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Vento largo
Informazioni su questo libro
Paesaggi e passaggi: storie di solitudini che sembrano fuggire verso l'ampio orizzonte e che forse non si incontreranno mai; il continuo andirivieni di uomini e donne legati dalla comune necessità del contrabbando, una necessità vissuta come dedizione e sofferenza. Figure trasparenti nella loro nostalgia e nel loro disincanto, la cui tristezza viene gettata al vento largo del mare come le ceneri dei morti.
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Informazioni
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9788806189679eBook ISBN
9788858412381Capitolo quattordicesimo
Si stupiva d’essere a Saint-Honorat, di poter guardare il mare dal mattino alla sera e lo stellato notturno. Luvaira non la riguardava quasi piú. Tornava di rado e come dimenticata. Poteva accantonarla. Fuori del monastero, sul vialetto, c’era la cappella dei Penitenti bianchi, o neri, non sapeva, e il teschio posato sulla sabbia dentro un’urna di vetro, col cartiglio in pietra: «Come tu sei io ero, come sono tu sarai». Piú in là d’un lentisco una fontana gocciolava tra la capelvenere. I frangenti, la luce sul teschio solitario, i colpi di mare e di vento sul campo di lavanda; tutto, dalla sabbia al cielo, aiutava a cancellare ciò che era stato.
– Fa’ presto, Sabèl, o perdiamo il battello.
– Sono pronta.
L’ultimo battello partiva alle cinque nella luce radente.
– Andiamo veloci.
– Non so se faccio bene a lasciare quest’isola.
– Per una notte, una notte soltanto...
Uscite dal monastero, andarono a imbarcarsi quasi correndo.
Il battello fece rotta nella striscia del sole. Aggirava i frangenti. Poi puntò verso la costa già semibuia. Edvige si aggiustò i capelli avvolti dalla sera, vi lasciò la mano a riparare il capo dall’aria.
– Se vuoi andiamo dentro, non restiamo sul ponte.
– Restiamo qui, se non patisci.
– Non ho mai patito il mare! – Sabèl disse.
Guardava la mano di Edvige rigata dalla luce.
Entrarono nel porto incorniciato dalle ombre. Sbarcarono infreddolite.
– È stata una bella traversata. Peccato sia durata cosí poco.
– Andiamo a bere qualcosa di caldo.
Camminavano dietro una coppia che parlava inglese.
Il bar, piccolo e dalle volte basse, era pieno di coppie e donne sole. Si fermarono al banco. La padrona serví da bere. Le intrattenne:
– Vengono da lontano? Vengono dall’Inghilterra?
– Ti ha preso per un’inglese, – disse Edvige.
Non era la prima volta, per via degli occhi chiari.
Qualche altra volta, l’avevano presa per un’irlandese per via degli zigomi forti.
La padrona tornò e disse ancora:
– Assomiglia a Geneviève.
– E chi è Geneviève?
– Una parigina. Era cliente l’anno scorso. Siamo diventate amiche.
– C’è sempre qualcuno a cui si assomiglia e che si vorrebbe conoscere, – Sabèl disse.
Sui tavoli c’erano fiori nei vasi, viola e di un giallo di tenebra, non quello aereo delle mimose.
– Un bell’accostamento, – Sabèl disse. E volle ancora bere per non ricordare Luvaira e il veleno che distillava un mondo che finiva.
Al mattino si ritrovarono sul porto. Il mare cancellava la notte e toglieva la voglia di parlarne.
– Non ce l’ho fatta, – Sabèl disse, – ad andare sino in fondo.
Invidiava Edvige che s’era lasciata trascinare.
– È stato un po’ squallido, – questa ammise.
Il battello sfiorava il mare e la Corniche d’Or s’allontanava. Di nuovo in piedi sul ponte, Edvige pareva fragile. Il sole ancora basso vi si impigliava.
– Niente, non ti è rimasto niente?
– Se avessimo scelto un altro night...
– Ce l’ha consigliato la signora. Diceva ch’era il migliore.
– Alla malora quella signora, ci voleva inglesi per forza, si interessava solo a te.
Si ruppe alla chiglia un’onda piú forte che salí a lambirle. In pieno sole la Corniche ormai lontana sfumava nel grigio. Poi comparve l’orlo dell’isola, amalgama vetroso di scogli e pitosfori.
– Ne parliamo appena sbarcate. Adesso non si può, – Sabèl disse.
Il porticciolo vacillava tra gli scogli deserti. Una murena s’intanò vedendole passare. Tenne fuori soltanto la testa maculata.
– Sai cosa sembravi? Un cespuglio scosso dal vento.
– Quando? – chiese Edvige.
– Mentre ballavi. Sembravi afferrata da una mano sonora.
– È un rimprovero?
– E perché? Quale rimprovero?
– Quando sono uscita con quel gruppo non sei voluta venire... Già! tu non ti adatti. Quante volte me lo hai detto.
– Non mi va di fare le cose nel delirio.
– E cosí non fai mai niente.
