Il bisturi e la spada di Ted Allan e Sidney Gordon è un’impeccabile ricerca storica dedicata alla vita e alle opere del dottor Norman Bethune: medico brillante, sostenitore convinto della necessità di un sistema sanitario pubblico e, in qualità di chirurgo, attivo sia nei quartieri popolari canadesi, dove prestava gratuitamente la sua opera, che sui campi di battaglia della guerra civile spagnola e della rivoluzione cinese. Parte di quell’avanguardia internazionalista in grado di riconoscere immediatamente la gravità della minaccia fascista e che, senza indugio alcuno, si mise in gioco per combatterla, Norman Bethune approdò al comunismo osservando come fosse impossibile portare avanti un discorso sulla salute pubblica senza mettere radicalmente in discussione ciò che impedisce il dispiegarsi di una vera sicurezza sociale. Impegnato in prima persona nella durissima lotta contro la tubercolosi, Bethune ebbe modo di toccare con mano i perversi legami tra malattia, disoccupazione, condizioni abitativa e, quindi, appartenenza di classe. Per questo non tardò a mettere la sua vita al servizio di una sfida ancora più grande: la sconfitta della stessa pandemia capitalista che, ovunque, subordinava i più elementari diritti umani al profitto di pochi. Una lezione, quella di Bethune, quanto mai attuale oggi: un momento storico in cui il dilagare apparentemente senza limiti della speculazione finanziaria arriva a mettere in discussione la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta Terra.

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Argomento
MedicinaCategoria
Biografie in ambito medico1
Hopei, Cina settentrionale, 1939
Lasciate le colline, lo portarono per difficili passi, pressoché
impraticabili, dove il nemico non osava avventurarsi, dove i
cavalli non erano più in testa, ma in coda.
Lo
misero su una barella per i feriti. Aveva voluto fare il viaggio
sulla sua cavallina nera. Cavalcava corrucciato, il capo reclinato,
il braccio sinistro come morto e,
poco dopo la cima Bacio del Cielo, era crollato.
Quando rinvenne e si trovò in
barella, cullato dal movimento ritmico dei portatori, si limitò a
guardarli e si astenne dal protestare. Per un giorno e una notte si
trascinarono sulle brulle erte dell’Hopei settentrionale. Era una
carovana silenziosa, ostinata, composta di uomini, cavalli, muli.
Di giorno il sole di novembre era come un grande occhio solitario
velato di lacrime, un sole che non si stancava di guardare fra
lembi di nuvole. Di notte le stelle, sospese sui dirupi quasi a
sfiorarli, rischiaravano il cammino con la loro fredda luce. E mai
cessava il rumore dell’artiglieria, un lontano rumore come di
tuono.
La carovana andava fra la polvere,
la nebbia (diffusa sugli anfratti, che somigliavano così a laghi
montani), attraverso sentieri scavati nella roccia, punti intricati
dove ogni passo era contrastato. E andò finché quelle montagne, che
non finivano mai, furono lasciate alle spalle. Allora Tung Yu Cian,
un tozzo individuo che guidava la carovana cavalcando la cavallina
nera, alzò una mano. Tutti si fermarono a guardare l’ampia vallata
che si stendeva ai loro piedi.
Fong ruppe il silenzio. «Là»,
disse, «c’è il villaggio di Pietra Gialla». Lo indicò con la mano.
E la carovana incominciò a discendere.
Per un’ora scesero lungo i tortuosi
fianchi della montagna, finché non videro distintamente le scure
case del villaggio e le minuscole figure degli abitanti, che
accorrevano dai campi vicini. Quando la carovana raggiunse il
piano, una gran folla era raccolta davanti alla porta
settentrionale di Pietra Gialla. La carovana si stava avvicinando e
allora dalla folla si levò un grido di gioia e per tutta la vallata
riecheggiò un nome: «Pei Ciu En! Pei Ciu En!».
Pronunciando quel nome, salutavano
festosamente e sorridevano. Ma quando la cavallina nera arrivò alla
porta del villaggio ed essi videro da vicino la carovana, tutti
tacquero e non sorridevano più. Guardarono turbati Fong,
ammucchiato sul davanti della sella, il capo curvo, gli occhi colmi
di dolore e disperazione. Si scostarono per lasciarlo passare e si
rivolgevano delle domande. Che ne era di Pei Ciu En? Perché tanto
silenzio? Perché i portatori non levavano gli occhi da terra?
