook ISBN
9788838246562

1. I testi

In diversi passaggi della sua opera, Aristotele utilizza il termine phrónēsis per indicare il sapere immutabile dell’essere immutabile, in opposizione all’opinione o alla sensazione, mutevoli come i loro oggetti; lo Stagirita si mantiene in ciò fedele al costume platonico. Nel libro Μ della Metafisica ricorda che è proprio per salvare questo sapere che Platone ha ammesso la teoria delle Idee: poiché –dice– dopo aver ammesso con Eraclito che il sensibile è in perpetuo movimento, bisogna necessariamente ammettere che esistano altre cose oltre alle sensibili, se si vuole che esista scienza e sapere di qualcosa, ἐπιστήµη τινὸς καὶ φρόνησις [1] . Nel De Caelo ,riconosce agli Eleati di aver scoperto per primi la verità per la quale «senza l’esistenza di nature immobili, non può esserci conoscenza o sapere », γνῶσις ἢ φρόνησις [2] .Una formula analoga si incontra nella Fisica , nella quale Aristotele chiaramente riprende, in questo caso senza riferimenti ai suoi predecessori, la tesi dell’incompatibilità del sapere e del movimento: ne trae la conseguenza che l’intelletto (διάνοια) «conosce e sa», ἐπίστασθαι καὶ φρονεῖν, non per genesi, ma «grazie alla quiete e al riposo»; e che un individuo «diventa sapiente e conoscente», φρόνιµον καὶ ἐπιστῆµον, «per il ritorno dell’anima alla calma, dopo l’agitazione che possiede per natura» [3] . Infine, nei Topici , Aristotele ricorre ad una associazione di termini simile per ricordare che gli esercizi dialettici non sono inutili «ai fini della conoscenza e del sapere filosofico», πρός τε γνῶσιν καὶ τὴν κατὰ φιλοσοφίαν φρόνησιν [4] . In questi quattro passaggi Aristotele usa i termini φρονεῖν e φρόνησης, sistematicamente associati a ἐπιστήµη o a γνῶσις, per designare la forma più alta del sapere: la scienza dell’immutabile, del soprasensibile, in una parola il sapere autentico, filosofico. Anche se Aristotele non attribuisce a questo sapere lo stesso contenuto di Platone, e anche se (diversamente dal suo maestro) crede possibile raggiungere nell’ambito della fisica stessa l’esigenza scientifica di stabilità, è indubbio che la phrónēsis designa in questi testi aristotelici un tipo di sapere conforme all’ideale platonico della scienza; è chiaro anche che questa phrónēsis non differisce dal concetto che Aristotele descrive ampiamente all’inizio della Metafisica , e che appare sotto altro nome, quello di sophía . Ne sia prova il fatto che per caratterizzare la sophía , e mostrare ch’essa è la scienza prima, architettonica, che non esiste in funzione di altro, ma che è essa stessa il proprio fine, egli non esiti a qualificarla di φρόνησις [5] .
Nell’ Etica Nicomachea lo stesso termine phrónēsis designa invece un concetto ben diverso. Non si tratta più di una scienza [6] , ma di una virtù. Certo, si tratta di una virtù dianoetica [7] , ma anche nell’ambito della dià-noia non è la virtù che riguarda le cose più elevate. Aristotele introduce, in effetti, una suddivisione all’interno della parte razionale dell’anima: con la prima di queste parti l’uomo considera le cose che non possono essere altro da quello che sono; con l’altra, conosce le cose contingenti. Se quest’ultima è chiamata da Aristotele calcolatrice (λογιστικὸν) [8] o ancora opinativa (δοξαστικὸν) [9] , non ci sorprenderà che la prima venga definita scientifica (ἐπιστηµονικὸν) [10] . Più inatteso che la phrónēsis, altrove assimilata alla più alta delle scienze, non solo non sia più considerata una scienza, ma neppure la virtù della parte scientifica dell’anima razionale: la phrónēsis designa infatti la virtù propria della parte calcolatrice o opinativa dell’anima [11] . Esiste anche un altro spostamento semantico non meno sorprendente: se all’inizio della Metafisica la phrónēsis serviva a definirne il sapere disinteressato e libero, costituente un fine in sé, in contrapposizione all’arte, che nasce invece dalla necessità e mira alla soddisfazione di un bisogno, la phrónēsis dell’ Etica Nicomachea è appannaggio degli uomini che orientano il proprio sapere verso la ricerca dei «beni umani» (ἀνθρώπινα ἀγαθὰ) [12] e che sono in grado quindi di riconoscere «i loro interessi» (τὰ συµφέροντα ἐαυτοῖς) [13] . Insomma, la phrónēsis, assimilata nella Metafisica alla sophía, è ora ad essa contrapposta: la sapienza riguarda il necessario, ignora ciò che nasce e perisce [14] , è dunque immutabile come il suo oggetto [15] . La phrónēsis riguarda il contingente [16] , varia a seconda degli individui e delle circostanze [17] . Mentre la sapienza è altrove presentata come una forma di sapere che sorpassa la condizione umana [18] , la phrónēsis scende ad un rango inferiore a causa del suo carattere umano, troppo umano. «È assurdo pensare che la prudenza sia la forma più elevata del sapere, poiché l’uomo non è quanto di più eccellente esista nell’universo» [19] . Ma in realtà «esistono altri esseri molto più divini dell’uomo: ad esempio, per limitarci a quelli più manifesti, i corpi dai quali è composto l’universo» [20] .
Questa virtù, di carattere intellettuale, è concepita in modo da evocare più i meriti di un sapere opportuno ed efficace che quelli della contemplazione; è una rep...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La prudenza in Aristotele
  3. Indice dei contenuti
  4. Prefazione
  5. Nota alla traduzione
  6. Introduzione
  7. Parte prima: IL PROBLEMA
  8. 1. I testi
  9. 2. La tesi di Werner Jaeger
  10. 3. Critica della tesi di Werner Jaeger
  11. I. La storia delle idee
  12. II. Le fonti
  13. III. L'interpretazione
  14. Parte seconda: L’INTERPRETAZIONE
  15. Capitolo I. L’uomo della prudenza
  16. 1. Definizione ed esistenza
  17. 2. La norma
  18. 3. Il tipo
  19. Capitolo II. Cosmologia della prudenza
  20. 1. La contingenza
  21. I. Prudenza e contingenza
  22. II. Dal caso divino ai fallimenti della Provvidenza
  23. 1. Etica Eudemia
  24. 2. Fisica
  25. 3. Caso e vita umana secondo l’Etica Nicomachea
  26. 4. Il tema dell’ “impotenza” di Dio, e sua ambivalenza
  27. III. Prudenza e libertà
  28. 2. Il tempo opportuno (καιρὸς)
  29. Capitolo III. Antropologia della prudenza
  30. 1. La deliberazione (βούλευσις)
  31. 2. La scelta (προαίρεσις)
  32. 3. Prudenza e giudizio (γνώμη)
  33. Parte terza e conclusione: LA FONTE TRAGICA
  34. APPENDICE I. L’amicizia in Aristotele
  35. APPENDICE II. La “phrónēsis” negli Stoici
  36. APPENDICE III. La prudenza di Kant
  37. Bibliografia
  38. Intervista a Pierre Aubenque

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