
- 120 pagine
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Crepuscolo degli idoli
Informazioni su questo libro
L'uomo è solo uno sbaglio di Dio? O Dio solo uno sbaglio dell'uomo? Friedrich W. Nietzsche Scritto quasi involontariamente, senza metodo e senza scopo, in attesa di porre mano all''opera capitale' (la Trasvalutazione di tutti i valori), questo libro ebbe come primo titolo L'ozio di uno psicologo. Ma per Peter Gast era un titolo troppo modesto: 'Il passo di un gigante', scrisse, 'che fa tremare le montagne fin nelle radici, non è già più un ozio'. E fu così che nacque il Crepuscolo degli idoli (1888), assortimento scintillante di armi e gioielli e ardito compendio di tutte le più importanti eterodossie filosofiche di Nietzsche.
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Informazioni
Friedrich Nietzsche
CREPUSCOLO DEGLI IDOLI
OVVERO
COME SI FILOSOFA COL MARTELLO
PREFAZIONE
Mantenere la propria gaiezza nel bel mezzo di qualcosa di fosco e oltremodo carico di responsabilità, non è piccolo artificio; e tuttavia, che c’è di più necessario della gaiezza? Nessuna cosa riesce, se non vi prende parte la baldanza. Solo l’eccesso di forza è la prova della forza. – Una trasvalutazione di tutti i valori, questo interrogativo così nero, così enorme che getta ombre su colui che lo formula – il destino di una tale missione costringe ogni momento a camminare nel sole, a scuotersi di dosso una serietà pesante, fattasi troppo pesante. Ogni mezzo è buono per ciò, ogni «caso» è un caso fortunato. Soprattutto la guerra. La guerra è stata sempre la grande accortezza di tutti gli spiriti troppo interiorizzati, divenuti troppo profondi; nello stesso ferimento c’è ancora potere terapeutico. Un detto, di cui tengo celata l’origine alla curiosità erudita, è stato a lungo la mia divisa:
increscunt animi, virescit volnere virtus.
Un’altra guarigione, in certi casi da me ancor più desiderata, è auscultare gli idoli… Ci sono nel mondo più idoli che realtà: è questo il mio «malocchio» per questo mondo, è questo anche il mio «malorecchio»… Fare qui per una volta domande col martello e, forse, sentire come risposta quel famoso suono cavo che parla dalle viscere enfiate – che delizia per uno che ha ancora delle orecchie dietro le orecchie – per me vecchio psicologo e acchiapparatti, di fronte al quale proprio ciò che vorrebbe starsene zitto è costretto a parlare ad alta voce…
Anche questo scritto – il titolo lo dice chiaro – è soprattutto una ricreazione, una macchia di sole, uno scarto laterale nell’ozio di uno psicologo. Forse anche una nuova guerra? E vengono auscultati nuovi idoli?… Questo scrittarello è una grande dichiarazione di guerra; e per quanto riguarda l’auscultare idoli, questa volta non sono idoli dell’epoca, ma idoli eterni, quelli che qui si toccano col martello come con un diapason, – non esistono altri idoli più vecchi, più convinti, più gonfiati… E anche più cavi… Ciò non impedisce che siano i più creduti; e anche si dice, specialmente nel caso più nobile, che non sono affatto idoli…
Torino, 30 settembre 1888
nel giorno del compimento del primo libro della Trasvalutazione di tutti i valori
Friedrich Nietzsche
SENTENZE E FRECCE
1
L’ozio è il principio di ogni psicologia. Ma come, sarebbe la psicologia – un vizio?
2
Anche il più coraggioso tra noi ha solo raramente il coraggio di ciò che veramente sa…
3
Per vivere da solo, uno dev’essere un animale o un dio – dice Aristotele. Manca il terzo caso: uno dev’essere tutt’e due le cose – filosofo…
4
«Ogni verità è semplice.» – Non è questa una doppia menzogna?
5
Io voglio, una volta per tutte, non sapere molte cose. La saggezza traccia confini anche alla conoscenza.
6
Nella propria natura selvaggia ci si riposa nel modo migliore della propria snaturatezza, della propria spiritualità…
7
Ma come, l’uomo è solo uno sbaglio di Dio? O Dio solo uno sbaglio dell’uomo?
8
Dalla scuola di guerra della vita. – Ciò che non mi ammazza mi rafforza.
