CORO Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è piú dell’uomo. È lui che oltre il mare canuto procede nella tempesta invernale attraverso i flutti che gli si frangono intorno. È lui che anche la dea suprema tra tutti gli dèi, Gaia, inconsumabile, instancabile, rivoltando violenta anno per anno con gli aratri tirati dalla stirpe equina.
È lui che cattura con attorte reti gli uccelli dalla mente alata e le fiere selvagge e gli animali del mare. È lui, l’uomo, capace di pensiero, che ha il potere sulle bestie dei campi e su quelle che vagano sui monti; è lui che aggioga il cavallo crinito e l’infaticabile toro.
È lui che la parola e il pensiero simile al vento ha imparato e l’impulso che porta alla legge e a fuggire gli strali tremendi dell’inabitabile gelo sotto l’etere aperto. Ovunque s’apre la strada, in nulla s’arresta. Cosí affronta il futuro. Da Ade solo non ha escogitato scampo, per quanti rimedi abbia inventato a inguaribili mali.
Oltre ogni speranza e ogni attesa, conosce, fabbrica, inventa, a volte volgendosi al male, altre al bene. Allorché s’accorda alle leggi della sua terra e alla giustizia giurata degli dèi siede in alto nella città; ma se si macchia di azioni malvagie e sfrontata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi cosí agisce.
Ma ecco qualcosa di inaudito, che mi turba. Come dubitare che la giovane che vedo sia Antigone? O sventurata figlia di Edipo, che accade? Non sei tu che trascinano, dopo averti catturata mentre, pazza, disobbedivi ai decreti reali?
SECONDO EPISODIO
GUARDIA Eccola l’autrice del fatto; l’abbiamo catturata mentre seppelliva il morto. Ma dov’è Creonte?
CORO Esce dal palazzo, giusto a proposito.
CREONTE Che accade? Perché verrei a proposito?
GUARDIA Signore, nulla si può giurare che non avvenga ai mortali. Il senno del poi sbugiarda ogni convinzione. Io mai avrei infatti pensato di ritornare da te dopo la tempesta delle tue minacce. Ma poiché la gioia oltre ogni attesa non è pari ad alcun altro piacere, eccomi, malgrado avessi giurato il contrario. Ti porto questa ragazza, catturata mentre preparava il sepolcro. Questa volta non è stata la sorte a scegliermi per questo compito, ma proprio io, grazie a Ermes, ho avuto la fortuna di coglierla sul fatto. Ora, Signore, fanne ciò che vuoi, giudicala, falle confessare; ma è giusto che io mi liberi finalmente da questi mali.
CREONTE In che modo l’hai presa?
GUARDIA Costei seppelliva quell’uomo. Sai tutto.
CREONTE E tu sai ciò che dici? Capisci di che parli?
GUARDIA L’ho vista mentre seppelliva quel morto che tu hai messo al bando. Non sono parole chiare e manifeste?
CREONTE E come si è fatta vedere e coglier sul fatto?
GUARDIA Cosí accadde. Come giungemmo al luogo, dopo le tue tremende minacce, subito spazzammo via dal morto tutta la polvere che lo ricopriva, denudando il suo corpo in putrefazione. Poi ci sedemmo sulla cima di un colle, al riparo dal vento, per evitare che ci colpisse il fetore. Con grida e insulti ci esortavamo l’un l’altro a restare ben svegli, a mettere ogni cura nel lavoro. E questo durava da un pezzo, quando, fermo l’occhio luminoso del sole nel mezzo del cielo, ardente la sua fiamma, all’improvviso una bufera si solleva da terra, sconvolge il cielo, riempie la pianura, strazia la chioma del bosco, sommuove l’etere tutto. A occhi chiusi sopportiamo la furia divina. Quando questa si placa, dopo molto tempo, vediamo lei, Antigone, che lancia un grido acuto, come di uccello angosciato alla vista del nido deserto. Cosí ci appare la fanciulla allorché scopre il cadavere amico. Prorompe in lamenti, impreca, maledice chi ha compiuto l’opera, e subito con le mani l’assetata polvere riporta sul morto, e sollevata in alto la ben ribattuta brocca di bronzo a lui dedica la triplice libagione. Noi ci lanciammo e la afferrammo. Lei non dà segno di paura. Noi la accusiamo delle azioni di prima e di ora. Lei rimane immota, nulla negando. Ed io ero lieto e addolorato a un tempo; dolce infatti è essere sfuggito ai mali, doloroso spingervi persone amiche. Ma è della natura umana valutare ogni cosa meno della propria salvezza.
CREONTE E tu, tu che pieghi il volto a terra, parla: confessi il fatto o lo neghi?
ANTIGONE Sí, lo affermo, io l’ho fatto e non lo negherò certo.
CREONTE Ora vattene, servo, dove vuoi; sei libero dalle pesanti accuse.
E tu dimmi, senza giri, in breve: sapevi che era stato proibito per mio decreto di farlo?
ANTIGONE Lo sapevo. Come potevo non saperlo? Era bando pubblico.
CREONTE E hai osato ugualmente trasgredire la mia legge?
ANTIGONE Non veniva da Zeus la tua legge; né la Giustizia che convive con gli dèi di sotterra l’aveva stabilita per i mortali. Né credevo che i tuoi decreti potessero avere tanta forza da abrogare quella delle leggi non scritte degli dèi, quelle leggi che non solo oggi o ieri, ma sempre vivono e nessuno sa quando apparvero. Io non potevo per volontà di nessun uomo pagare la colpa della loro trasgressione. So bene di esser mortale, anche senza il tuo decreto. E se morirò prima del tempo, questo lo chiamo un guadagno. Chiunque infatti viva tra le sciagure come me considera un guadagno il morire. Subire questa sorte è per me un dolore da nulla. Ma se per mia colpa avessi lasciato insepolto quel morto, nato da mia madre, allora sí soffrirei. Non dei tuoi castighi. E se pensi che abbia commesso questo per follia, forse è a ...