Evoluzione storica della moneta
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L’argomento esposto in questa tesi ha come centro della discussione l’euro come moneta unica, le regole a cui devono sottostare gli Stati appartenenti all’area euro, quali hanno fatto dell’austerità il filo dominante.
Nel primo capitolo si esplicita la descrizione del signoraggio bancario adottato dalla Bce nella gestione dei “finanziamenti” e nella stampa della moneta unica. Si percepisce come per via convenzionale ai biglietti moneta (con costo di produzione zero) di valore intrinseco nullo si riesce a dare valore legale e allo stesso tempo produrre interessi. Sempre nel primo capitolo si danno le prime origini , nozioni ed attivazione del meccanismo.
Nel secondo capitolo si introduce il concetto di moneta unica iniziando a parlare con i cenni storici che hanno portato i vari Stati aderenti a definire la creazione della moneta, i tassi di cambio, le regole a cui sottostare per essere all’interno, le politiche economiche da adottare all’interno dei singoli Stati fino al famoso patto di stabilità.
Si in descrive infine come la BCE non ha un controllo democratico nei suoi comportamenti e che si impone come “titolare” di decisioni anche di politica economica negli Stati.
Nelle conclusioni si da un indirizzo di come si potrebbe venir fuori dalla crisi che ormai da almeno 5 anni vede sempre maggiori tagli ai servizi, perdita di posti di lavoro, assenza di tutela per coloro rimasti fuori dal mondo lavorativo, nonché il crollo del sistema finanziario il quale ricorso è sempre meno aperto ai piccoli imprenditori mentre vedono porte aperte le grandi imprese “condotte” o “vicino” a politici.

Letizia Vella, appassionata di materie giuridiche, ha frequentato l'I.T.C. G. Filangieri di Formia laureandosi successivamente in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza". Attualmente è docente di diritto ed economia presso le scuole superiori.
 

