Ambientato nel Surinam britannico dove Behn in gioventú aveva trascorso due anni, Oroonoko narra la storia di uno schiavo di rara bellezza e coraggio. Un racconto di amore e morte, umanità e prigionia, che anticipa i temi dalla letteratura postcoloniale e apre la strada alla prosa inglese del Settecento, primo fra tutti al Robinson Crusoe di Daniel Defoe.

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Oroonoko or The Royal Slave. Oroonoko schiavo di sangue reale
Una storia vera
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Oroonoko or The Royal Slave. Oroonoko schiavo di sangue reale
Una storia vera
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Oroonoko schiavo di sangue reale
Una storia vera
Epistola Dedicatoria
Al
Molto Onorevole
Lord Maitland1
Mio Signore,
poiché il mondo è divenuto ormai cosí esigente e critico nei confronti delle Dediche, da non poter fare a meno di giudicare l’Opera se non alla luce dell’ingegno del Suo Mecenate, è d’uopo scegliere, e con estrema ponderazione, una Personalità al di sopra di ogni obiezione; una figura che per ingegno e valore sia veramente degna di tutto quel che si può dire in quella speciale circostanza.
La gran parte delle Dediche viene tacciata di adulazione; e se per caso il mondo sa che un uomo ha qualche difetto, esso non consentirà ad alcuno di parlare delle sue virtú. Ciò accade, mio Signore, per incapacità di retto pensiero; se gli uomini tenessero in considerazione il proprio discernimento, essi la penserebbero diversamente e terrebbero in alta stima le Dediche; e si convincerebbero che quasi ogni Grande Uomo ha in sé meriti sufficienti a renderlo degno di tutto ciò che lí si possa dire. Mio Signore, un pittore che intenda eseguire un bel ritratto, dispone il viso in molte pose e sotto diverse luci, prima di cominciare, sí da poter scegliere, tra le diverse posture, quale sia la piú piacevole e quale sappia conferire al volto la migliore gradevolezza; e se mai vi fossero una cicatrice, uno sgradevole neo o un qualunque piccolo difetto, egli non ne terrebbe conto, e tuttavia renderebbe quel ritratto estremamente somigliante: ma colui che abbia la ventura di ritrarre un volto che è del tutto incantevole in ogni suo dettaglio e fattezza, quali colori o attrattive potrà mai aggiungere al fine di renderlo piú bello? Qualunque elemento riuscisse ad apportarvi non sarebbe altro che quanto gli è dovuto, ed egli dovrebbe compiacersi di un dipinto cui l’originale, da solo, conferisce la sua perfezione. Una mano inesperta può sminuirlo, ma una sapiente non può accrescerne la bellezza. Un poeta è a suo modo un pittore; anch’egli disegna dal vero, ma in un altro modo; noi ritraiamo la parte piú nobile, l’anima e la mente; i ritratti che si eseguono con la penna sono destinati a vivere assai piú a lungo di quelli tracciati a matita, e piú a lungo dei mondi che ritraggono2. Questa è una breve cronaca di vite che forse sarebbero state trascurate da altri storici o che sarebbero rimaste lí, abbandonate, per quanto meritevoli di fama immortale. Perché gli uomini dotati di elevate qualità sono esemplari quanto lo sono i Monarchi stessi, la virtú è una lezione nobile da apprendere, ed è dal confronto che noi possiamo scegliere e giudicare. È attraverso illustri modelli quale è Sua Signoria, che il mondo potrà risultarne migliorato e perfezionato, quando gran parte di questa pigra nobiltà contemplerà con vergogna le ammirevoli imprese di un uomo tanto grande e tanto giovane.
