Memoria e rimozione
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Memoria e rimozione

I crimini di guerra del Giappone e dell’Italia

  1. 229 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Memoria e rimozione

I crimini di guerra del Giappone e dell’Italia

Informazioni su questo libro

I saggi qui raccolti esaminano – per la prima volta in chiave comparativa – i crimini di guerra commessi da Italia e Giappone e i processi di rimozione nella memoria pubblica, messi in atto dopo il 1945, riguardo alle pagine più buie del passato coloniale e alle violenze commesse durante la seconda guerra mondiale. Entrambi i paesi perseguirono obiettivi ambiziosi di espansione al fine di creare spazi di controllo imperiale, utilizzando politiche di sfruttamento e di controllo dei territori basate sul ricorso sistematico alla violenza: deportazioni e sanguinose rappresaglie, con fucilazioni di ostaggi e incendi di villaggi, come nel caso dell'occupazione italiana della Jugoslavia; oppure attraverso lo sfruttamento intensivo della forza lavoro coatta dei prigionieri di guerra e delle popolazioni assoggettate e lo stupro di donne dei paesi occupati da parte dei soldati giapponesi. Il volume analizza, inoltre, come il muro del silenzio sui crimini nazionali abbia cominciato a sgretolarsi in anni recenti, in Italia grazie a una nuova ondata di studi sulle occupazioni fasciste in Africa e in Europa, in Giappone soprattutto grazie ai numerosi processi intentati dalle vittime delle violenze giapponesi e dai loro familiari.

