Il giro del mondo in ottanta giorni (Einaudi)
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Il giro del mondo in ottanta giorni (Einaudi)

Con un saggio di Michel Foucault. Cinquantadue incisioni dall'edizione originale

  1. 304 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il giro del mondo in ottanta giorni (Einaudi)

Con un saggio di Michel Foucault. Cinquantadue incisioni dall'edizione originale

Informazioni su questo libro

Phileas Fogg, gentiluomo inglese flemmatico e razionale, scommette con i soci del suo club che riuscirà a compiere in ottanta giorni il giro del mondo. Parte seguito dal servo Passepartout senza sapere che sulle sue tracce si è messo un caparbio poliziotto, convinto che Fogg sia l'autore di un audace furto perpetrato ai danni di una banca: una corsa prodigiosa attorno alla Terra per entrare in un altro universo, quello dell'avventura e della sfida allo spazio e al tempo dell'uomo.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806183431

Il giro di una vita

di Robert Sherard

L’intervista fatta a Jules Verne da Robert Sherard, che si legge qui di seguito, venne realizzata nell’autunno del 1893. Fu pubblicata negli Stati Uniti a cura di Daniel Compère con il titolo Jules Verne at home. His own account of his life and work, in «Me Clure’s Magazine», vol. II, n. 2, gennaio 1894. È questa la prima volta che viene tradotta in italiano; la traduzione è di Chiara Bongiovanni.

«Il grande rimpianto della mia vita è di non avere mai contato veramente nella letteratura francese».
Pronunciando queste parole, il vecchio chinò il capo e una nota di tristezza attraversò la sua voce calda e cordiale. «Non conto nella letteratura francese», ripeté. Chi era colui che parlava cosí, a capo chino, con una nota di tristezza nella voce cordiale? Un qualunque autore di feuilletons da quattro soldi ma popolarissimi, per la stampa a buon mercato, un qualunque uomo di lettere, di quelli che non si sono mai fatti scrupoli nel dichiarare che considerano la penna un arnese per procurarsi denaro, e che, alla gloria e all’onore, hanno sempre preferito un conto sostanzioso nell’ufficio dei diritti d’autore della Société des Gens de lettres? No, per quanto strano e mostruoso ciò possa sembrare, costui non era altri che Jules Verne. Sí, Jules Verne, il vostro Jules Verne e il mio, colui che per tanti anni ha incantato il mondo intero, e che ancora lo incanterà nelle generazioni a venire.
Era nella frescura della biblioteca della Società industriale di Amiens che il maestro pronunciò queste parole, con una tristezza che non dimenticherò mai. Era come se confessasse una vita sprecata, il rimpianto di un vecchio, che non può essere mutato. Ero molto addolorato nel sentirlo parlare in questo modo, e tutto ciò che potei fare fu dirgli, con sincero entusiasmo, che per me, e per milioni di altre persone, lui era un grande maestro, l’oggetto della nostra ammirazione e del nostro rispetto incondizionato, il romanziere che ci incantava piú di qualunque altro. Ma, scuotendo il capo brizzolato, Verne ha risposto: «Non conto veramente nella letteratura francese».
Ha settant’anni, è sempre robusto e vigoroso, a parte il fatto che zoppica, il suo viso ricorda quello di Victor Hugo; è come un buon vecchio capitano, vitale e colorito. Una palpebra tende leggermente a cadere, ma lo sguardo è limpido e risoluto, emana da tutta la sua persona un’impressione di bontà e gentilezza che sono sempre state le caratteristiche dell’uomo per il quale Hector Malot molti anni fa scrisse: «È il migliore dei miei migliori amici»; un uomo che il freddo e riservato Alexandre Dumas ama come un fratello e che non ha e non ha mai avuto, nonostante il suo brillante successo, un solo vero nemico. Purtroppo è preoccupato per la sua salute. In questi ultimi tempi gli è scesa la vista, e in certi momenti non è in grado di scrivere, inoltre di quando in quando è tormentato da una gastralgia. Ma è in gamba come sempre.