Vostra Signoria ha letto innumerevoli volumi su uomini illustri e su libri, e questo non per il vano gusto della novità ma per quello della conoscenza, del sapere piú straordinario: alla stregua dell’ape industriosa, da ogni fiore Voi ritornate carico di preziosa rugiada che siete certo di volgere al pubblico bene. Nessuna perfezione serbate gelosamente per Voi stesso, ma tutte le offrite al glorioso servizio della Vostra Religione e del Paese, per entrambi i quali Voi rappresentate un onore utile e necessario: ad ambedue mancano tali sostenitori, ma sono solo uomini di qualità tanto elevate e di cosí squisito ingegno, di tanto nobili principî di lealtà e di fede, che questa nazione ansiosamente chiede. (Dove mai troveremo, fra i molti nobili di questo paese, un altrettanto eccelso Difensore della Chiesa cattolica? Con quanta sapienza teologica avete scritto in difesa della Fede3! E quanto inconfutabilmente avete illuminato tutti quei grovigli della Religione che persino gli uomini di Chiesa avevano lasciato nel buio e nella difficoltà! Con quali insuperate argomentazioni siete riuscito a persuadere coloro che erano senza fede, e a istruire gli ignoranti!)4 Dove mai troveremo un uomo, giovane come lo era sant’Agostino5, nel fiore della giovinezza e dell’allegria, capace di insegnare al mondo precetti divini, veri concetti di fede e di eccelsa moralità, e rappresentare al tempo stesso un modello perfetto di tutto ciò che fa di un uomo un Grande Uomo? Voi possedete, mio Signore, tutta quella raffinata intelligenza che sa incantare, e una cortesia che fa sentire in obbligo chi la riceve; una generosità che dà lustro alla vostra nobiltà; un senso dell’ospitalità e una grandezza d’animo che affascinano il mondo, e quell’esemplare modo di condursi che cosí bene lo educa. La nostra Nazione6 dovrebbe rammaricarsi e lamentare la disgrazia di non poter rivendicare l’onore di aver dato i natali a un uomo tanto idoneo a servire Sua Maestà e i suoi dominî, in tutti i loro affari di Stato, importanti e pubblici: e, a vanto della Vostra nazione, sia detto che essa genera piú uomini degni di considerazione, per raffinata sensibilità, per intelligenza, saggezza, buona educazione e generosità, in confronto al resto della nobiltà, di quanti ogni altra nazione possa vantare; e che la fecondità delle Vostre virtú è sufficiente compenso per la sterilità della terra da cui provenite: una cosa che non può tuttavia essere di gran disturbo per Vostra Signoria, poiché le qualità che Vi contraddistinguono e la venerazione che la gente comune naturalmente tributa ai loro signori, lí crea una copiosa abbondanza – tale da rendervi felice. E a completamento della Vostra felicità, Mio Signore, il Cielo Vi ha benedetto, ponendo al vostro fianco una Gentildonna cui ha donato tutta la gentilezza, la bellezza e la virtú che si addicono al suo sesso, e poi giovinezza e dolcezza di carattere; una Signora di famiglia quanto mai illustre, straordinario esempio di elevata devozione, semplicità e gentilezza, per ogni donna di rango; una Dama totalmente meritevole, da parte del mondo intero, di un rispetto pari al trasporto amoroso e alla fiducia che Ella riceve da Vostra Signoria, cosa che, per parte sua, Ella ripaga con pari tenerezza. A me sembra che le Vostre due vite tranquille siano l’immagine stessa della bellissima coppia di esseri umani, in Paradiso, subito dopo la Creazione, cosicché i voti e l’auspicio di coloro che hanno l’onore di conoscervi, sono che Voi possiate continuare cosí in eterno, con l’aggiunta di ogni benedizione che il mondo saprà riversare su di Voi.
