La ricerca continua di un qualcosa non preventivato, arricchisce di significato l'attesa nel vederlo realizzato, consci che l'eccezione non fa la regola, ma se ne trovassimo almeno una o più in ogni singola persona, saremo tutti ben lieti di agevolarne la diversa interpretazione.
In questo libro la parola racchiude il pensiero in un rapporto relazionale dove un sorriso, un incitamento, un'espressione del viso, un po' di sudorazione, un silenzio o semplicemente un balbettio, ci fa scoprire che la comunicazione verbale e non verbale, sono accumunate da un solo comun denominatore: l'emozione di poter dare, da parte loro, un contributo affinché accadimenti e tragedie riportate giorno dopo giorno dai mass media possano, attraverso le parole, svanire per sempre.
Ogni loro espressione di sentimento, risentimento, giudizio e ironia diventa per me un boccone amaro, difficile da ingoiare.

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Non porsi limiti "la terza dimensione della disabilità"
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Social SciencesCategoria
Disabilities in SociologyCOORDINARE LE EMOZIONI
“voce al coordinatore del centro
L.I.N.A.R. onlus”
Il rapporto con questa realtà è senza dubbio uno dei più efficaci della mia esistenza perché l'ha segnata profondamente ormai da moltissimi anni.
In effetti, per me non è mai stato "solo" un lavoro; mentre lo descrivo, provo da un lato le soddisfazioni amplificate tipiche di quando le esperienze si fondono con più parti del proprio Sé, e dall'altro assaporo allo stesso modo le amarezze dei fallimenti e le fatiche delle salite che in più di un'occasione ci sono state da affrontare.
Nel corso degli anni, ovviamente, sono cambiata, sia come persona sia come professionista; anche l'ambiente esterno ha seguito il corso del cambiamento, al quale finora ho avuto la fortuna di poter assistere.
Terminato il corso di Laurea in Servizio Sociale con una tesi di ricerca sulle storie reali di quindici pazienti psichiatrici, seguiti dal Servizio Sociale Territoriale, dove ebbi l'onore di fare il mio tirocinio più lungo, ho collaborato a più riprese e a vario titolo con l'Università degli studi di Firenze e per qualche tempo, con l'Ordine Regionale degli Assistenti Sociali come membro del Consiglio Territoriale di Disciplina, non ultimo, sono diventata la mamma di Giulia.
Nonostante che varie e interessanti strade abbiano intrecciato a più riprese la mia, è sempre accaduto che il mio cuore e la mia testa mi abbiano detto di ritornare al Linar (dal quale in sedici anni - su 36 - non mi sono mai realmente separata).
Per questo, sento di poter dire che questo Centro diurno è la mia cifra (nel bene e nel male) e che sono io la sua, detto naturalmente con tutta l'umiltà possibile e il totale rispetto e stima per tutte le altre persone che collaborano con me.
Ho ricoperto dapprima i ruoli di operatrice generica, poi mi sono avvicinata all'area educativa e, qualche anno dopo il conseguimento dell'abilitazione, ho avuto l'opportunità di poterlo coordinare. Per esperienza diretta e concreta quindi posso dire di conoscerlo in lungo e in largo e a 360°, senza paura di essere smentita!
Credo che, scherzi a parte, quest’aspetto sia stato fondamentale per la mia formazione professionale e per l'acquisizione di un ruolo sempre più di orientamento, com'è stato nel mio caso, perché è difficile pensare di condurre dignitosamente e così a lungo qualcosa che si conosce da un punto di vista esclusivo.
Il tratto caratteristico del Centro è che sia sempre stato composto di famigliari.
Fin dagli anni '70, infatti, un gruppo di famiglie all'avanguardia, decise di portare fuori dalle quattro mura delle proprie case i loro figli disabili per favorirne l'inserimento nella società di allora, questa scelta per quei tempi fu molto coraggiosa.
Così seguendo l'iter legislativo in divenire, alla stregua dei tempi che correvano e in seguito agli adeguamenti necessari, le stesse famiglie sono arrivate fino a oggi, con sempre in mente il progetto più caro al loro cuore, da perseguire e per cui lottare.
