L'idea di una "riscrittura" della Commedia dantesca venne in mente a Pasolini fin dal 1963, e lo accompagnò per il resto della vita. Solo nel 1975, infatti, egli si decise a dare alle stampe le pagine già scritte, che videro la luce postume. Con l'intenzione di creare qualcosa di "ribollente e magmatico", Pasolini si addentra in un inferno neocapitalistico e, dando voce a polemiche culturali e sociali, in un continuo intreccio di realtà e invenzione, offre un catalogo dei peccatori della sua epoca: i conformisti, i volgari, i cinici, i deboli, gli ambigui, i paurosi, i piccoli benpensanti, i servili... Nonostante ci restino solo i primi due canti, più alcuni frammenti del III, IV e VII, La Divina Mimesis rimane un'opera forte, necessaria, l'eredità dell'ultimo poeta civile italiano.

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La Divina Mimesis
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9788804561354eBook ISBN
9788852049064NOTA N. 1
Il libro deve essere scritto a strati, ogni nuova stesura deve essere a forma di nota, datata, in modo che il libro si presenti quasi come un diario. Per esempio, tutto il materiale scritto finora, deve essere datato (circa un anno, un anno e mezzo fa): non deve essere eliminato dalla nuova stesura, che deve quindi consistere in un nuovo strato aggiuntivo o in una lunga nota. E così per le stesure successive. Alla fine il libro deve presentarsi come una stratificazione cronologica, un processo formale vivente: dove una nuova idea non cancelli la precedente, ma la corregga, oppure addirittura la lasci inalterata, conservandola formalmente come documento del passaggio del pensiero. E poiché il libro sarà un misto di cose fatte e di cose da farsi – di pagine rifinite e di pagine in abbozzo, o solo intenzionali – la sua topografia temporale sarà completa: avrà insieme la forma magmatica e la forma progressiva della realtà (che non cancella nulla, che fa coesistere il passato con il presente ecc.).
1º Novembre 1964
NOTA N. 2
Nascita dell’italiano come lingua nazionale parlata, fondata non più sull’italiano letterario né sull’italiano strumentale dialettizzato, come lingua franca degli scambi commerciali e della prima industrializzazione – ma sull’italiano, parlato nel Nord, come lingua franca della seconda industrializzazione (cfr. «Nuove questioni linguistiche»).
«La Divina Mimesis» o «Mammona» (o «Paradiso») si presenta miticamente come l’ultima opera scritta nell’italiano non-nazionale, l’italiano che serba viventi e allineate in una reale contemporaneità tutte le stratificazioni diacroniche della sua storia. Nell’Inferno si parla dunque questo italiano, in tutte le sue combinazioni storiche: osmosi col latino (quello classico e quello medioevale), incroci dialetto-latino, koinè-latino, lingua letteraria-latino, tecnolingua-latino: poi, dialetto-koinè, lingua letteraria-koinè, tecnolingua-koinè; poi ecc. ecc. – tutti gli incroci possibili, secondo le esigenze dei discorsi liberi indiretti dei vari personaggi, socialmente diversi.
Invece, tutte le prospettive nel futuro – ossia il progetto e la costruzione (in corso) dei Due Paradisi – quello neo-capitalistico e quello comunista – saranno redatte nella «supposta» lingua nuova: con le sue sequenze progressive, le sue forme concorrenti eliminate, la sua assoluta prevalenza della comunicatività sull’espressività, ecc.
17 Novembre 1964
PER UNA «NOTA DELL’EDITORE»
Questa non è un’edizione critica. Io mi limito a pubblicare tutto quello che l’autore ha lasciato. Il mio unico sforzo critico, molto modesto, d’altra parte, è quello di ricostruire il seguito cronologico, il più possibile esatto, di questi appunti. In calce ad alcuni di essi, l’autore ha segnato la data: e in tal caso è stato dunque facile inserirli nella successione. Ma moltissimi appunti, specie quelli più brevi – alcuni di due o tre righe soltanto, quasi illeggibili – non hanno data; non solo, ma sono stati reperiti fuori dal corpo dattiloscritto dell’opera, o in cassetti diversi da quello dove tale corpo era conservato, o tra le pagine di libri cominciati a leggere e non finiti. Un blocchetto di note è stato addirittura trovato nella borsa interna dello sportello della sua macchina; e infine, dettaglio macabro ma anche – lo si consenta – commovente, un biglietto a quadretti (strappato evidentemente da un block-notes) riempito da una decina di righe molto incerte – è stato trovato nella tasca della giacca del suo cadavere (egli è morto, ucciso a colpi di bastone, a Palermo, l’anno scorso). Lo scrupolo dell’esattezza della successione cronologica era l’unico scrupolo che io potessi avere. Mi sono dunque attaccato ad esso come a un’ancora di salvezza. Capisco naturalmente che la lettura di questi frammenti possa venir turbata da una successione cronologica che è quella della scrittura e non quella del senso. Ma ho preferito il rigore – un rigore qualsiasi – a una manipolazione sia pur onesta e ragionata.
Quanto al titolo è «FRAMMENTI INFERNALI»: ma lo è solo, appunto, in seguito a una deduzione di carattere… necrologico. Se l’autore fosse vissuto, probabilmente esso sarebbe mutato, per la sovrapposizione di qualche nuovo titolo. Infatti il corpo dattiloscritto dell’opera è formato da un pacchetto di fogli di carta da macchina da scrivere tagliati a metà, ed è fasciato da cinque fogli interi ripiegati: sulla facciata del primo di questi fogli – che fa dunque da copertina – sono segnati due titoli, il primo, dattiloscritto, è «MEMORIE BARBARICHE», ma il secondo, manoscritto, a grossi caratteri, è, appunto, «FRAMMENTI INFERNALI». Sulla facciata del penultimo foglio, dattiloscritto, c’è il titolo «PARADISO», in stampatello, a mano, ma, compresi in un cerchio a penna (biro) che li annulla, i due titoli «LA TEORIA» e «LA DIVINA TEORIA»; nel terzultimo foglio c’è, dattiloscritto, il titolo «LA DIVINA REALTÀ», con una data, 1963, seguita da un trattino, come a lasciar sospesa ma abbastanza prossima la data della fine della stesura. Nel quartultimo foglio si legge il titolo «LA DIVINA MIMESIS» – con sotto la data 1963, seguita dallo stesso trattino – che è evidentemente il primo titolo, e tale deve essere rimasto a lungo, perché esso era già quello del quintultimo foglio, il più ingiallito di tutti.
(1966 o ’67)
Altri 3 appunti per il VII canto
1
L’altra sfumatura del peccato della Normalità (o della Continenza), dopo quella del Conformismo, è quella della Volgarità.
L’accezione di questa parola – che è termine quasi iniziatico tra i componenti della piccola compagnia che commette peccati ben più tremendi – i peccati della classicità vissuta nei grandi periodi agrari, pastorali e commerciali dell’uomo – i peccati del sesso, della violenza, del rifiuto – dell’Incontinenza, insomma, in fondo così cara a Dio – va forse precisata prima di entrare nel nuovo Settore, appunto dei Volgari, dietro le sbarre abbassate, con le diavole scontente, dagli occhi obliqui…
La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo…
2
L’ambiente che si parò davanti ai nostri occhi angosciati non era molto diverso da quello che avevamo lasciato. Nel Regno delle ombre era naturalmente più difficile cogliere le differenze che ci sono tra Roma e Milano. Ma il verde della campagna e il grigiore del cielo erano quelli del Nord. Dietro la folla, che composta e decente, un po’ provinciale, alzava, cosparso di qualche riso, il suo brusio, si sentiva la grande fossa contadina del Po in magra. In un ambiente simile, a Roma – per esempio in un ricevimento in Quirinale, con la luce sfacciata del pomeriggio che entra dai finestroni – c’è sempre qualcosa di un po’ sporco e nudo per cui il cuore può stringersi. Qui no. Infatti il primo carattere della Volgarità consiste nel suo essere invadente, nel suo voler rendere Volgare anche chi non lo è, chi è estraneo al suo mondo (l’Italia del Nord e le sue industrie): reprimendo dunque quel tanto di comprensione, libertà, o pietà che in questo «estraneo» – povero o uomo colto – possa avere nel giudicare. I Volgari sono morali. Ciò che è repellente in essi è proprio tutto ciò che di lecito e consentito include il loro moralismo di solida tradizione!
3
«Forse non sono io stesso» disse «che un semplice e convenzionale portavoce. Certo è comunque che la mia scienza non è tutta nata entro il recinto di chi non ha paura né rispetto umano. Di chi va fino in fondo. Sono stato dunque anch’io un primogenito privilegiato (una ricchezza in spirito o in denaro è lo stesso).
In questo Inferno (come nella vita) mancano i cinici. Del resto anch’io non ho potuto mai esserlo. Ne ho avuto paura. Mi pareva disonore. Mi sono difeso dal cinismo forse proprio perché era un santo antidoto contro gli “stringimenti al cuore”. Sono passato, così, come un vento dietro gli ultimi muri o prati della città – o come un barbaro disceso per distruggere, e che ha finito col distrarsi a guardare, e a baciare, qualcuno che gli assomigliava – prima di decidersi a tornarsene via.»
(1965)
Iconografia ingiallita
(per un «Poema fotografico»)