Signore, i miei obblighi nei confronti di alcuni fra gli Uomini Illustri della Vostra nazione, in particolare verso Vostra Signoria, mi danno l’ardire di esprimere la mia riconoscenza, cogliendo ogni possibile occasione; quanto agli umili frutti della mia laboriosità, io li depongo ai piedi di Vostra Signoria. Quella che segue è una storia vera, la storia di un uomo tanto valoroso da meritare la Vostra protezione; un uomo che se fosse stato sempre cosí fortunato, non avrebbe fatto una fine tanto ingloriosa: è la storia dello schiavo di stirpe reale che ho avuto l’onore di conoscere nel corso dei miei viaggi all’altro capo del mondo; e sebbene in quella regione io non avessi alcuna autorità al di sopra di me, pure mi è mancato il potere di salvare la vita di quel Grande Uomo. E se qualcosa, in quello che dico, può apparirvi frutto della fantasia, io imploro Vostra Signoria di considerare che quelle regioni sono in ogni cosa cosí profondamente diverse dalle nostre, da produrre meraviglie per noi inconcepibili; o almeno, tali esse appaiono a noi, in quanto nuove e strane. Lasciamo al lettore attento giudicare a suo piacere se le cose delle quali ho asserito di essermi occupata corrispondano a verità. Non servirà a raccomandare questo mio libro, il fatto che io assicuri Vostra Signoria di averlo scritto in poche ore, quantunque la cosa possa servire a scusarne alcuni dei difetti di coesione; poiché non ho poggiato la penna neanche un istante per fermarmi a riflettere, ma è unicamente merito del mio schiavo che esso debba risultare degno dell’onore che umilmente Vi chiede, mentre è merito della sua autrice quello di firmarsi7,
Signore,
la Vostra obbligatissima
e obbediente Servitrice,
A. Behn
1. Richard Maitland (1653-95), piú tardi quarto conte di Lauderdale, ricopriva importanti cariche pubbliche in Scozia. Giacobita e cattolico, seguí in Francia Giacomo II quando questi venne deposto e costretto alla fuga.
2. Sono molte le prefazioni nelle quali l’abilità dello scrittore viene paragonata a quella del pittore, e la forza creativa della penna a quella del pennello. L’immagine, derivata dall’Ars poetica di Orazio, ricorre nella letteratura inglese fino a tutto l’Ottocento.
3. Non si sa bene a quali scritti Aphra Behn si riferisca, ma sappiamo che Lord Maitland era famoso per la sua biblioteca e per una traduzione in versi dell’opera di Virgilio.
4. Queste frasi in parentesi – ci avverte il critico Joanna Lipking (cfr. Oroonoko. An Authoritative Text, Historical Background, Criticism cit.) – sopravvivono solo in una delle varianti al testo originale, conservata nella Bodleian Library, e sono state eliminate nelle successive edizioni dell’opera, da Behn stessa o dall’editore. Cosí come sono, esse suonano come un’appassionata adesione alla fede cattolica e hanno fatto ritenere che Aphra Behn avesse ricevuto un’educazione cattolica o che a questa fede si fosse avvicinata come scelta privata.
5. Le Confessioni di sant’Agostino (354-430) rappresentano un modello molto seguito e conosciuto, di racconto autobiografico.
6. La nazione alla quale si riferisce è, naturalmente, la Scozia.
7. È interessante notare come, a differenza della maggior parte delle epistole dedicatorie dell’epoca, quest’ultimo paragrafo segni di fatto l’ingresso della narrazione nel documento veritiero, anticipando, in una sorta di veloce repertorio, molti degli spunti che il racconto successivamente svilupperà.
Storia dello schiavo di sangue reale
Nel raccontare la storia di questo schiavo di sangue reale, non fingerò di intrattenere il mio lettore con le avventure di un eroe immaginario, la cui vita e le cui sorti siano lasciate alla mercé della fantasia del poeta; né ho intenzione, nel riferire la verità, di adornarla con avvenimenti che non siano quelli a lui realmente accaduti: questa storia verrà al mondo senza artifici, grazie ai suoi propri meriti e all’intreccio suo naturale, poiché vi è in essa realtà sufficiente a sorreggerla e renderla dilettevole, senza alcun ausilio di invenzione.
Io stessa fui testimone oculare di gran parte di ciò che qui troverete scritto; e ciò di cui non potei essere testimone mi giunse dalla viva voce del primo attore di questa vicenda, l’eroe in persona, che mi narrò l’intera storia della sua giovinezza. Ometterò tuttavia, per amore di brevità, mille piccoli episodi della sua vita che, per quanto a noi graditi, là dove la Storia era scarna e le avventure molto rare, potrebbero invece apparire tediosi e pesanti al mio lettore, in un mondo in cui egli può trovare a ogni istante svaghi nuovi e strani. Noi, invece, assolutamente incantati dalla personalità di questo grande uomo, fummo curiosi di conoscere ogni dettaglio della sua esistenza.
Scenario dell’ultima parte delle sue avventure è una colonia d’America chiamata Surinam8, nelle Indie Occidentali.