«Ho scritto sessantasei volumi, – dice, – e se Dio mi dà la forza, arriverò a ottanta»1.
Jules Verne abita ad Amiens in boulevard Longueville, all’angolo con rue Charles-Dubois, in una bella casa spaziosa che ha preso in affitto. È una casa a tre piani, con tre file di cinque finestre che si affacciano sul boulevard, tre finestre d’angolo, e altre tre che si affacciano su rue Charles-Dubois. Gli ingressi – quello per le vetture e gli altri – danno su questa strada. Le finestre che si affacciano su boulevard Longueville offrono una magnifica vista sulla pittoresca, ma nebbiosa città di Amiens, con la cattedrale e altre costruzioni antiche. Davanti alla casa, dall’altro lato del boulevard, passa la trincea di una linea ferroviaria che, proprio di fronte alla finestra dello studio di Verne, scompare sotto un giardino pubblico: qui s’innalza un grande chiosco per la musica dove, nelle belle giornate, si esibisce la banda militare. Una simile associazione costituisce, a mio parere, proprio l’emblema del grande scrittore: il treno con il rombo e il fracasso dell’ultramodernismo, e il romanticismo della musica. E non è forse proprio grazie a quest’unione tra la scienza dell’industrialismo e tutto ciò che nella vita esiste di piú romantico che i romanzi di Verne possiedono un’originalità che non si trova in nessun altro scrittore vivente, neppure in coloro che contano veramente nella letteratura francese?
Un alto muro costeggia rue Charles-Dubois, e nasconde agli sguardi dei passanti il cortile e il giardino di casa Verne. Non appena ho suonato alla piccola entrata laterale e mi hanno aperto, mi sono trovato in un cortile lastricato. Di fronte c’erano la cucina e le scuderie, sulla sinistra, un bel giardino ancora abbellito dagli alberi, e sulla destra, la casa, in cui si entra salendo un’ampia scalinata. Dopo aver attraversato una veranda piena di fiori e di palmizi che funge da entrata, il visitatore accede al salotto. È una camera riccamente ammobiliata, con marmi e bronzi, caldi e ricchi tendaggi, comodissime poltrone – la camera di un uomo agiato che si può permettere dei lussi, ma non ha desideri di ostentazione. Ha l’aria di essere usata poco, e infatti cosí è. Il signore e la signora Verne sono entrambi persone molto semplici, che non si preoccupano affatto delle apparenze, ma soltanto della tranquillità e della comodità. La grande sala da pranzo attigua al salotto viene utilizzata raramente, solo in occasione di grandi cene e feste di famiglia; abitualmente il romanziere e sua moglie mangiano in una piccola stanza accanto alla cucina. Dal cortile, il visitatore può notare a un angolo della casa un’alta torre. In questa torre c’è una scala a chiocciola che conduce ai piani superiori e in cima alla scala si trova il regno personale del signor Verne. Un corridoio ricoperto da un tappeto rosso, simile a quello che copriva la scala, con carte, marine e non, sulle pareti, dà su una piccola stanza d’angolo, arredata con una semplice branda militare. Contro un bow-window è posto un tavolino, sul quale si possono vedere dei fogli di carta ben tagliati. Due statuette sono sistemate sulla mensola di un caminetto, si tratta di Molière e Shakespeare: e piú in alto è appeso un acquerello che raffigura uno yacht a vapore mentre entra nel golfo di Napoli. È in questa stanza che Verne lavora. La grande sala vicina è una biblioteca ben fornita, in cui gli scaffali vanno dal pavimento al soffitto.