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Informazioni

Editore
Passerino
Anno
2019
eBook ISBN
9788834186046
Argomento
Economia

Moneta europea

2.1 CENNI STORICI
Le tappe dell’istituzione del Sistema monetario europeo:
  • 1979 – Istituzione del Sistema monetario europeo (SME), con la partecipazione di tutti i Paesi membri della Comunità europea, ad eccezione della Gran Bretagna;
  • 1986 – Approvazione della realizzazione del Mercato interno entro il 1992;
  • 1989 – La Commissione Delors consegna la proposta per l’attuazione di una moneta unica nella Comunità europea;
  • 1991 – Approvazione del Trattato di Maastricht che stabilisce le basi giuridiche e gli obblighi per la sostituzione delle valute nazionali con una valuta europea comune;
  • 1997 – Trattato di Amsterdam;
  • 1998 – Decisione su quali Paesi rispondono ai criteri di convergenza e possono partecipare alla terza fase del UEM dall’inizio;
  • 1999 – I corsi di cambio delle valute nazionali che partecipano all’euro sono fissate in modo irreversibile: l’Euro diviene la valuta di calcolo fra i Paesi partecipanti all’Eurozona e il debito pubblico dei Paesi partecipanti si converte in Euro;
  • 2000 – Trattato di Nizza; referendum popolare in Danimarca sulla rinuncia a quattro punti di riserva sul UEM, condizione per la partecipazione alla moneta unica (EUM) viene respinto con 56,6% contrari;
  • 2002 – Introduzione dei biglietti e moneta dell’Euro nei Paesi UEM; le monete nazionali vengono ritirate nel corso di 6 mesi. I prezzi nei Paesi sono trasformati in Euro, il che provoca alcuni rialzi su alcuni prodotti di consumo;
  • 2005 – I Criteri di convergenza fissati nel Patto di stabilità e crescita sono alleggeriti a causa del superamento del massimo consentito per debito pubblico di alcuni Paesi ( Germania e Francia);
  • 2005 – Referendum popolare in Francia respinge la proposta di Costituzione europea;
  • 2007 – Un nuovo Trattato dell’Unione viene concordato e sottoscritto dai capi di governo a Lisbona;
  • 2008 – l’Irlanda respinge con un referendum popolare il Trattato di Lisbona.
  • 2010 – Elaborazione da parte della Commissione Europea di obiettivi fondamentali chiamata “Europa 2020. Una Strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva).
Queste sono le tappe fondamentali in grandi linee, ma entriamo nel dettaglio.
Il Sistema monetario europeo (SME) fu “varato” ed entrò in vigore dal marzo 1979 [1] ed alla sua base fu posta una “moneta-paniere”, esterna al sistema: l’ECU (European Currency Unit). L’ECU era una moneta virtuale data da una media ponderata delle monete appartenenti al sistema, i cui pesi riflettevano l’importanza relativa del paese considerato: ECU= ∑pᵢ sᵢ dove p= pesi per ᵢ, che vanno da 1 a n (numero dei paesi del sistema) e s= tassi di cambio delle monete del sistema. Essendo l’ECU esterna al sistema, gli accordi di cambio dello SME avrebbero dovuto assicurare la simmetria al sistema stesso. E’ proprio perché simmetrico, sarebbe stato teoricamente possibile individuare la moneta sulla quale sarebbe ricaduto l’onere dell’intervento sul mercato dei cambi sulla base degli scarti delle quotazioni delle monete rispetto all’ECU.
L’evoluzione degli accordi di cambio nel senso di accrescere il grado di asimmetria degli stessi e la dipendenza delle politiche monetarie nazionali da quella della Bundesbank finì per fornire al sistema un meccanismo di disciplina che consentirà allo stesso di conseguire importanti risultati, soprattutto sul piano inflazionistico (Giavazzi, Pagano, 1988).
Lo SME fu una costruzione alquanto complessa: oltre agli accordi di cambio esso prevedeva meccanismi di credito a breve e medio termine per la difesa delle monete degli accordi stessi dagli attacchi speculativi e per il finanziamento di squilibri temporanei delle bilance dei pagamenti [2] , nonché un fondo monetario europeo di cui non si fece nulla e che verrà evocato nel 2010 dopo la crisi del debito greco.
La vita dello SME può essere divisa in tre fasi principali:
  • La prima, dal 1979 al 1986, che va sotto il nome di “vecchio SME”. Caratteristiche: frequenti revisioni delle parità centrali (riallineamenti); mantenimento dei controlli sui movimenti dei capitali;
  • La seconda, dal 1987, ciclo del cosiddetto “nuovo SME”. Le sue caratteristiche possono riassumersi nella sostanziale assenza di riallineamenti e nella graduale eliminazione dei residui controlli dei movimenti dei capitali;
  • La terza fase dello SME si apre, nel 1992, con un’ondata speculativa che investe le monete europee, sterlina e lira in primis. In un contesto difficile si scaricano sul sistema le conseguenze della riunificazione delle due Germanie.
Il 2 agosto del 1993 nuove pressioni speculative portarono l’UE a decidere l’ampliamento dei margini di oscillazione intorno alle parità bilaterali dal ±2,25 al ±15%. Solo il fiorino Olandese restò agganciato al marco con la banda stretta precedente. L’ampliamento della banda rappresentò il collasso di fatto dello SME.