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Informazioni

I crimini giapponesi
Ken Ishida
Il problema dei crimini di guerra in Giappone e in Italia. Tre punti di vista comparati*8
Come si possono confrontare i crimini di guerra dell’Italia e del Giappone? Limitando la mia argomentazione al tema di questo convengo, cercherò di affrontare il problema da tre diversi punti di vista. Anzitutto, allo scopo di comprendere la ragione per cui furono commessi i crimini di guerra, è opportuno utilizzare una prospettiva di lungo periodo. Poiché il Giappone e l’Italia, in quanto ultime arrivate tra le potenze imperialiste, utilizzarono metodi simili per controllare le loro colonie oltremare, esaminerò come esse cominciarono ad adottare, fin dall’inizio del ventesimo secolo, metodi brutali per eliminare la resistenza locale. In secondo luogo, poiché la sensibilità nei confronti dei crimini di guerra è legata al modo in cui la popolazione in Giappone e in Italia si poneva rispetto alle sofferenze causate dalla guerra, accennerò all’atteggiamento adottato in proposito dagli intellettuali giapponesi e italiani negli anni trenta. In terzo luogo, esaminerò la stretta connessione tra i calcoli politici dei vinti e dei vincitori, in rapporto al proscioglimento dei responsabili dei crimini di guerra. Concentrandosi sui processi e le epurazioni successive alla seconda guerra mondiale, è facile trovare nel contesto storico l’origine dei mancati processi agli autori di tali crimini.
Il primo punto di osservazione concerne le caratteristiche dell’espansione coloniale degli Stati nazionali di nuova indipendenza. Giappone e Italia affrontarono problemi simili quali la presenza di scarse risorse a fronte di una numerosa popolazione in aree rurali scarsamente produttive. Per superare la loro debolezza economica si affrettarono a competere nella corsa coloniale. Tutti coloro che idolatrano le ricchezze delle colonie raccontano solo bugie senza sensi di colpa. Da parte mia, cercherò di fornire una visione di lungo periodo dell’espansione militare di Italia e Giappone, soffermandomi anche su esempi rilevanti di generali aggressivi quali Sadao Araki, Isamu Cho, Pietro Badoglio e Rodolfo Graziani.
Il Giappone, durante la sua prima guerra su larga scala contro la Cina nel 1894, sterminò 30 mila «contadini coreani ribelli». Nonostante che, con il trattato di pace del 1895, il Giappone avesse ottenuto l’isola di Formosa, l’esercito giapponese fino al 1915 impiegò 50 mila soldati in una campagna di repressione contro la guerriglia uccidendo 30 mila persone. Tra il 1918 e il 1922, durante la spedizione siberiana, i militari giapponesi sperimentarono un’altra guerra contro i partigiani. Il generale Sadao Araki, che negli anni Trenta divenne un acceso militarista, fu fautore dell’intervento contro il governo bolscevico e preparò la campagna militare in Siberia. Nel 1919 l’esercito di leva giapponese eseguì massacri, stupri e incendi per domare il movimento coreano del «Primo Marzo». L’asservimento dei popoli d’oltremare, anche durante la guerra russo-giapponese e la prima guerra mondiale, gettò gradualmente un’ombra sui «rispettosi soldati giapponesi».9
L’impero giapponese, che aveva la pretesa di essere il fratello maggiore di tutti i popoli asiatici, utilizzava il concetto dello scontro tra razze “di colore” e razze bianche per giustificare la sua espansione nei paesi asiatici vicini. Il complesso d’inferiorità nei confronti dell’Occidente alimentò anche la propensione a ricorrere a misure energiche di controllo e a metodi coercitivi verso le popolazioni asiatiche. D’altra parte i giapponesi sopravvalutarono il significato delle loro continue vittorie sulla Cina; per questo non riuscirono ad accettare le enormi perdite dovute alla forte resistenza incontrata intorno a Shanghai nel 1937. Da Shanghai a Nanchino, la vendetta sanguinosa si trasformò in un orrendo massacro. I soldati giapponesi, inoltre, vivevano saccheggiando la popolazione cinese, poiché spesso soffrivano la fame a causa dell’insufficiente appoggio logistico.10
L’Italia fece un ingresso peculiare nell’espansione coloniale con la “disonorevole” esperienza della sconfitta di Adua nel 1896. Le sconfitte strategiche si ripeterono anche durante la campagna libica dal 1911 al 1932. Poiché l’esercito italiano incontrò la resistenza della guerriglia, commise atrocità contro la popolazione facendo oltre 100 mila vittime. Oltre a far uso dei bombardamenti aerei e dei gas velenosi, il governatore Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani deportarono i contadini locali in campi di concentramento circondati da filo spinato dove, secondo le statistiche italiane, tra il 1930 e il 1932 morirono circa 30 mila prigionieri su 80 mila.11 A Graziani fu affibbiato il soprannome di “macellaio d’Etiopia”, per aver portato «i capi dissidenti legati mani e piedi a bordo di un aeroplano e [averli gettati] da un’altezza di diverse migliaia di piedi sugli accampamenti tribali».12 Persino dopo il rilascio dai campi di concentramento molti contadini furono costretti a lavorare «in condizioni di semischiavitù» per la costruzione di strade e progetti di sviluppo agricolo nell’interesse dei coloni italiani. La “missione civilizzatrice” spazzò via la popolazione locale o la cacciò dalle terre fertili.13
In nome della civiltà, Emilio De Bono, governatore della Tripolitania, ministro delle Colonie e comandante in capo durante la guerra d’Etiopia, proclamò la liberazione degli schiavi dell’Etiopia settentrionale nell’ottobre 1935. Sebbene paragonasse Mussolini ad Abramo Lincoln, molti dei suoi soldati furono reclutati con la forza nelle colonie italiane. La vita di questi soldati di colore era considerata così poco che si dice che Ciano abbia ucciso trentasei ascari dell’esercito italiano bombardandoli per sbaglio.14
Come i militari tedeschi che, tra il 1904 e il 1908, avevano perseguito una «strategia di sterminio» uccidendo la metà degli Herero e dei Nama nell’Africa sud occidentale, una volta promossi al ruolo di generali svolsero poi un ruolo importante negli anni quaranta nella guerra di sterminio contro l’Unione Sovietica, anche molti militari giapponesi e italiani, che avevano condotto spietate guerre coloniali, furono responsabili negli anni trenta e quaranta dell’espansione aggressiva dei loro paesi. Certamente il razzismo bianco della Germania e dell’Italia era diverso dal complesso di superiorità giapponese nei confronti della «famiglia asiatica», complesso in base al quale il Giappone avrebbe dovuto castigare i suoi “maleducati fratelli minori”. Tuttavia, non è possibile tracciare una netta distinzione tra la gerarchia delle razze e la visione discriminatoria dei giapponesi nei confronti degli altri asiatici considerati “inferiori”. Nella loro rapida espansione oltremare, i modelli di crudele escalation militare dell’Italia, del Giappone e della Germania si assomigliavano.15
Il generale Sadao Araki patrocinò nel 1931 l’operazione con cui venne fatta saltare in aria parte della ferrovia della Manciuria del sud, nei pressi di Mukden (cosiddetto Manchurian Incident) attribuendone la colpa ai cinesi, e un gruppo di «esperti di Cina» dell’esercito giapponese organizzò subito dopo un colpo di Stato con l’obiettivo di farlo diventare primo ministro. Uno dei cospiratori, Isamu Cho, che avrebbe dovuto essere nominato soprintendente generale nel progettato gabinetto Araki, fu uno dei principali responsabili delle atrocità di Nanchino nel 1937.16
Studenti “patriottici” giapponesi, tra cui i seguaci del generale Araki, furono inviati a Nanchino da undici università con il compito di uccidere i cinesi, come se si trattasse di un’attività accademica. Essi non si sentivano per nulla colpevoli, perché credevano fermamente nella onestà dell’esercito giapponese. Il militarismo fanatico mise radici in Giappone anche perché – circa ogni dieci anni a partire dal 1895 – il paese intraprese guerre e azioni violente di repressione contro i suoi vicini d’oltremare. Campagne militari condotte con grande crudeltà possono facilmente essere trasferite all’interno del paese. Così quando nel 1945 il generale Cho divenne capo di Stato Maggiore con il compito di difendere dal nemico le isole di Okinawa, anche molti civili giapponesi furono assassinati in suicidi collettivi coatti o nel corso delle operazioni suicide da lui volute.17
Sia Badoglio sia Graziani ricorsero all’uso di gas velenosi e a bombardamenti indiscriminati nella guerra d’Etiopia dal 1935 al 1936, così come l’esercito giapponese utilizzò i gas in Cina dopo lo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Occhiello
  3. Frontespizio
  4. Colophon
  5. Giovanni Contini, Filippo Focardi, Marta Petricioli, Introduzione
  6. I crimini giapponesi
  7. I crimini italiani
  8. Indice dei nomi
  9. Quarta di copertina