Quando però videro la barella, che veniva fatta passare pian piano
attraverso la porta del villaggio, non sapevano se credere ai
propri occhi e sui volti si rifletteva un grande dolore.
Tung fermò la cavallina e la
carovana si arrestò. I portatori si inginocchiarono, posando
delicatamente la barella a terra. Tenevano la testa bassa, quasi
che si sentissero responsabili.
Gli abitanti del villaggio si
raccoglievano attorno alla barella. Sì, era proprio lui, Pei Ciu
En, lo straniero, il Bianco Gentile. Soltanto due settimane prima
era passato come un turbine attraverso Pietragialla, galoppando
fieramente in testa alla carovana. Due settimane soltanto erano
trascorse dal giorno in cui era partito per il fronte aldilà delle
colline. Ed eccolo ora lì disteso, la testa reclinata, gli occhi
chiusi, il pizzo in su. Lo guardavano sconcertati, silenziosi. Non
c’era dubbio, era lui, Pei Ciu En. Ma che cosa poteva averlo
ridotto in tali condizioni, che sembrava morto? Nei paesi liberati
egli aveva fatto prodigi. Come luce il suo volto risplendeva nello
Shansi. Quella luce si era diffusa per tutta la Cina. Nei territori
ancora occupati aveva fatto impazzire il nemico. Il suo nome era
stato come una spada sospesa sul nemico. Che cosa dunque era
avvenuto?
I loro occhi andavano da Tung, dal
quale attendevano un buon presagio, a Pei Ciu En. Se tanti prodigi
aveva fatto, poteva farne ancora uno per sé. Non c’era dubbio: ora
si sarebbe levato in piedi, forte, eretto, irresistibile come il
fuoco, la sua bianca criniera su tutti sovrastante, le braccia
amichevolmente distese, gli occhi di smeraldo sempre inclini al
sorriso. Ebbe invece uno spasimo e si strappò di dosso le coperte.
Videro le bende e la pelle, che era, giù per le spalle, gonfia,
martirizzata. Eccoli allora tutti a terra e si lamentano e i
ragazzi si stringono ai più anziani e i portatori sembrano
atterriti.
Pei Ciu En aprì gli occhi. Era come
se si fosse svegliato dopo un lungo sonno. Si sollevò appoggiandosi
su un gomito e cercò con gli occhi Tung. Gli parlò brevemente in
una misteriosa lingua che solo Tung conosceva e ricadde giù
affaticato. Tung smontò da cavallo e parlò agli abitanti del
villaggio: «Dobbiamo fermarci qui», disse. Appariva triste, stanco.
«Veniamo dal fronte, abbiamo camminato un
giorno e una notte senza mai una sosta Egli non può più andare
avanti, deve restar qui, finché non abbia vinto il male che lo
tormenta».
Uno degli anziani si fece avanti.
Dinanzi alla barella s’inchinò cerimoniosamente secondo l’usanza
del luogo. Disse: «Lì per lì credemmo, vedendovi scendere dalla
montagna, che fosse il nemico ed eravamo inquieti. Quando scorgemmo
la cavallina nera e i portatori, ci sentimmo l’animo colmo di
gioia. Ora il dolore è nei nostri cuori. Meglio sarebbe stato il
nemico, meglio la terra bruciata, meglio veder le nostre case
distrutte e noi dispersi per le montagne, piuttosto che essere
testimoni di questo vostro ritorno così doloroso per tutti».
Pei Ciu En voltò la testa,
salutando debolmente con la mano.
Tung disse: «Ci occorre un posto
adatto, per il tempo che ci toccherà star qui». E l’anziano: «La
casa di Yu, il padrone della locanda: è la più bella casa del vil
laggio».
Si andò da Yu. Erano venuti anche
gli abitanti del villaggio, che attesero fuori, nel cortile.
