
- 140 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Retablo
Informazioni su questo libro
L'aristocratico pittore illuminista Fabrizio Clerici e l'ex frate Isidoro, istupidito dalla passione, viaggiano nella Sicilia settecentesca. Si tratta di un viaggio che è anche fuga e vagabondaggio fatto per placare l'anima. Un mondo scomparso e nostalgico si rianima inaspettatamente al loro racconto. Il romanzo appassionante e indimenticabile di uno dei massimi scrittori italiani viventi.
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Informazioni
eBook ISBN
9788852043802Categoria
Letteratura generalePeregrinazione
Dedicatoria
A voi, donna bella e sagace, amica mia, che un padre di Spagna e una madre di Sicilia ornaro di virtù speciali ma resero al contempo stranea alla città che dimorate, alla grande Milano, patria del buon cuore sì, giammai per voi, che ad altri, a meno sciocchi e muffi e mercantili, a netti cuori e ardenti vi scaldate. Stranea, ma da ognuno di nobiltà e ingegno ognora ricercata per la luce ch’emanate, nera del guardo, bianca del sorriso, ambrata del bel viso, infusa in un alone come la raggiera magna che, mentre che scrivo sopra la nave che mi porta, sorge dal mare e tutt’il cielo indora, siccome voi indorate l’autunno e il lungo inverno e il plumbeo cielo della Lombardia.
A voi, doña Teresa Blasco, che amor per le due terre pungola avite e nostalgia d’ignote, o note se non per le parole e il ricordo de’ vostri genitori, è dedicato questo giornale di viaggio acciocché possa in picciol modo satisfare la sete vostra per una delle patrie, quella materna e cara, illustrando e narrando d’essa quale si rappresenta a un pellegrino spoglio ma armato d’interesse come colui che scrive. Nel modo più piacevole e acconcio, giusto gli consente l’ingegno suo modesto, sì che spera voi possiate leggendolo vivere secolui il breve tempo del viaggio in quest’isola lontana, in questa terra antica degli dèi, delle arti, delle conquiste e disastrosi avanzi.
Per voi, solo per voi farà questa fatica, e mai si pensa di divulgarlo a stampa, acciocché resti un dono singolare e ancora che non venga sopraffatto nella valanga di libri e di libresse privi d’anima, costrutto, lepóre e ragione ch’oggidì invadon biblioteche, botteghe di librai, si spargono pel mondo, siccome lamenta il nostro Muratori.
Sull’Aurora, all’aurora
Di luce in luce, donna Teresita, di oro in oro. Vi rappresento in prima la visione prima, virginia e pifània di Palermo. In piedi sul cassero di prora del packet-boat Aurora, il sole sul filo in oriente d’orizzonte, mi vedea venire incontro la cittate, quasi sognata e tutta nel mistero, come nascente, tarda e silenziosa, dall’imo della notte, in oscillìo lieve di cime, arbori, guglie e campanili, in sfavillìo di smalti, cornici e fastigi valenciani, matronali cupole, terrazze con giare e vasi, in latteggiar purissimo de’ marmi nelle porte, colonne e monumenti, in rosseggiar d’antemurali, lanterne, forti e di castell’a mare, in barbaglìo di vetri de’ palagi, e d’oro e specchi di carrozze che lontane correvano le strade. Oltre, sopra un fitto manto del verde più profondo, una catena d’alti colli e scabri, spiccati in basso da un lungo e sottile nuvolario e come vaganti in alto nel terso del mattino, catena che s’incurva e che s’impenna, accidentata e vasta, verso l’occaso, in una bellissima montagna che di balza in balza precipita nel mare.
E più che avanza nel mezzo le braccia del gran golfo la nave mia e in dentro il calmo lago del suo porto, ecco che mi giungono i romori, bronzei e murmuranti di campane, spacconi di bombarde pei legni che vi salpano, e a mano a mano che più prossima si fa alla banchina, tra la boscaglia d’alberi e di vele, ove si scorge il brulicare d’òmini, animali, carrette e mercanzie, s’odon urla, frastuoni, tonfi, stridori e strepitii.
E a mano a mano io mi trovai a passare dal sogno e dall’incanto al risveglio più lucido, alla visione più netta delle cose, ne la luce di giugno più vere e crude, ch’invade l’animo mio d’incertezza e d’ansia pel futuro, finito questo tempo sospeso e irreale del viaggio.