Ma prima ch’io vi narri la storia di questo schiavo coraggioso, è bene ch’io vi descriva in che modo vengono deportati in queste nuove colonie quelli del cui lavoro lí ci si avvale, non essendo essi nativi del luogo9; poiché con costoro noi viviamo in perfetta armonia, senza permetterci di dar loro degli ordini; al contrario, riversando su di essi l’affetto piú fraterno e amichevole; commerciando con loro per averne in cambio pesce, selvaggina, pelli di bufalo e piccole rarità, quali uistiti, una sorta di scimmia grande quanto un ratto o una donnola, ma di forma meravigliosa e delicata, con muso e mani simili a quelle di creature umane; e poi cousheries10, bestiole di sembianza e abitudini simili a quelle del leone, grandi quanto un gattino, ma cosí perfettamente simili in ogni loro parte a quella nobile bestia da sembrare leoni in miniatura. E poi parrocchetti di piccole dimensioni, pappagalli giganti, macao e mille altre bestie e uccelli di forme e colori meravigliosi e sorprendenti. Acquistiamo anche pelli di serpenti di prodigiose dimensioni, alcune delle quali raggiungono oltre cinquanta metri di lunghezza, come quella che si può ammirare tra le collezioni di Sua Maestà11, presso le quali si trovano anche delle rare specie di farfalle, sorprendenti per forma e colore, che io stessa ho donato alla Corona; alcune grandi quanto un mio pugno, altre meno, e tutte di cosí straordinaria perfezione che l’arte non è in grado di imitarle. Commerciamo anche in piume, dalle tinte inimmaginabili per noi, che essi dispongono nelle forme piú svariate, per farne corte vesti da indossare e splendide ghirlande per il capo, il collo, le braccia e le gambe. Io stessa ne ricevetti un assortimento intero che donai al King’s Theatre e che divenne l’abito di scena de La Regina indiana12, ammirato a non finire da persone d’alto rango e risultato inimitabile. A queste poi bisogna aggiungere mille arnesi ingegnosi e rarità della natura e alcuni oggetti d’arte, come i loro cesti, le armi, i perizomi e cosí via. In cambio noi davamo loro perline di ogni colore, coltelli, asce, spille e aghi, che essi usavano unicamente come strumenti per bucarsi le orecchie, il naso e le labbra, cui appendevano ammennicoli in quantità, tra cui perle di forma allungata, frammenti di stagno, ottone o argento sottilmente lavorato, e ogni sorta di gingillo scintillante. Quanto alle perline, queste vengono intessute per formarne dei perizomi della lunghezza di circa trenta centimetri e di uguale larghezza, che dispongono con grazia in forma di fiori di perline variopinte; perizomi che indossano sul davanti, allo stesso modo in cui Adamo ed Eva portavano le foglie di fico; gli uomini si mettono addosso una lunga fascia di lino, che si procurano commerciando con noi. Le perline vengono anche infilate in lunghe strisce sottili di cotone, con cui fanno dei legacci ai quali dapprima fissano i perizomi, e poi si avvolgono venti o piú volte attorno alla vita, e infine incrociano da entrambi i lati, a mo’ di bandoliera, attorno alle spalle, al collo, alle braccia e alle gambe. Tale ornamento, unito ai loro lunghi capelli neri, ai volti punteggiati qua e là di macchioline o fiori dipinti, ne fa delle figure bellissime a vedersi. Alcune di tali beltà, di forme invero assai aggraziate, come quasi tutti loro, e di lineamenti delicati, appaiono assai affascinanti e originali, poiché posseggono tutto ciò che si suole definire bellezza, eccetto il colore, che è di un giallo rossastro; ovvero, dopo una nuova applicazione di un unguento del quale spesso fanno uso, si presentano del colore del mattone appena cotto, però levigato, morbido e lustro. Sono estremamente modesti e vergognosi, molto timidi e con una naturale ritrosia nel farsi toccare. E quantunque siano tutti nudi nel modo che s’è detto, chi viva di continuo in mezzo a loro non ha mai occasione di cogliere un gesto né uno sguardo indecente: si direbbe che pur essendo soliti vedersi cosí disadorni, cosí simili ai nostri antichi progenitori prima del peccato originale, essi non abbiano desideri di