C’erano anche i ragazzi. Sentivano, i ragazzi, che una grave
minaccia pesava sulla vallata, sulle montagne dello Hopei,
sull’intera Cina. Non sapevano spiegarsi perché una sciagura più
spaventosa del nemico stesse sospesa come un’ombra sul villaggio:
ma sentivano che era così e guardavamo gli adulti per cogliere sui
loro volti il riflesso degli avvenimenti. Una novità si ebbe nel
pomeriggio, sul tardi, quando arrivò un messo del Quartier
Generale. Si era avventurato in gran fretta per le montagne,
spedito dal generale Nie, non appena era giunta per telegrafo la
notizia. Aveva causato la più viva costernazione quella notizia e
subito era stato informato Mao Tse Tung, a Yenan. Immediata era
stata la risposta, tenere costantemente informati Ciu Te e Mao Tse
Tung sulla situazione e non risparmiare sforzo alcuno per
restituire Pei Ciu En sano e salvo al Quartier Generale. Il messo
era esausto per il lungo viaggio e aveva fame ma, ciò nonostante,
rifiutò il cibo che gli veniva offerto. Disse con impazienza: «Pei
Ciu En sta male e tutti attendono notizie e voi volete che io
mangi? Ma sapete che cosa è in gioco per noi tutti? Conducetemi da
lui, vi prego».
Fong lo contentò. Pensava che
sarebbe stato gradito a Pei Ciu En sapere che si vegliava non
soltanto qui vicino a lui, non soltanto nel villaggio e sulle
alture circostanti, dove era passata la triste carovana, ma in
tutto il territorio della Cina. La gente del villaggio stette a
lungo davanti alla casa di Yu in attesa di notizie. Poi, dato che
le ore passavano senza che nessuno venisse a comunicare qualcosa, a
uno a uno se ne andarono. Gli uomini tornarono ai loro campi,
voltandosi spesso verso
il
villaggio con aria preoccupata, una mano sugli occhi per
proteggerli dal riverbero. Quanto alle donne, esse saccheggiarono
le loro modeste provviste per portare sulla soglia della casa di
Yu, dove li lasciavano, polli, frittelle di miglio, uova, frutta e
verdura. Nelle strade i ragazzi giocando si dicevano l’un l’altro
che era necessario non fare baccano. A un dato momento arrivò Sciu,
un “diavoletto”
1
. Bussò alla porta di Pei Ciu En e non c’era modo di indurlo ad
andarsene. Tutto voleva sapere: chi era in casa, se si prevedeva
che Pei Ciu En sarebbe stato in grado il giorno dopo di partire, se
era lecito portare un po’ di cibo, se Pei Ciu En avrebbe gradito un
po’ di cibo.
Fong rimase vicino all’ammalato per
tutta la notte. Quando infine uscì, sembrava estraneo a tutto.
Corse via che si sarebbe detto fuggisse. Tung lo trovò all’entrata
del villaggio, seduto su una pietra, gli occhi fissi all’orizzonte
senza interesse. Tung si acquattò vicino a lui, senza dire una
parola e incominciò a tracciare nella polvere dei segni con un
bastoncino. Il sole non si era ancora affacciato dalle cime dei
monti. La vita nel villaggio stava riprendendo.
Tung chiese senza alzare gli occhi:
«Come sta?».
Fong si prese la testa fra le mani.
Disse: «Ero contento pensando che sarei stato in grado di curare il
maestro. Ora invece è come se avessi una pietra al posto del cuore.
Pei Ciu En è molto ammalato e io non ho più alcuna speranza». Alzò
il capo: «E ora che cosa diremo al generale Nie e a Mao Tse
Tung?».
«Mi chiamava il suo alter ego»,
disse Tung, «e in verità è come se ora anch’io fossi in fin di
vita. Andiamo da lui, vieni: non dobbiamo lasciarlo morire».
Giunti nel cortile, Tung prese una
panca, la pose sotto la finestra della stanza di Pei Ciu En, guardò
dentro e di lì non si mosse più.
A sera un’ombra penetrò nel
cortile. Chiese: «È questa la casa dove è ricoverato Pei Ciu
En?».
«Sì», e Tung si voltò e vide un
giovane con l’abito azzurro di cotone dei partigiani.
Il partigiano spiegò: «Siamo un
distaccamento dell’Esercito Popolare. Stavamo transitando in questa
zona, allorché ci venne comunicata, dalla gente del luogo, la
dolorosa notizia. E così in nome di Pei Ciu En abbiamo deciso di
fare qualcosa. Tutti noi, non appena saremo al fronte, ci offriremo
per compiere le missioni più rischiose, fino al supremo sacrificio,
se sarà necessario. Dovreste dirlo a Pei Ciu En». «Glielo dirò»,
assicurò Tung.