9
Aiuta te stesso. Poi anche ogni altro ti aiuterà. Principio dell’amore del prossimo.
10
Che non si commettano viltà contro le proprie azioni! Che dopo non le si pianti in asso! – Il rimorso è indecoroso.
11
Può un asino essere tragico? – Schiantarsi sotto un carico che non si può né portare né scaraventare a terra?… Il caso del filosofo.
12
Se si ha il proprio «perché?» della vita, ci si concilia quasi con ogni «come?» – L’uomo non aspira alla felicità; soltanto l’Inglese aspira ad essa.
13
L’uomo ha creato la donna – da che cosa mai? Da una costola del suo Dio – del suo «ideale»…
14
Cosa? Tu cerchi? Vorresti decuplicarti, centuplicarti? Cerchi seguaci? – Cerca gli zeri!
15
Gli uomini postumi – io per esempio – vengono capiti peggio dei contemporanei, ma ascoltati meglio. Più precisamente: noi non veniamo mai capiti – di qui la nostra autorità…
16
Tra donne. – «La verità? Oh, Lei non conosce la verità! Non è essa un attentato a tutti i nostri pudori?».
17
È un artista di quelli che io amo, modesto nei suoi bisogni. Vuole in realtà solo due cose, il suo pane e la sua arte, – panem et Circen…
18
Chi non sa mettere nelle cose la sua volontà, vi mette dentro almeno un senso. Ciò significa che crede che vi sia già dentro una volontà (principio della «fede»).
19
Ma come, avete eletto la virtù e il petto in fuori e nello stesso tempo sbirciate i vantaggi dei senza scrupoli? – Ma con la virtù si rinuncia ai «vantaggi»… (sulla porta di casa di un antisemita).
20
La donna perfetta si macchia di letteratura così come commette un peccatuccio: per provare, di sfuggita, guardandosi intorno per vedere se qualcuno la osserva e che qualcuno la osservi…
21
Mettersi sempre in situazioni in cui non è dato avere virtù posticce, in cui invece, come il funambolo sulla corda, o si cade o si sta – o si viene via…
22
«Gli uomini malvagi non hanno canzoni.» – Com’è che i Russi hanno canzoni?
23
«Spirito tedesco»: da diciotto anni una contradictio in adjecto.
24
A cercare le origini si diventa granchi. Lo storico guarda all’indietro; alla fine crede anche all’indietro.
25
La contentezza protegge finanche contro il raffreddore. Si è mai raffreddata una donna che si sapeva ben vestita? – Faccio il caso che fosse poco vestita.
26
Diffido di tutti i sistematici e li scanso. La volontà di sistema è una mancanza di probità.
27
Si considera profonda la donna – perché? Perché con lei non si arriva mai a toccare il fondo. La donna poi non è neanche un’acqua bassa.
28
Se la donna ha virtù virili, allora bisogna scapparsene via; e se non ha virtù virili, se ne scappa via lei.
29
«Quanto aveva prima la coscienza da mordere? Quali denti buoni aveva? – E oggi? Che cosa le manca? –» Domanda di un dentista.
30
Raramente si commette una sola avventatezza. Nella prima avventatezza si fa sempre troppo. Proprio perciò se ne commette di solito anche una seconda – e ormai si fa troppo poco…
31
Il verme calpestato si torce. In ciò è bravo. Restringe così la probabilità di essere nuovamente calpestato. Nel linguaggio della morale: umiltà.
32
C’è un odio della menzogna e della simulazione per un suscettibile concetto dell’onore; c’è anche un odio di esse per vigliaccheria, in quanto la menzogna è vietata da un comandamento divino. Troppo vile per mentire…
33
Quanto poco ci vuole per la felicità! Il suono di una cornamusa. – Senza musica la vita sarebbe un errore. Il Tedesco immagina che Dio stesso canti canzoni.
34
On ne peut penser et écrire qu’assis (G. Flaubert). – Con ciò ti tengo, nichilista! Proprio il sedere di pietra è il peccato contro lo spirito santo. Soltanto i pensieri nati camminando hanno valore.
35
Ci sono casi in cui siamo come i cavalli, noi psicologi, e ci imbizzarriamo. Vediamo oscillare davanti a noi la nostra ombra in su e in giù. Lo psicologo deve stornare lo sguardo da sé per vedere.