Il 28 e 29 giugno 1989 il comitato Delors presentò il rapporto al Consiglio europeo di Madrid, che proponeva un processo articolato in tre fasi per la costituzione dell’unione monetaria. Prima fase era finalizzata ai passaggi preparatori: il completamento del mercato interno, la riforma dei fondi strutturali e il loro allargamento per ridurre le disparità regionali. La seconda fase avrebbe comperato diverse innovazioni. La sorveglianza della politica economica sarebbe stata rafforzata e sarebbero state introdotte regole per limitare i deficit nazionali.
Il sistema europeo delle banche centrali avrebbe sostituito il fondo di cooperazione economica europeo e il comitato dei governatori delle banche centrali.
La terza fase dell’UEM sarebbe iniziata con l’adozione di tassi di cambio irrevocabilmente fissi e il sistema delle banche centrali avrebbe assunto il controllo della politica monetaria comune.
Questo rapporto fu approvato dal Consiglio europeo e si decise di dare inizio alla prima fase a partire dal 1 luglio 1990.
Il Trattato di Maastricht, siglato nel 1992, prevedeva tre fasi per giungere all’unione monetaria europea. La filosofia era quella dell’approccio gradualistico, con periodo di transizione finalizzato al miglioramento della convergenza macro-economica.
La prima fase coprì il periodo che andava dal luglio 1990 al 31 dicembre del 1993. In essa furono raggiunti gli obiettivi
di: a) eliminazione di ogni restrizione ai movimenti dei capitali e completamento del mercato interno; b) avvio delle modifiche per assicurare l’indipendenza delle banche centrali; c) divieto di finanziamento monetario dei disavanzi pubblici; d) adozione della banda stretta (2,25%) di oscillazione dei cambi per tutti i paesi.
La seconda fase dell’UEM ebbe inizio il 1° gennaio 1995 e terminò il 3 dicembre 1998. Fu costituito l’istituto monetario europeo (IME), con sede in Francoforte, con l’obiettivo di coordinare le politiche monetarie dei singoli paesi membri, in modo da favorire la convergenza macroeconomica e di predisporre strumenti e le procedure per l’attuazione della politica monetaria della fase finale dell’UEM.
La terza fase ebbe inizio il 1° gennaio 1999. Ad essa furono ammessi undici paesi su quindici che avevano rispettato i cosiddetti criteri di convergenza; non venne ammessa la Grecia, mentre Inghilterra, Svezia e Danimarca scelsero di non parteciparvi in base alla cosiddetta option out clause [3] . I criteri di convergenza, il cui rispetto rappresentava la condizione per l’ammissione alla fase finale dell’unione monetaria europea, erano cinque e riguardavano l’inflazione, il cambio, i tassi di interesse a lungo termine e i rapporti al PIL dei deficit e dei debiti pubblici nazionali.
1 – Il tasso di inflazione nei dodici mesi precedenti la data della verifica non doveva superare di 1,5 punti percentuali quello medio dei tre paesi a minore inflazione. La convergenza era riferita all’indice armonizzato dei prezzi al consumo definito su basi confrontabili;
  1. – Una valuta doveva aver partecipato allo SME per almeno due anni e in tale periodo doveva aver fluttuato all’interno dei margini normali di oscillazione. Lo Stato membro non doveva aver svalutato di propria iniziativa il cambio centrale bilaterale nei confronti delle altre valute SME;
  2. – I tassi di interesse a lungo termine non dovevano superare di più di 2 punti percentuali la media dei tassi dei tre paesi a minore inflazione. I tassi da considerare erano i rendimenti lordi dei titoli pubblici a dieci anni;
  3. - Per la finanza pubblica, il Trattato fissava un duplice criterio di convergenza riguardante l’indebitamento netto e il debito lordo delle amministrazioni pubbliche. Il primo non doveva superare la soglia del 3%, il secondo il 60%, entrambi rispetto al PIL [4] . Se un paese incorreva in un deficit eccessivo, nelle cosiddette circostanze eccezionali; in particolare, il Trattato indicava tre specifiche condizioni: a) l’eccezionalità: lo sfondamento del 3% doveva essere dovuto a cause eccezionali, non ordinarie; b) la temporaneità: lo sfondamento del 3% doveva essere temporaneo; c) la prossimità quantitativa: il deficit doveva restare su valori prossimi al 3%. Queste tre condizioni dovevano verificarsi simultaneamente (Buti, Franco, Ongena, 1997).
Il 2 ottobre 1997, il Trattato di Amsterdam nasce dalla necessità di rendere le istituzioni comunitarie in grado di rispondere alle nuove esigenze decisionali e funzionali derivanti dal futuro allargamento dell’Unione Europea. La Conferenza si trovò a lavorare su tre punti indicati dal Consiglio europeo come fondamentali: a) rendere l’unione democratica ed efficace nelle procedure; b) ridurre il gap democratico a livello istituzionale avvicinando l’azione comunitaria ai cittadini; c) rafforzare la capacità esterna dell’unione.
Il Trattato di Amsterdam accelerò lo sviluppo di una “sovranità decisionale” dell’unione. Sempre il Trattato prevedeva, in un protocollo allegato, la sua revisione ad opera di una nuova conferenza intergovernativa.
I lavori della conferenza intergovernativa si conclusero nel dicembre 2000 con un testo provvisorio approvato dal Consiglio europeo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Evoluzione storica della moneta
  3. Indice
  4. Introduzione
  5. Signoraggio
  6. Moneta europea
  7. Conclusioni
  8. Bibliografia
  9. Sitografia

Domande frequenti

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