sorta, poiché nulla suscita la loro curiosità; anzi, tutto ciò che è dato vedere lo si vede subito e in ogni momento, cosicché là dove non c’è novità non può esservi curiosità. Non che io non abbia visto un giovane e prestante indiano languire d’amore per una giovane indiana di grande bellezza, ma tutto il suo corteggiamento consisteva nell’incrociare le braccia e seguirla con lo sguardo, mentre i sospiri erano tutto il suo linguaggio: ella invece, quasi che non ci fosse alcun amante, o piuttosto quasi che non ne desiderasse alcuno, evitava con ogni cura di guardarlo, né mai gli si avvicinava, ma volgeva gli occhi a terra con tutto il rossore e la modestia che ho visto tra le piú riservate e avvedute delle nostre donne. Costoro apparivano ai miei occhi come l’idea assoluta di quella primigenia condizione di innocenza in cui l’uomo non conosceva ancora il peccato, cosa che dimostra in modo palese e chiaro che la semplice natura è di per sé la piú innocua, inoffensiva e virtuosa delle maestre. Essa sola, se le venisse consentito, farebbe da guida al mondo meglio di ogni altra invenzione umana: la religione, qui, altro non farebbe che distruggere la serenità che questi uomini posseggono grazie all’ignoranza; le leggi non insegnerebbero loro altro che l’offesa, della quale essi non hanno cognizione alcuna. Vi fu una volta in cui digiunarono e piansero per la morte del governatore inglese, il quale, dopo aver dato la sua parola che si sarebbe recato da loro in un giorno stabilito, non si era fatto vedere né aveva mandato sue notizie, e questo nella ferma convinzione che quando un uomo abbia dato la sua parola, niente se non la morte possa o debba impedirgli di mantenerla. Ma quando si accorsero che non era morto, gli domandarono con quale nome loro inglesi chiamassero un uomo che prometteva una cosa senza mantenerla. Il governatore rispose che un simile uomo era un bugiardo, termine infamante per un gentiluomo. Allora uno di essi replicò: «Governatore, tu sei un bugiardo, e sei reo di tale infamia». Posseggono una innata giustizia che non conosce inganno, cosí come non conoscono il vizio o l’astuzia, se non quando vengono insegnati loro dai bianchi. Hanno numerose mogli le quali, una volta divenute anziane, si pongono al servizio, con devozione semplice e rispettosa, di quelle che succedono loro, e che sono giovani; e non hanno altri servi se non gli schiavi catturati in guerra.
Quelli della regione nella quale io mi trovavo, non avevano Re; ma obbedivano con grande devozione al capitano di guerra piú anziano.
Il capitano di guerra è un uomo che li ha guidati in battaglia con competenza e successo; di questi, come di altri loro costumi e abitudini, avrò occasione di parlare piú a lungo in futuro, ogni volta che me ne sarà data l’opportunità.
Con questa gente, come ho detto, viviamo in perfetta armonia e comprensione reciproca, come ci conviene fare, dal momento che essi conoscono tutti i luoghi in cui cercare il miglior cibo che offre il paese, e il modo di procurarselo, e in cambio di minuscoli oggetti di nessun valore, ci forniscono cose che a noi risulterebbe impossibile procurarci; poiché a caccia, e non soltanto nei boschi e nella savana13, si comportano come segugi infilandosi velocemente attraverso anfratti quasi impraticabili, riuscendo a raggiungere, con la sola velocità delle gambe, il piú agile cervo e altre bestie commestibili: ma anche nell’acqua, dove si direbbe che siano divinità dei fiumi, o cittadini degli abissi, e dove tanto straordinaria appare la loro abilità nel nuotare, nel tuffarsi e quasi vivere nell’acqua, da permettere loro di dominare i meno veloci abitatori dei flutti. Quanto poi alla caccia, ciò che non riescono a rag...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Aphra Behn: la donna che inventò se stessa. di Maria Antonietta Saracino
- Cronologia della vita e delle opere. di Aphra Behn
- Cronologia storica
- Bibliografia
- Nota alla traduzione
- Oroonoko schiavo di sangue reale. Una storia vera
- Oroonoko or, The Royal Slave. A True History
- Il libro
- L’autore
- Copyright