36
Se noi immoralisti rechiamo pregiudizio alla virtù? – Non più che gli anarchici ai prìncipi. Soltanto dopo che si è loro sparato, questi siedono di nuovo saldamente sul loro trono. Morale: bisogna sparare alla morale.
37
Tu corri innanzi? – Lo fai come pastore? O come eccezione? Un terzo caso sarebbe il fuggiasco… Primo caso di coscienza.
38
Sei un uomo autentico o soltanto un commediante? Un rappresentante? O il rappresentato stesso? – Alla fine non sei altro che l’imitazione di un commediante… Secondo caso di coscienza.
39
Parla il deluso. – Ho cercato grandi uomini e ho trovato sempre e solo le scimmie del loro ideale.
40
Sei uno che sta a guardare? O che pone mano? – O che storna lo sguardo, che si mette in disparte?… Terzo caso di coscienza.
41
Vuoi andare insieme con gli altri? O andare davanti? O andare per conto tuo?… Bisogna sapere che cosa si vuole e che si vuole. Quarto caso di coscienza.
42
Erano per me scalini, sono salito passando su di essi, – per ciò me ne son dovuto allontanare. Ma essi credevano che io volessi fermarmi su di loro per sempre…
43
Che importanza ha che io abbia ragione? Io ho troppo ragione. – E oggi chi ride meglio ride anche ultimo.
44
Formula della mia felicità: un Sì, un No, una linea retta, una meta…
IL PROBLEMÅ DI SOCRATE
1
Sulla vita, in tutti i tempi, i più saggi hanno dato lo stesso giudizio: non vale niente… Sempre e dappertutto si è sentito sulla loro bocca lo stesso accento – un accento pieno di dubbio, pieno di malinconia, pieno di stanchezza di vivere, pieno di resistenza contro la vita. Socrate stesso disse, in punto di morte: «vivere – ciò vuol dire essere lungamente malati. Devo un gallo al salvatore Asclepio». Socrate stesso ne aveva abbastanza. – Che cosa dimostra ciò? A che cosa rimanda ciò? – Una volta si sarebbe detto (- oh, lo si è detto e abbastanza forte e i nostri pessimisti per primi!): «Qui ci dev’essere in ogni caso qualcosa di vero! Il consensus sapientium è la prova della verità». – Parleremo oggi ancora così? Possiamo farlo? «Qui ci dev’essere in ogni caso qualcosa di malato» – è la risposta che diamo noi. Questi saggissimi di tutti i tempi, bisognerebbe anzitutto osservarli da vicino! Erano forse tutti quanti non più saldi sulle gambe? Erano stramaturi? vacillanti? Décadents? Comparirebbe forse la saggezza sulla terra come un corvo, che un piccolo odore di carogna manda in visibilio?…
2
In me stesso questa irriverenza, di pensare che i grandi saggi siano tipi della decadenza, è sorta per la prima volta proprio in un caso in cui le si contrappone nel modo più forte il pregiudizio dotto e indotto. Io ho riconosciuto Socrate e Platone come sintomi di decadenza, come strumenti della dissoluzione greca, come pseudogreci, come antigreci (Nascita della tragedia, 1872). Il suddetto consensus sapientium – l’ho capito sempre meglio – non dimostra minimamente che avessero ragione su ciò su cui concordavano; dimostra piuttosto che essi stessi, questi saggissimi, concordavano in qualche cosa fisiologicamente, per assumere – per dover assumere – allo stesso modo un atteggiamento negativo verso la vita. Giudizi, giudizi di valore sulla vita, pro o contro, in definitiva non possono essere mai veri: hanno valore solo come sintomi, vengono in considerazione solo come sintomi, – in sé tali giudizi sono sciocchezze. Occorre assolutamente allungare le dita e cercare di afferrare questa stupefacente finezza: il valore della vita non può essere fatto oggetto di apprezzamento. Non da un essere vivente, perché un tal essere è parte, anzi addirittura oggetto della causa, e non giudice; e neanche da un morto, per altra ragione. – Da parte di un filosofo, vedere un problema nel valore della vita rimane, in tal modo, un’obiezione a lui medesimo, un punto interrogativo sulla sua saggezza, una mancanza di saggezza. – Ma come, tutti questi grandi saggi – non sarebbero semplicemente décadents, non sarebbero stati nemmeno saggi? – Ma ritorno al problema di Socrate.