Già, perché a volte può capitare di perdere di vista questa precisa esigenza, che è ciò che mette in azione da quarant'anni ogni giorno nuovo al Centro diurno Linar.
Alla fine degli anni Novanta, il lavoro delle famiglie dell'Associazione Linar si è arricchito dell'apporto tecnico e delle competenze, nell'ambito della diversabilità, della Cooperativa Sociale Matrix Onlus, con la quale essa condivide la progettazione e la realizzazione delle attività educative a favore dei nostri ospiti.
La metodologia utilizzata in questo senso attinge i suoi contributi da più modelli di riferimento e, dopo averne elaborata una sintesi condivisa, determina i tratti che contraddistinguono i modi operativi del Centro.
Adesso potrei scendere nel merito di nomi, citazioni teoriche o tecnicismi vari ma non credo sia ciò che descriva maggiormente quello che voglio dire.
Quando mi è stato chiesto di raccontare il Centro, mi sono subito venute in mente le persone. Perché loro sono il Centro. Mi vengono in mente Lucia, Mauro, Silvia, Chiara, Daniele, Andrea, Franco, Paolo, Maria Pia, Gianni, Tommaso, Gabriele, Samanta, Susanna, Francesco, Marco, Sara, Antonio e la Sonita. Con anche un po' d'emozione.
E poi mi vengono in mente gli operatori, i miei colleghi: Marco e Marco, Rocco e la Barbara.
Anche verso di loro, le sensazioni sono vibranti.
Tutti i volontari che negli anni, regalandoci il loro tempo e la loro pazienza, hanno contribuito a farci andare avanti e raggiungere soddisfazioni che senza di loro non avremmo mai potuto raggiungere (i famosi "risultati attesi", definiti tecnicamente).
Giuro che lo dico senza retorica. Sì, perché se c'è un paradigma teorico di riferimento che poi diventa subito pratico al cospetto della realtà, è il concetto del miglioramento qualitativo della vita e con esso quello delle persone con cui lavoriamo.
Questo è ciò cui tutti insieme dobbiamo tendere e questo si manifesta in piccoli gesti e attenzioni quotidiane che poi acquisiscono significati enormi nelle vite di altri.
Ringrazio il Dottor Giuseppe Brancato che, giacché Vice Presidente dell'Associazione Linar da Settembre 2018, babbo di Daniele dal 1986, mi ha chiesto di scrivere queste righe, dandomi l'opportunità di rileggere e di dare un peso ancora più specifico ai piccoli e grandi risultati cui in tutti questi anni abbiamo avuto la fortuna di poter lavorare. E non mi riferisco a targhe o premi o a riconoscimenti ottenuti di chissà quale fattura! Mi riferisco invece all'opportunità di ricordare quando Mauro uscì da casa di sera per la prima volta, a oltre cinquanta anni, per andare a mangiare una pizza (sua madre ci chiamava ogni mezz'ora, ma la serata fu divertentissima e divenne la prima di una lunga serie).
Ringrazio per l'occasione di riflettere su come si è sviluppata l'affettività di Paolo.
Quando arrivai al Centro, nei primi anni 2000, era inavvicinabile. Se alzavi una mano per prepararti a una carezza, lui le alzava tutt'e due per difendersi perché pensava che stesse per arrivargli uno schiaffo.
Oggi non solo si lascia abbracciare, ma spesso è lui a prendere l'iniziativa di comunicare il suo affetto verso qualcuno.
E, come non essere grati per la possibilità, di essere stati il tramite perché il sogno di Gabriele potesse avere di nuovo una forma concreta; o perché abbiamo accompagnato Lucia ad acquisire sempre più fiducia in se stessa da arrivare a smettere di manipolare il mondo e ad autodeterminarsi a tal punto da riuscire a gestire con una lucidità invidiabile una situazione che sarebbe stata difficilissima per chiunque vi si fosse trovato davanti.