Parlando del suo metodo di lavoro, Verne dice: «Mi alzo tutte le mattine prima delle cinque – d’inverno forse un po’ piú tardi – e alle cinque mi metto alla scrivania e lavoro fino alle undici. Lavoro molto lentamente, con la massima attenzione, scrivendo e riscrivendo fino a che ogni frase prende la forma che desidero. In testa ho sempre almeno dieci romanzi che non ho ancora scritto: gli argomenti e gli intrecci sono già cosí ben preparati che, se Dio mi dà la forza, potrò terminare senza difficoltà gli ottanta romanzi di cui ho parlato. Ma la maggior parte del tempo la passo a correggere le bozze. Non sono mai soddisfatto prima della settima o ottava bozza, correggo e ricorreggo fino a che l’ultima mantiene ben poche tracce del manoscritto. E questo fa sí che vi sia un gran sacrificio “di tasca mia” oltre che di tempo, ma ho sempre rifinito minuziosamente la forma e lo stile, anche se nessuno da questo punto di vista mi ha mai reso giustizia».
Eravamo seduti nella biblioteca della Società industriale. Davanti a Verne c’erano, da un lato una pila di bozze, «il sesto giro» ha detto, e dall’altra parte un lungo manoscritto che avevo guardato con interesse, «ma che – dice il romanziere con un allegro sorriso – è solo un rapporto che devo mandare al consiglio municipale di Amiens di cui sono membro2. Mi interesso molto agli affari della città».
«Sono nato a Nantes l’8 febbraio 1828, quindi adesso ho sessantasei anni e bisognerebbe chiedermi le mie impressioni sulla vecchiaia piuttosto che i ricordi d’infanzia. Eravamo una famiglia molto felice. Nostro padre, un uomo ammirevole, era parigino di nascita, o piuttosto d’adozione, perché è nato nella Brie ed è cresciuto a Parigi dove ha fatto l’università ed è diventato avvocato. Mia madre veniva dalla Bretagna meridionale, da Morlaix, quindi io ho nello stesso tempo sangue bretone e parigino».
Queste particolarità sono interessanti dal punto di vista psicologico, e aiutano a capire il personaggio di Jules Verne, che unisce l’amore per la solitudine, lo spirito religioso e l’adorazione per il mare del bretone all’allegria, al saper vivere e alla gioia di vivere del parigino – «è parigino fino alla punta delle unghie», scrisse di lui Clarétie.
«Ho avuto una gioventú molto felice. Mio padre era procuratore legale e avvocato a Nantes e godeva di una buona posizione. Era un uomo colto, dotato di buon gusto letterario. Ha scritto delle canzoni in un’epoca in cui in Francia le si scriveva ancora, cioè tra il 1830 e il 1840. Ma non era ambizioso e, benché si sia distinto con alcuni scritti che aveva scelto di rendere pubblici, ha evitato ogni forma di pubblicità. In famiglia cantavamo le sue canzoni; ma poche di esse furono stampate.
Faccio notare che nessuno di noi è ambizioso. Abbiamo cercato di avere una vita felice e di fare tranquillamente il nostro lavoro. Mio padre è morto nel 1871, all’età di settantatre anni. Vede, avrebbe potuto dire: “avevo due anni quando è nato il secolo” per distinguersi dalla celebre definizione di Victor Hugo riguardo alla sua data di nascita. Mia madre è morta nel 1885, lasciando dietro di sé trentadue nipotini e, se contiamo i cugini e solo i cugini di primo grado, novantasette discendenti3. Tutti i suoi figli sono sopravvissuti; in altre parole, la morte non ha portato via nessuno. C’erano tre maschi e due femmine e sono ancora tutti vivi. In Bretagna gli uomini e le donne sono di solida costituzione. Mio fratello Paul era e continua a essere il mio amico piú caro. Sí, posso dire che non è solo mio fratello, ma anche il mio amico piú intimo. E la nostra amicizia risale al giorno piú lontano che io riesca a ricordare. Quante volte ci siamo avventurati insieme sulla Loira su barche che facevano acqua! A quindici anni ne avevamo esplorato tutti gli angoli, fino al mare. Com’erano pericolose quelle barche, e che rischi correvamo! Qualche volta il capitano ero io, e qualche volta Paul. Ma il migliore dei due era Paul. Lei sa che in seguito è entrato in marina, e avrebbe potuto diventare un ufficiale notevole, se non fosse stato un Verne – cioè se fosse stato ambizioso.