3
Per la sua origine, Socrate apparteneva al popolo più basso; Socrate era plebe. Si sa, anzi lo si vede ancora, quant’era brutto. Ma la bruttezza, un’obiezione in sé, è fra i Greci quasi una confutazione. Ma poi: era Socrate veramente un Greco? La bruttezza è piuttosto spesso espressione di uno sviluppo incrociato, di uno sviluppo ostacolato da un incrocio. In altri casi essa appare come involuzione. Gli antropologi tra i criminologi ci dicono che il delinquente tipico è brutto: monstrum in fronte, monstrum in animo. Ma il delinquente è un décadent. Era Socrate un delinquente tipico? Perlomeno non contraddirebbe ciò quel famoso giudizio fisiognomico, che suonò tanto scandaloso agli amici di Socrate. Uno straniero che s’intendeva di fisionomie, disse in faccia a Socrate, quando venne ad Atene, che era un mostro, – che albergava in sé tutti i peggiori vizi e brame. E Socrate si limitò a rispondere: «Lei mi conosce bene, signore!».
4
Della décadence in Socrate parla non solo la confessata dissolutezza e anarchia degli istinti: in tal senso appunto parla anche la superfetazione della logica e quella cattiveria da rachitico che lo contraddistingue. Non dimentichiamo neanche quelle allucinazioni acustiche che sono state interpretate in registro religioso come «il demone di Socrate». Tutto è esagerato, buffo, caricatura in lui, tutto è nello stesso tempo nascosto, pieno di secondi fini, sotterraneo. – Cerco di capire da quale idiosincrasia provenga quella equiparazione socratica: ragione = virtù = felicità; l’equiparazione più bizzarra che ci sia e che in particolare ha contro di sé tutti gli istinti dell’Elleno più antico.
5
Con Socrate il gusto greco si rovescia a favore della dialettica: che cosa accade qui propriamente? Anzitutto, con ciò viene sconfitto un gusto aristocratico; con la dialettica viene su la plebe. Nella buona società, prima di Socrate, si rifiutavano le maniere dialettiche: erano considerate cattive maniere, compromettevano. Si metteva in guardia la gioventù contro di esse. Si diffidava inoltre di tutto questo modo di presentare i propri argomenti. Le cose oneste, come gli uomini onesti, non portano i loro argomenti così nella mano. Non è decoroso mostrare tutt’e cinque le dita. Ciò che si deve prima dimostrare non ha molto valore. Dovunque l’autorità fa ancora parte del buon costume, dove non si «fonda», ma si comanda, il dialettico è una specie di Hanswurst: si ride di lui, non lo si prende sul serio. – Socrate era l’Hanswurst che si faceva prendere sul serio. Che cosa accadde allora veramente?
6
Si sceglie la dialettica solo quando non si ha nessun altro mezzo. Si sa che con essa si suscita diffidenza, che essa non persuade molto. Niente si può cancellare più facilmente degli effetti dei dialettici: lo dimostra l’esperienza di ogni assemblea in cui si fanno discorsi. La dialettica può essere solo un’estrema risorsa nelle mani di coloro che non hanno più nessun’arma. Bisogna strappare il proprio diritto con la forza; altrimenti non se ne farà uso. Perciò gli Ebrei erano dialettici; la volpe Reinecke lo era. Ma come, lo era anche Socrate?
7
– È l’ironia di Socrate un’espressione di rivolta? Di risentimento plebeo? Gode egli come oppresso della sua propria ferocia nelle coltellate del sillogismo? Si vendica dei nobili che affascina? – Si ha in mano, come dialettici, uno strumento spietato; con esso si può fare il tiranno; vincendo si fa fare all’altro una brutta figura. Il dialettico lascia all’avversario l’onere di provare di non essere un idiota: lo rende furioso, lo rende insieme inerme. Il dialettico depotenzia l’intelletto del suo avversario. – Ma come, la dialettica è in Socrate solo una forma di vendetta?
8
Ho fatto capire in che modo Socrate poteva respingere; ma rimane tanto più da spiegare in che modo potesse affascinare. – Una ragione è che aveva scoperto una nuova specie di agon; che fu in ciò, per i circoli aristocratici di Atene, il primo maestro di scherma. Affascinava sollecita...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il Crepuscolo degli idoli nell’opera di Nietzsche
- La vita di Nietzsche al tempo del Crepuscolo degli idoli
- Bibliografia
- CREPUSCOLO DEGLI IDOLI: Come si filosofa col martello
- Il martello parla
- Sommario