Il partigiano salutò e scomparve
nella notte. A questo punto Fong venne a sedersi vicino a Tung.
Chiese: «Ha chiamato?».
«No, non ha chiamato. È a letto
tranquillo. Solo una volta si è levato e sedutosi al tavolo, ha
cominciato a scrivere».
«Strano che abbia ancora la forza
di alzarsi e mettersi a un tavolo a scrivere». Fong non sapeva che
pensare. Guardò nella stanza rischiarata dal fuoco del camino: «Che
cosa potrà scrivere? Che cosa mai c’è nella sua testa? Vorrei
proprio saperlo».
«Forse», disse Tung, «c’è tutta
l’amarezza dei ricordi. Vedi in cielo quante stelle, è una di
quelle notti che piacevano a lui: ebbene mi sono stati confidati da
lui tanti ricordi quante stelle sono in cielo. Sulle montagne,
quando di notte la volta celeste sembrava un tempio di Buddha
scintillante di gemme, egli mi diceva: “Mio alter ego, qui è come
quando io ero ragazzo al mio paese”. Sempre mi diceva così: mio
alter ego… E ora c’è qui un’unità partigiana e gli uomini sono
decisi a sacrificarsi in nome di Pei Ciu En. Essi pure sono dunque
i suoi alter ego».
«Io, tu, essi… Ma sarà meglio
entrare… Non dobbiamo lasciarlo solo». Tung cominciò a piangere,
silenziosamente, senza vergogna: «Sì, ora entriamo… Scusa questa
mia debolezza. Son lacrime che presto asciugheranno. Vedi: per lui
è più amaro che per tutti gli altri uomini che ho conosciuto. Se
ora muore, sarà per la seconda volta. E ha soltanto quarantanove
anni. Quarantanove anni, capisci? Ogni uomo muore, tanti dei nostri
sono morti: ma ciascuno di noi ha soltanto una vita e soltanto una
morte, mentre egli ha avuto più vite e questa è la sua seconda
morte. Lo capisci? Questa è la seconda volta che muore e non vi
sono lacrime abbastanza in tutta la Cina per piangere su questa
sciagura».
Fong si levò in piedi. «In tutta la
Cina… No, compagno Tung, non vi sono lacrime abbastanza in tutto il
mondo».
[1]
Diavoletti erano i ragazzi al di sotto dei 16 anni che
fecero la Lunga Marcia con l’Esercito Popolare.
2
Detroit, Stati Uniti, 1926
Aveva trentasei anni e secondo la scienza medica era in punto di
morte. Nel suo letto meditava come quella vicenda era cominciata e
come ora stava per concludersi.
Diceva a se stesso che sarebbe
passato senza lasciare traccia, lontano dal supporre che il destino
stava per condurre grandi paesi e uomini oscuri attraverso guerre,
rivoluzioni, stermini, eroismi. Non sapeva che ancora una volta si
sarebbe sentito inabissare nei gorghi della morte; che sarebbe
venuto il giorno in cui un quarto
della razza umana lo avrebbe cantato come Pei Ciu En; che
sulle montagne inabitate un uomo chiamato Tung, di cui prima mai
aveva sentito parlare, avrebbe vegliato su lui, ricordando
la sua “prima morte”.
Non sapeva che egli un giorno
avrebbe scritto: «Non è dato a molti uomini di vedere la morte in
faccia, di apprendere la verità della propria vita guardando la
morte e continuare a vivere». Ora sapeva soltanto che era in fin di
vita e che la grande occasione, data dall’esistenza, era stata
sciupata. Non aveva molta importanza, d’accordo. Ma perché era
accaduto?
Quanto erano lunghe quelle notti di
Detroit, popolate di fantasmi e dei suoni e delle luci che
provenivano dalla strada! Che tormento quei sogni affannosi e gli
amari risvegli! Un labirinto gli pareva ora il disegno della sua
vita. Talvolta lo tormentavano i cattivi ricordi, talvolta sentiva
pietà di se stesso. Perché era accaduto? Perché era stato
sconfitto? Interrogativi senza risposta, i soli tuttavia che
valesse ancora la pena di porsi. Ricordava molti visi, molte città,
molti dolori, una serie sterminata di cose senza alcuna importanza.
Ricordava la sua casa, la guerra, la parentesi bohémienne, gli
sbandamenti e i buoni propositi, il lavoro, l’avvilente e
implacabile pungolo dell’istinto, i labili amori, le ardenti
aspirazioni, il tormento interiore e la fine di ogni speranza.