Ho cominciato a scrivere quando avevo dodici anni. Scrivevo solo poesie, bruttissime poesie. Però, ricordo dei versi d’occasione, composti per il compleanno di mio padre – quello che in Francia chiamiamo un “compliment”, – che erano stati molto apprezzati, e per i quali mi hanno fatto tanti complimenti, che mi sono sentito molto fiero. Ricordo anche che in quel periodo passavo molto tempo sui miei scritti, ricopiandoli e correggendoli, e non ero mai completamente soddisfatto di quello che avevo fatto.
Credo che nell’amore che avevo allora per l’avventura e per l’acqua si possa vedere ciò che molti anni dopo avrebbe orientato le mie preferenze di scrittore. Quello che è certo è che il metodo di lavoro che avevo allora mi è rimasto per tutta la vita. Penso di non aver mai fatto un lavoro trasandato.
No, non posso dire di avere una particolare passione per la scienza. A dire il vero non l’ho mai avuta: mi spiego, non ho mai fatto né studi né esperimenti scientifici. Ma quando ero giovane, adoravo osservare il funzionamento dei macchinari. Mio padre aveva una casa di campagna a Chantenay, alle foci della Loira, e accanto alla casa c’è la fabbrica di Indret che appartiene allo Stato. Non sono mai andato a Chantenay senza entrare in quella fabbrica a guardare le macchine in funzione, stavo in piedi per ore. Questa passione mi è rimasta per tutta la vita e ancora oggi, nel guardare una macchina a vapore o una bella locomotiva in marcia, provo lo stesso piacere che nel contemplare un quadro di Raffaello o di Correggio. L’interesse per le fabbriche è sempre stato un tratto fondamentale del mio carattere, altrettanto fondamentale, beninteso, quanto l’amore per la letteratura di cui ora le parlerò, e quanto il piacere che mi danno le belle arti e che provo in ogni museo o galleria: sí, potrei dire in qualsiasi galleria d’arte, quale che sia la sua importanza a livello europeo. Quella fabbrica di Indret, le gite sulla Loira e i versi che scribacchiavo erano i piaceri e le occupazioni piú importanti della mia gioventú.
Ho studiato al liceo di Nantes, dove sono rimasto fino alla classe di retorica, poi mi hanno mandato a Parigi a studiare legge. La mia materia preferita è sempre stata la geografia, ma quando sono andato a Parigi, ero tutto preso da progetti letterari. Subivo completamente l’influenza di Victor Hugo, mi appassionavo a leggere e rileggere le sue opere. Ero in grado di recitare a memoria intere pagine di Notre-Dame de Paris, ma ciò che mi ha influenzato di piú sono stati i suoi testi teatrali, e sotto quell’influsso, fin dall’età di diciassette anni ho scritto un buon numero di tragedie e commedie, senza contare i romanzi. Cosí, ho scritto una tragedia in cinque atti e in versi, intitolata Alexandre VI, che era la tragedia di papa Borgia. Un’altra tragedia in cinque atti e in versi, che avevo scritto nello stesso periodo, era La conspiration des poudres con Guy Fawkes come eroe. Un drame sous Louis XV era un’altra tragedia in versi, e per quanto riguarda le commedie, ce n’è stata una in cinque atti che si chiamava Les hereux du jour. Tutto quel lavoro lo facevo con la massima cura, preoccupandomi sempre per lo stile. Ho sempre condotto delle ricerche sullo stile, ma non mi è mai stato riconosciuto.