Fu allora che m’accorsi, dal punto alto ove mi trovava, che sotto, confusi tra merce d’ogni ragione, erano istromenti strani e paurosi. Istromenti giudiziali di tortura e di condanna, gabbie di ferro ad altezza d’uomo, tine che si rivelano per gogne, e ruote infisse al capo delle pertiche, e letti e croci, tutti di ferro lustro e legno fresco e unto. Il più tristo era poi lo stipo d’una gran porta issato su un palchetto, porta di grossi travi incatramati, vuota contro la vacuità celestiale, alta sul ciglio della prora, le grosse boccole pendenti per i cappi ch’ogni piccola onda o buffo facea sinistramente cigolare.
Porta per cui si entra dietro sentenza d’una giustizia fera e disumana, da cui si esce e spare nella sempiterna nullitate, del transito lasciando all’alta trave impesa la spoglia d’una vita, un muto carapace ch’oscilla e batte contra le pareti d’una campana d’aria. Immagine della condanna d’ognuno ch’è mortale, del ricordo che lascia in su la soglia, fragile, esitante, che in un istante s’ammencia e si corrompe, com’il penduto, o come l’ombra ch’al tramontar del sole per terra si dilunga, e quindi assolve nel grande mare oscuro della notte.
La vision di quegli ordegni bruti sulla plancia farebbe inorridire, al par di me, e indignare i fratelli Verri e il giovin Beccaria, vostro divoto amico e ammirante.
Subito che mi trovai a calcar la passerella, mi venne incontro un muro minaccioso, una schiera d’òmini, dannati o ceffi come se n’incontrano da noi per strade malsicure del comasco o per le valli oscure bergamasche, neri, a brandelli, scalzi e scamiciati, in coro vociando, reclamava ognun per sé il mio bagaglio. M’arrestai, mi feci animo e assunsi un’alterigia fredda, squadrai l’orda e scorsi uno, di lato, umile il guardo, rassegnato, che m’apparve fra tutti il più affidabile.
«Tu» gli dissi, indicando col bastone quell’uom minuto e incerto. Egli mi s’appressò incredulo, fra spintoni e insulti de’ compagni. Il mio occhio usitato a disegnar figure, segni dell’alma che affioran nelle facce, ancora e sempre non mi portò in inganno. Questo, che chiamasi Isidoro, è uom dabbene, svelto e zelante, istruito nel parlare che sembra un caso di sventura a finire nell’umile mestier del facchinaggio.
Isidoro sarà mio compagno nel viaggio che comincia domani di buon’ora.
Nel paese di Halcamah
Volontà mi prese a correr di leggieri le mie strade per giungere ai luoghi desiati, luoghi d’antica istoria e di ruine. E non sostai in Palermo, non visitai persona alcuna o monumento. Solo m’intesi per mezzo di messaggi col cavalier Serpotta, architettore e scoltore celebrato, ch’ebbe la cortesia di procurarmi una lettica, due mulattieri fidati e resoluti, e lettere commendatizie nel cammino per canonici, badesse e per signori.
Mosse la carrozza dal mio albergo nel crepuscolo incerto del mattino, io dentr’a la vettura col valletto, e l’altri dua di fora, uno a cavallo come caporedina e l’altro a terra come palafreniero, armati di schioppi e di terzette.
I passi nel silenzio delle bestie, il dondolìo di cuna, lo stridere monotono dei cuoi, precipitaro nel sonno, se mai n’uscì levandosi, il povero Isidoro. E nel sonno e nel sogno, nel trombettar del naso, liberava di gola frasi mozzate e oscure ove nulladimeno un nome si librava di frequente, sonoro e netto: Rosalia. Imperocché son certo, non solamente pel nome che gli sgorga, ma per l’aspetto macero, per il guardo lontano e rattristato, pel dimesso tratto, che questo disgraziato sia vittima inchiodata a uno di quegli amor furenti che non trovano giammai appiglio o risonanza nel cuore del bersaglio al quale disperatamente son puntati. Ma forse questo è mai sempre il destino di qualsivoglia amore, donna Teresita, questa la sustanza vera, d’essere più sentito e ostinato e forte quanto più l’obietto suo diviene mobile, fuggente e irraggiungibile, siccome si rappresentano i poeti, menestrelli e rimator cortesi, e il Boiardo e l’Ariosto, e sur tutti l’anglicano Shakespeàro, pel quale l’amore è inseguimento vano, è inganno e abbaglio, fuga notturna in circolo e infinita, anelito mai sempre inappagato.
Per parte mia, voi sapete, volli sottrarmi alla tempesta insana d’ogni sentimento percorrendo a ritroso, per gli antichi sentieri della storia, questo tempo umano del conato, del movimento cieco e incontrollato, fino al punto oscuro iniziale per cui si passa nell’immota eternitate da cui veniamo, nel tempo senza soli e senza lune, giorni e stagioni, natività e morte, del vuoto e del silenzio, nell’immensa stasi, la somma e infinita quiete metafisica, nel modo come spiega il Campanella.