– Mi occorre la calma e il tempo.
Passavano attraverso la calma e il tempo le sue fantasie cruciali.
– Purché non mi sia presa qualche malattia.
Avevano quasi attraversato l’isola, erano vicine al convento. Un uomo passeggiava sull’orlo foriero, ogni tanto si sbracciava.
– Era un ingegnere, s’è rovinato al gioco.
Un mormorio sembrava uscire dai vecchi muri.
– Si devono guadagnare il sonno di ogni notte, – Sabèl disse.
– Quanto staremo ancora in questo posto? – chiese Edvige.
Al mormorio cantilenato scuoteva il capo; i suoi occhi erano assonnati.
– Qualche mese, forse un anno... Tu sei già stanca?
Erano sedute nel refettorio dei conversi. A fianco di Edvige una donna s’era addormentata, la testa poggiata alla parete; non aveva toccato il mandarino ancora nel piatto. L’ingegnere spostava le briciole del pane.
– Stasera sono stanca, vorrei andarmene subito a dormire.
– Allora vado sola.
– Ma è proprio necessario? Non capisco questo tuo bisogno di uscire ogni sera.
– Anch’io mi devo guadagnare il sonno, – Sabèl disse. Sorrideva.
Cadeva nel chiostro una sera austera. I frati recitavano Compieta nella galleria esposta a occidente. Ma volgevano le spalle al crepuscolo.
Portò il caffè un giovane dall’aria un po’ malata. Mezza tazza era rovesciata nel piattino.
Edvige sospirò.
– Non vedo l’ora di essere a letto.
Andò sola per il sentiero. L’ultimo oro si spegneva nell’aria mossa. Le vennero in mente certi alberi, la sera, a Luvaira, stretti dal cielo in una sorta di idillio. Erano mandorli davanti ai casolari.
Non arrivò sino in riva al mare. L’oscurità sui cespugli si animava: il biancheggiare del corpo di sua madre, il suo volto scontento ma dolce... il passeur morto, con l’iris accanto, la scoperta nel testamento ch’era suo padre, l’eredità del casolare e del piccolo conto in banca.
«Perché sono fuggita?» si chiedeva.
L’agonia dell’oro sul mare era finita. Non c’era che da tornare indietro.
Sul sagrato della cappella incontrò l’ingegnere.
– Che fa lei qui?
Si misero a parlare; dopo un po’ egli le chiese se era sposata.
– Separata. E lei?
– Ho famiglia. Ma ero di peso.
– Dicono che lei si è rovinato al gioco.
L’oscurità ispirava confidenza.
– Il gioco era la base della mia vita.
Sabèl si pentí d’aver parlato del gioco. Le pareva anche d’aver mostrato una certa improntitudine.
– Bella notte, – disse.
Il cielo era stellato; il mare, buio ardesia con evanescenze.
– Mi scusi, – aggiunse, – se le ho parlato del gioco.
– Perché? Non mi ha offeso. Lei pensa che ci sia un ordine... che alla base della vita ci sia una misura?
– Io vorrei.
– Lei è illusa... Anche i costruttori di monasteri si creavano illusioni. Ha visto la mano scolpita nella volta della scala?
– Vicino alla lampada che di sera attira le farfalle?
– Ha visto la riga tra il palmo e le dita opposte al pollice?
– Non l’ho notata. Ma che sta a significare?
– Una misura emblematica, una chiave...
– Credevo che quella mano fosse un ammonimento o un’invocazione.
– Fantasie!
Sabèl tornò a pentirsi d’aver attaccato discorso. Voleva andarsene. Temeva che l’uomo finisse per chiederle perché era a Saint-Honorat.
– Buona passeggiata, – disse. – La mia è finita.
Si levò da un ramo una civetta o un altro rapace notturno. Le vennero in mente i rapaci di Luvaira sul calar della notte: si staccavano dal cielo che riceveva dagli ulivi una grazia leggera.
– Stasera, è stata breve. Se viene facciamo il giro dell’isola.
L’indomani andarono a potare la vigna, dove l’aria cullava la terra rossa. Al taglio qualche vite piangeva.
– Bisognerebbe potare di luna vecchia.
– Non me ne intendo, – disse Edvige.
Era Sabèl che le aveva insegnato a potare: un taglio secco sopra la seconda gemma.
– Quando ti fa male il braccio fermati, fallo un po’ dondolare.
– L’idea di andartene non ti atti...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Vento largo
- Capitolo primo
- Capitolo secondo
- Capitolo terzo
- Capitolo quarto
- Capitolo quinto
- Capitolo sesto
- Capitolo settimo
- Capitolo ottavo
- Capitolo nono
- Capitolo decimo
- Capitolo undicesimo
- Capitolo dodicesimo
- Capitolo tredicesimo
- Capitolo quattordicesimo
- Capitolo quindicesimo
- Capitolo sedicesimo
- Capitolo diciassettesimo
- Capitolo diciottesimo
- Capitolo diciannovesimo
- Glossario di alcuni termini liguri e provenzali
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
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