Sono arrivato a Parigi come studente proprio nel momento in cui le sartine e tutto ciò che comportavano sparivano dal Quartiere Latino. Non posso dire di aver frequentato molto le camere ammobiliate dei miei compagni di studi, perché sa, noi bretoni siamo un popolo che ama il clan e quasi tutti i miei amici erano i compagni di classe di Nantes che erano venuti contemporaneamente a me a frequentare l’università a Parigi. Erano quasi tutti musicisti, e in quel periodo lo ero anch’io. Avevo il senso dell’armonia, e credo che, se mi fossi impegnato nella carriera musicale, avrei avuto meno difficoltà di molti altri a trovare il successo. Uno dei miei amici studenti era Victor Massé, e anche Delibes, con il quale ero in rapporti molto stretti. Ci davamo del tu. Erano alcuni degli amici che mi ero fatto a Parigi. Tra i miei amici bretoni c’era Aristide Hignard, un musicista che, benché abbia ottenuto il secondo posto al premio di Roma, non si è mai distinto dalla massa. Lavoravamo in collaborazione. Io scrivevo le parole e lui la musica. Abbiamo composto una o due operette che sono state messe in scena e delle canzoni.
Una di queste canzoni, intitolata Les Gabiers, era interpretata dal baritono Charles Bataille e allora era molto popolare. Mi ricordo il ritornello: “Orsú, orsú | ragazzi, orsú | il mare è verde, il cielo è blu”.
Un altro che ho conosciuto quando ero studente, e che da allora è sempre rimasto mio amico, si chiama Leroy, e ora è deputato del Morbihan. Ma il maggior debito di gratitudine e di affetto lo sento verso Alexandre Dumas figlio, che ho incontrato per la prima volta quando avevo ventun’anni. Siamo diventati amici quasi subito. È stato il primo a incoraggiarmi. Dirò anzi che è stato il mio primo protettore. Ora non ci vediamo piú, ma finché vivrò non dimenticherò mai la sua gentilezza e il debito che ho nei suoi confronti. Mi ha presentato suo padre; abbiamo lavorato in collaborazione. Abbiamo scritto insieme un testo intitolato Les pailles rompues, che è stato rappresentato al Gymnase; e una commedia in tre atti, Onze jours de siège, rappresentata al Théâtre du Vaudeville. Allora vivevo di una piccola pensione concessami da mio padre, e sognavo di far fortuna, cosa che mi portò a tentare una o due speculazioni in borsa. Devo aggiungere che non hanno realizzato i miei sogni, ma ho tratto profitto dalle visite assidue al mondo della borsa, perché lí ho conosciuto la poesia del commercio, la febbre degli affari che ho descritto e utilizzato nei miei romanzi.
Nello stesso periodo in cui speculavo in borsa, collaboravo con Hignard a operette e canzoni, con Alexandre Dumas fils ad alcune commedie, mandavo dei racconti ai giornali. Il mio primo testo uscí sul “Musée des familles” in cui si può trovare la storia di un pazzo in mongolfiera, che segna l’inizio della linea che ero destinato a seguire nei miei romanzi4. Allora ero il segretario del Théâtre Lyrique, poi lo fui del signor Perrin. Adoravo il teatro e tutto ciò che lo circondava, e scrivere testi teatrali è sempre stato il mio lavoro preferito.