Stasi e metafisica che mai sempre l’arte rappresenta, la pittura intendo, eziandio quella che finge movimento, siccome le battaglie d’Uccello e Leonardo, e la scoltura, giammai la musica e poesia, le quali, come la vita, si svolgono nel tempo, sia pure acceso e breve, e tendono al silenzio.
Laonde, d’oggi in avante io voglio sovr’ogni cosa raffigurar le pietre, da soli e venti e piogge modellate, o l’altre dirupate e frante, che dell’uomo, da civiltà estinte, per rilievi e incavi, per eccelse mura e templi, e ipogei e sotterranei laberinti, portano i segni incerti e sibillini, i simboli indecifrati e allarmanti. Pietre sopra pietre in deserti magni, ove, oltre l’umana, puranco la famiglia di Fauno e di Flora e di Vertunno si è pietrificata.
Lungo il cammino intanto pongo tra me medesimo e la storia, tra me e questo secol nostro di carestie e pesti, di guerre e di massacri (peggiori di quanto noi pensiamo sono i tempi che viviamo!), tra me e gli òmini e le pietre, un’infinita distanza, un sospeso vallo, un occhio trasognato, che mi preservi e salvi d’ogni dolore o turbo, non m’ostacoli il cammino.
Occhio lontano e imperturbato che ora pongo, da dietro il vetro della mia lettica, sopra Palermo che mi scorre innante, e appena appena si rivela nella livida chiarìa, sopra palagi e chiese, fontane musicali, sanguigne cupole, piazze, l’immensa cattedrale (contra il portico ad archi dell’ingresso dell’arabescato basso fianco e del color dell’oro vecchio, sul piano della chiesa era un effimero teatro: palchi e alti sogli con baldacchini di sete e nappe e gualdrappe di damasco pendenti dai steccati; in basso e a contrasto, funebri palchi a mussola nerastra con festoni e ghirlande di mortella; e tutt’intorno, pertiche e aste con in su le cime gonfaloni e orifiamme; e un imponente altare, ricoverto di specchi e di stagnole, di veli e paliotti a ricami e incrostature d’oro, e candelieri lucidi, e fiori e ceri e lampe e coppi, quali spenti o languenti in fumi untuosi o con sommessi palpiti o ancor vivaci. Era tutto questo certamente l’apparecchio d’un imponente Spettacolo di Fede. Una meravigliosa macchina di legno vestita degli orpelli più ricchi e risplendenti, come quei che nelle Spagne degnamente ricovron le Signore Nostre, Gloriose o Dolenti, o quei valenti che nelle arene mattan lievi danzando i tori bestiali. Nell’arena di questo gran teatro di Palermo, non tori erano, ma cani e porci e gatti e topi, una muta affamata e strepitante che, sulla platea di cera sparsa e d’escrementi di buoi e di cavalli, sui cumuli d’ossa e di succosi resti d’opulenti conviti d’un folle Carnevale, briachi ruzzavano azzannandosi. A tutte le alte torri della cattedrale, in verso i quattro cardini del mondo, sonava a quell’ora a gravi tocchi il Padre Nostro) sopra l’antica reggia e la fastosa porta per cui si esce dalle mura, e sale verso Monreale. Sopra le nere insegne di carbone, fuori di porta, di roghi appena spenti, le teste e i lacerti umani infissi nelle pertiche o dentro nelle gabbie, a monito degli òmini, e a fiero pasto d’uccelli e di randagi.
Amenissima, polita e levigata corre la strada infino a Monreale. Si svolge in prima dritta, e poscia a mezzo colle, per amplissime rivolte, ascende al sommo; e qua e là son poggi di riposo, balaustre e sedili e pubbliche fontane, ombrosi arbori, edere e capelveneri e muschi serpeggianti sopra tronchi e marmori, dentro le nicchie delle cascatelle. In basso, il bellissimo prospetto sull’immensa conca in cui giace Palermo, i giardini folti d’aranci che smaltano di verde la ferace terra (quest’arbori che vengon di lontano, dall’India o dal Catai, in questa terra e sotto questo cielo sembran trovare la linfa più vitale, sì forti sono, e splendidi e odorosi); e in alto, la porta e le dirute mura e la vasta e svelta mole sopra il borgo di quel duomo dai re di Normandia edificato. Sembra che dentro sia il paradiso: musaici splendenti, ori, metiste e lapislazzuli a incastro a figurare storie del nuovo e vecchio Testamento, un grande Cristo nel concavo del cato, scuro e severo come un gran califfo, che sovrasta la Madonna, arcangeli e apostoli, vescovi e pontefici.
Ma io trascuro codeste maraviglie, corro, prima che chiuda il giorno, verso la prima tappa del viaggio.