Dove, nel deserto chiamato vita, aveva smarrito la strada? E
perché?
3
La casa parrocchiale, la chiesa, i laghi dove nuotava felice, le colline dove era an- dato a caccia di farfalle: tutto ciò era Gravenhurst (Ontario) dove era nato e aveva trascorso la fanciullezza.
Com’era nitido il ricordo di quelle cose lontane! Ricordava anche quel che si diceva dei Bethune, emigrati dalla Francia settentrionale in Scozia nella seconda metà del Settecento. Erano ugonotti, gente che si era ribellata al conformismo (“non confor misti”, diceva a se stesso con soddisfazione, anche se la vicenda risaliva a trecento anni prima). Rimasero in Scozia due secoli e furono tutti uomini ragguardevoli: scienziati, giuristi, letterati, dirigenti ecclesiastici. Qualcuno raggiunse i più alti gradi. Poi emigrarono nel Canada e lì un Bethune divenne vescovo, il primo vescovo anglicano del luogo. Un altro Bethune lo troviamo rettore dell’Università McGill. Un altro, il nonno di Norman, dedicatosi alla medicina, si affermò come chirurgo a Toronto. Ricordava le chiacchiere sul nonno, quel che si diceva delle sue convinzioni tutt’altro che ortodosse e della sua passione per la scienza: se ne era fatto un modello ideale, cui non rinunciò mai negli anni verdi della vita. Soprattutto ricordava il babbo, col suo culto per la parola scritta e parlata e la mamma, una donna tenera e forte nello stesso tempo, sicura che suo figlio era destinato a grandi cose.
A ventun anni suo padre, Malcolm Nicholson Bethune, ruppe con la tradizione. In famiglia, in passato, ci si era dedicati alle scienze, alla religione, alla letteratura, all’insegnamento: Malcolm Nicholson Bethune aveva ambizioni più pratiche e si buttò negli affari. Eccolo dunque ‒ correva l’anno 1880 ‒ imbarcarsi per le Hawaii col fratello Angus, più anziano di lui, per andar a comprare una piantagione di aranci, donde si riprometteva rapidi guadagni. Ma a Honolulu s’imbatté in Elisabetta Anna Goodwin, una missionaria presbiteriana. Cambiò allora il corso della sua vita.
Miss Goodwin era la figlia di un ministro inglese 1 . Nata a Londra, aveva cominciato presto con la religione: già a dieci anni distribuiva materiale di propaganda nella capitale britannica. A ventun anni lasciò l’Inghilterra e divenne missionaria nelle Hawaii. Sentiva un immenso amore per il genere umano, voleva a ogni costo salvare i pagani diffondendo la parola di Cristo. Fu così brava che riuscì a convincere anche Malcolm, che tornò così alla Chiesa dei padri. Poco dopo Malcolm fece vela per Toronto. L’entusiasmo religioso lo aveva travolto. Non si parlò più di piantagioni di aranci. Partirono invece, da Toronto per Honolulu, Dio sa quante lettere: lettere d’amore, lettere per sollecitare il matrimonio.
La capacità di convincere di Malcolm non era inferiore a quella di Miss Goodwin. Ben presto infatti essa lo raggiunse nel Canada e fu celebrato il matrimonio.
Nel 1888 due avvenimenti di rilievo: sboccia in famiglia la prima vita, Janet, e Malcolm entra nel seminario di Knox per farsi prete. Il processo, cominciato nelle Hawaii, era ormai concluso. Ordinato che fu sacerdote, Malcolm si trasferì con la famiglia a Gravenhurst nell’Ontario settentrionale, dove cominciò ufficial...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Il bisturi e la spada
- Indice
- INTRODUZIONE
- IN MEMORIA DI NORMAN BETHUNE
- NOTA DEGLI AUTORI
- PARTE PRIMA
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- PARTE SECONDA
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- PARTE TERZA
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- PARTE QUARTA
- 32
- 33
- 34
- 35
- 36
- 37
- 38
- 39
- 40
- 41
- 42
- 43
- 44
- 45
- 46
- 47
- 48
- 49
- 50
- 51
- 52
- 53
- 54
- 55
- 56
- 57
- 58
- 59
- EPILOGO
- POSTFAZIONE
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