Avevo venticinque anni quando ho scritto il mio primo romanzo scientifico. Era Cinq semaines en ballon... È stato...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il giro del mondo in ottanta giorni
  3. La tecnica narrativa di Jules Verne di Michael Foucault
  4. Nota biobibliografica
  5. Il giro del mondo in ottanta giorni
  6. Capitolo primo - In cui Phileas Fogg e Passepartout si accettano reciprocamente come padrone e come domestico
  7. Capitolo secondo - In cui Passepartout è convinto di avere trovato finalmente il suo ideale
  8. Capitolo terzo - In cui s’intavolava una conversazione che può costar cara a Phileas Fogg
  9. Capitolo quarto - In cui Phileas Fogg sbalordisce il suo domestico Passepartout
  10. Capitolo quinto - In cui compare alla Borsa di Londra un nuovo titolo
  11. Capitolo sesto - In cui l’agente Fix mostra una giustificata impazienza
  12. Capitolo settimo - In cui si dimostra una volta di piú che per la polizia i passaporti sono inutili
  13. Capitolo ottavo - In cui Passepartout parla forse un po’ piú del necessario
  14. Capitolo nono - In cui il Mar Rosso e l’Oceano Indiano si mostrano propizi ai disegni di Phileas Fogg
  15. Capitolo decimo - In cui Passepartout è ben lieto di cavarsela perdendo una scarpa
  16. Capitolo undicesimo - In cui Phileas Fogg compra una cavalcatura a un prezzo favoloso
  17. Capitolo dodicesimo - In cui Phileas Fogg e compagni si avventurano nelle foreste dell’India, e ciò che ne segue
  18. Capitolo tredicesimo - In cui Passepartout dimostra una volta di piú che la fortuna arride agli audaci
  19. Capitolo quattordicesimo - In cui Phileas Fogg percorre tutta la meravigliosa valle del Gange senza curarsi di ammirarla
  20. Capitolo quindicesimo - In cui la valigia delle banconote si alleggerisce ancora di qualche migliaio di sterline
  21. Capitolo sedicesimo - In cui Fix sembra ignorare tutto ciò di cui gli si parla
  22. Capitolo diciassettesimo - In cui si tratta di varie cose occorse durante la traversata da Singapore a Hongkong
  23. Capitolo diciottesimo - In cui Phileas Fogg, Passepartout, Fix, ognuno per conto suo, badano ai loro affari
  24. Capitolo diciannovesimo - In cui Passepartout mette troppo zelo nel servizio del suo padrone e ciò che ne segue
  25. Capitolo ventesimo - In cui Fix entra direttamente in rapporto con Phileas Fogg
  26. Capitolo ventunesimo - In cui il padrone della Tankadère corre il rischio di perdere un premio di duecento sterline
  27. Capitolo ventiduesimo - In cui Passepartout constata che, anche gli antipodi, è prudente avere un po’ di denaro in tasca
  28. Capitolo ventitreesimo - In cui il naso di Passepartout si allunga smisuratamente
  29. Capitolo ventiquattresimo - In cui si compie la traversata dell’Oceano Pacifico
  30. Capitolo venticinquesimo - In cui si dà un sommario resoconto di una giornata di meeting a San Francisco
  31. Capitolo ventiseiesimo - In cui si prende il treno espresso della Pacific Rail Road
  32. Capitolo ventisettesimo - In cui Passepartout segue un corso di storia sui Mormoni alla velocità di venti miglia all’ora
  33. Capitolo ventottesimo - In cui Passepartout non riuscí a far intendere il linguaggio della ragione
  34. Capitolo ventinovesimo - In cui si farà la cronaca di vari incidenti, che capitano solamente sulle ferrovie dell’Unione
  35. Capitolo trentesimo - In cui Phileas Fogg fa semplicemente il suo dovere
  36. Capitolo trentunesimo - In cui l’ispettore Fix prende molto a cuore gli interessi di Phileas Fogg
  37. Capitolo trentaduesimo - In cui Phileas Fogg impegna una lotta diretta contro la cattiva sorte
  38. Capitolo trentatreesimo - In cui Phileas Fogg si dimostra all’altezza delle circostanze
  39. Capitolo trentaquattresimo - In cui a Passepartout si offre l’occasione di fare un gioco di parole terribile, ma forse inedito
  40. Capitolo trentacinquesimo - In cui Passepartout non si fa ripetere due volte l’ordine che gli dà il suo padrone
  41. Capitolo trentaseiesimo - In cui le azioni Phileas Fogg risalgono in Borsa
  42. Capitolo trentasettesimo - In cui si dimostra che Phileas Fogg non ha guadagnato niente a fare il giro del mondo, tranne la felicità
  43. Il giro di una vita di Robert Sherard
  44. Il libro
  45. L’autore
  46. Dello stesso autore
  47. Copyright