1. Grimau

2. Lambrakis

3. Reggio Emilia 1960

4. Reggio Emilia 1960

5. Roma: folla anonima e seicento

6. Vecchie

7. L’autore e Gadda

8. Comizio comunista

9. Ragazzi, com’erano alla fine degli anni ’50

10. Ragazzi, com’erano alla fine degli anni ’50

11. Ragazzi, com’erano alla fine degli anni ’50

12. Ragazzi, com’erano alla fine degli anni ’50

13. Ragazzi, com’erano alla fine degli anni ’50

14. Gruppo di partigiani

15. La tomba di Gramsci a Testaccio

16. Gianfranco Contini

17. Scena del Battesimo (dal Vangelo)

18. Frontespizio di Poesia in forma di rosa

19. Alcuni del «Gruppo 63»

20. Primi anni ’60: fascisti

21. Al Ninfeo di Valle Giulia

22. Emilio Cecchi

23. Sandro Penna

24. La piazza della Chiesa a Casarsa

25. Paesaggio africano
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Nota
- La Divina Mimesis
- Prefazione
- I primi 2 canti della «Divina Mimesis»
- Appunti e frammenti per il III canto
- Appunti e frammenti per il IV canto
- Appunti e frammenti per il VII canto
- Nota n. 1
- Nota n. 2
- Per una «Nota dell’editore»
- Altri 3 appunti per il VII canto
- Iconografia ingiallita (per un «Poema fotografico»)
- Piccolo allegato stravagante
- Intervista a Pier Paolo Pasolini
- «L’inferno postumo di Pasolini» di Enzo Siciliano
- Bibliografia
- Nota biografica
- Copyright