Dopo Monreale, incontriamo Burghetto e Pertenico. Dicesi d’un fiato, ma prima d’incontrarli sono strazi. La strada, finito il primo tratto, si fa asperrima e colma d’ogni insidia, il paesaggio scabro, di roccia nuda e grigia, a denti e cocuzzoli acutissimi. Non più la mulattiera agevole e capace, ma umilissimo sentiero s’erpica per ciglia di valloni e orridi, in gole paurose, sùbite impennate e ruinose scese. E la lettica è come il maremoto, un guscio di barchetta sopra creste e avvalli delle onde, e i naviganti sbattuti e tormentati a dritta e a manca. Tanto che Isidoro tòmbola sopra di me a un punto, si risveglia e lancia un urlo.
«Rosalia!» urla, e poi si segna di croce e comincia a chiedere perdono.
«Gesù e Maria, Gesù e Maria! Vossia perdoni, eccellenza! Mi perdoni. M’assopii com’una bestia... Affanni assai molesti mi tennero sveglio per tutta la nottata... Perdoni, eccellenza,» dicea a mani giunte, co’ il guardo contrito e implorante. Mi suscitava pena, e nel contempo riso, mettendomi una certa qual curiosità circa le sue molestie e la sua vita.
Gl’ingiunsi amabilmente di ricomporsi e star sereno.
«Ma, e questa Rosalia,» gli chiesi dopo «che nomini nel sonno e invochi, sarebbe la santa di Palermo... o la tua sposa?»
Si fece serio, abbassò il guardo e mi rispose lento:
«Né santa e né sposa, sua eccellenza. È solamente il nome...»
In quella, la lettica ebbe un sussulto e un arresto brusco, e subito di fora rimbombaro, tra pareti di roccia e per valloni, colpi d’arma, di schioppi e di tromboni.
«A terra, a terra!» urlò il letticaro aprendo lo sportello.
Ruzzolammo per terra e nascondemmo, stesi bocconi, dietro un masso. I letticari, in ginocchio, caricavano l’armi e rispondevano al foco che ci pioveva dall’alto, da dietro una siepe d’opunzie in cima a una roccia resecata.
«Eh latri latrona, eh figli di puttana!» Scusate le parole, mia signora, ma queste urlavan i due òmini fra uno sparo e l’altro. Mentr’Isidoro faceva croci su croci e murmurava svelto le letàne.
Poscia piombò il silenzio più profondo e spesso, rotto dall’ulular di cani e gracchiar d’uccelli che, gravi e statici sopra le nostre teste, spiegavano le ali.
In lettica, Isidoro si diede poi a tirar fora da tasche sue segrete curiose carte con figure di santi xilografate e con preghiere e timbri, e me l’offriva e mi pregava di porle anch’io nel petto, unite con la pelle, a mo’ di cataplasmi o talismani. E spiegava ch’erano bolle de’ Luoghi santi miracolose ne’ viaggi, e me le dava così, dicea, senza pretendere limosina o compenso, dappoiché ormai, egli, Isidoro, non dovea più render conto ad alcuno, superiore o padre guardiano, di quel che si faceva, ma solamente a Dio.
«Vidiste, eccellenza? Per queste bolle sante i ladroni si sono dileguati» sosteneva. Ma non intesi cica di tutto il suo discorso precedente.
Giùnsimo, come volle Dio, o le famose bolle, in vista d’Alcamo.
Solitaria e infocata, serrata e ostile quale una fortezza, o promettente quale un miraggio, o quale la reale visione della bramata Mecca o di Gerusalemme alla fine del viaggio, o d’un palmizio nel mezzo d’un deserto sconfinato. Tale si presentava, in sul calar del sole, murata, merlata, turrita e vaga di giardini ai piè del declivio dolce del monte Bonifato. E dentro eran muri che cingevano cortili in cui s’aprivano usci delle case, salivano scale, guardavano archi sopra archi, loggette e finestrelle e balconcini difesi di panciute inferriate. Dai muri poi svettavano le palme, traboccavano manti di gelsomino, di setose dature immacolate, di cupe campanule vermiglie.
Òmini scuri, guardinghi e sospettosi, immobili ai lati della strada, scrutavano il convoglio che passava, parlavano tra loro sommessi e concitati. Uno stuolo di donne intabarrate, di cui non si scorgea viso o il dito d’una mano, scivolava svelto, al richiamo d’uno scampanìo, nell’antro d’una chiesa. Fiero e solitario intanto un giovin cavaliere scorrea mezzo della strada sopra un nervoso sauro, fra secco risuonar di zoccoli e fresco ...
Indice dei contenuti
- Copertina
- di Vincenzo Consolo
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