Queste importanti mete non sono state raggiunte in virtù di una magia o di un miracolo o applicando una ricetta segreta della quale solo noi conosciamo gli ingredienti. Abbiamo potuto regalare ai ragazzi delle soddisfazioni perché li abbiamo guardati davvero. Perché, come diciamo sempre, ci piace vedere la persona, prima della carrozzina. Perché abbiamo sempre ascoltato e dato spazio, anche a rischio spesso e volentieri di sembrare caotici o poco organizzati. È accaduto perché abbiamo sempre ritenuto che il concetto di relazione fosse lo strumento centrale da adottare nel nostro lavoro e che fosse importante aiutarli a esprimere loro stessi e le loro identità, senza preclusioni o limiti.
Eccolo qui un altro significato che per il Centro Linar ha sempre acquisito un valore secondario.
Parlare di limiti, infatti, e di "limitazioni" non fa parte né del nostro linguaggio, né del nostro pensiero e quindi non crea la prospettiva dalla quale guardiamo. Tant'è che ciò che ha sempre mosso il lavoro del Centro è stata l'idea di accompagnare i ragazzi nel loro percorso di cambiamento, piccolo o grande che fosse, senza porre limiti. In questo caso, con "limite" intendo "immobilità". Da qualche tempo, quello che ha mosso da sempre il lavoro educativo al Centro Linar e la presa in carico delle persone che esso ospita da parte dell'equipe educativa multidisciplinare, è stato non dar spazio all'immobilità del non cambiamento, e del dire "Va beh, tanto questo è così e più in là non ci arriverà mai". Attraverso l'ascolto, la relazione e lo sguardo umano sulle cose che, posso dire, da sempre ci contraddistinguono, siamo felici di aver proceduto insieme alle famiglie dei ragazzi che ospitiamo nella direzione del superamento dei limiti e dello sviluppo dell'inclusione sociale, vera.
Quest'ultimo aspetto si può facilmente evincere dal fatto che “per fortuna “ tutti ci riconoscono, che una delle caratteristiche principali del Centro è che esso sia un Centro aperto.
È nostra abitudine, infatti, interagire direttamente con molte realtà del territorio, che ci conoscono e con la quale collaboriamo già da molti anni. Siamo noi spesso a uscire e ad aprirci all'esterno, sia fisicamente sia attraverso atti formali che ci mettono in comunicazione con realtà istituzionali o formative o di molti altri tipi.
Se da una parte lo facciamo aprendo convenzione con le principali Università della città e con i maggiori istituti superiori, dall'altra accogliamo poi fisicamente tirocinanti, studenti e praticanti a vario titolo. Sempre in tema di presenza all'esterno, da un paio di anni, partecipiamo a un blog on line, come commentatori delle notizie, che sono più approfondite nell'attività quotidiana di lettura del giornale e siamo sempre pronti ad accogliere e favorire esperienze nuove e diverse dalle consuete, declinate sulla base delle attitudini di ogni singola persona e del gruppo. Per questo, constatato che Lucia ha una passione per i cavalli, spesso andiamo a visitare un maneggio; allo stesso modo, Franco è un patito di sport, appena c'è l'occasione, andiamo a un evento dal vivo di sport o a visitare un museo o una mostra che tratti di questo. Dato che Silvia ama fare shopping e girare per i mercatini, spesso il gruppo la accompagna in questo divertente passatempo e così via. E poiché il ragionamento è per processi, non posso a questo punto, non rilevare che l'équipe del Centro diurno Linar, insieme all'Associazione omonima, ha sempre avuto davanti, come linea direttrice da seguire a tutti i costi, il tema della personalizzazione degli interventi.
Poiché ognuno è diverso dall'altro e poiché partiamo dall'assunto di base che sia fondamentale valorizzare le risorse e i punti di forza che ogni persona ha, trasformando così le difficoltà in rumori impercettibili, abbiamo sempre teso a voler dare risposte individualizzate ai bisogni di ogni singolo ospite.
Troppo spesso purtroppo ha dovuto fare i conti con fattori legati a...
Indice dei contenuti
- Prefazione
- Post prefazione
- Introduzione
- Prologo
- Seguendo il gambero
- Cervello e cuore una sfida impari
- Saper ascoltare il frastuono del silenzio
- QUADRI DI UN’ESPOSIZIONE
- COORDINARE LE EMOZIONI
- CONCLUSIONI
Domande frequenti
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