Racconti notturni
  1. 304 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

«Anticipatore del realismo borghese e del surrealismo, narratore scapigliato di avventure ottocentesche e analizzatore dell'inconscio, umorista trascendentale e sognatore delle fiabe, antesignano dell'angoscia moderna e della dissociazione della personalità, esponente dello slancio romantico e ironico superatore dei limiti ideologici del romanticismo. Nei suoi racconti s'incontra la pittura del mondo provinciale tedesco ancora sacro-romano-imperiale e la piú alta dimensione della rêverie romantica, ... lo sguardo nei piú cupi abissi dell'inconscio e la pura liberazione nella fiaba, il divertimento piú spassoso e un procedimento strutturale per 'simboli' di straordinaria attualità». Claudio Magris

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806234881
eBook ISBN
9788858412213

Racconti notturni

PARTE PRIMA

L’ORCO INSABBIA

Nataniele a Lotario
Certamente sarete tutti sottosopra perché sono stato tanto, tanto tempo senza scrivervi. La mamma sarà certamente in collera, e Clara crederà che io qua mi dia alla bella vita e abbia dimenticato la mia dolce immagine angelica che mi è cosí profondamente impressa nel cuore e nell’animo. – Ma invece non è cosí; tutti i giorni, tutte le ore penso a voi, e nei sogni piú dolci la cara figura della mia adorata Claretta mi passa davanti e mi sorride con gli occhi luminosi, con tanta grazia come era solita fare quando entravo in casa vostra.
Ah, come vi avrei potuto scrivere nelle condizioni di spirito turbate e sconvolte in cui mi trovo, e che mi agitano le idee! – Nella mia vita è successo qualcosa di terribile. Oscuri presentimenti di un atroce destino che mi minaccia stendono su di me un’ombra di nuvole nere, impenetrabile ad ogni amico raggio di sole. – Devo dirti qual è il male che mi ha colpito? Bisogna che lo faccia, lo comprendo; ma quando vi ripenso, mi strappa le risa piú pazze. – Ah, Lotario del mio cuore, come fare perché anche tu possa almeno in parte sentire che quello che mi è avvenuto pochi giorni fa era veramente in grado di turbare in modo cosí ostile la mia vita? Se tu fossi qua, potresti renderti conto di tutto coi tuoi occhi; ma invece cosí so cosa penserai di me: che io sono un visionario senza giudizio. – Insomma, per farla breve, la cosa terribile che mi è successa e di cui mi sforzo invano di vincere la mortale impressione: alcuni giorni fa, e precisamente il 30 ottobre, a mezzogiorno, un venditore di barometri è entrato nella mia stanza e mi ha offerto la sua merce. Non ho comperato niente e l’ho minacciato di buttarlo giú per le scale, dopo di che se n’è andato coi suoi piedi.
Comprenderai che solo qualcosa di molto particolare, profondamente radicata nella mia vita, poteva dare tanta importanza ad un incidente cosí semplice soprattutto se la persona di quello sciagurato merciaio doveva farmi un’impressione addirittura insopportabile. E cosí è. Mi sforzo di raccogliermi per raccontarti tranquillamente e pazientemente qualche cosa della mia infanzia, in modo che al tuo chiaro intelletto tutto si possa presentare con lucidità ed evidenza, con immagini luminose. E mentre sto per incominciare sento te che ridi e Clara che esclama: – Tutte queste sono ragazzate! – Ridete, vi prego, ridete di cuore alle mie spalle! Vi prego davvero. – Ma per Dio, mi si rizzano i capelli in testa e mentre vi supplico di ridere di me mi par di essere sull’orlo della disperazione e della pazzia come Daniele quando rivolge la stessa preghiera a Franz Moor. – Ma ora ascoltate!
Fuori dell’ora di pranzo, io e i miei fratelli e le mie sorelle vedevamo raramente mio padre durante la giornata. Può darsi che fosse molto occupato per il suo lavoro, ma dopo cena, che secondo una vecchia usanza ci riuniva già alle sette di sera, andavamo tutti insieme con la mamma nella camera di lavoro di nostro padre e ci sedevamo intorno a una tavola rotonda. Il babbo fumava la pipa e beveva intanto un bel bicchiere di birra. Spesso ci raccontava molte storie straordinarie e si entusiasmava tanto che lasciava spegnere la pipa; allora io avevo l’incarico di riaccendergliela con un pezzo di carta infiammata, e questo era senza dubbio lo spasso migliore della serata. Ma talvolta ci dava anche da guardare le immagini di qualche libro e lui stava sdraiato nella sua poltrona muto ed immobile mandando in giro grosse nuvole di fumo, sicché ben presto tutti quanti eravamo immersi in mezzo alla nebbia. In quelle serate la mamma era molto triste e appena l’orologio batteva le nove, incominciava a dire: – Su, bambini, a letto, a letto! Viene l’Orco Insabbia, l’ho bell’e visto –. E davvero ogni volta sentivo qualcosa che saliva su per le scale con un passo lento e pesante, che rimbombava; non poteva essere altri che l’orco. Una volta che quei passi lenti, quel rimbombo erano particolarmente orribili chiesi alla mamma che ci portava via: – Oh, mamma chi è questo cattivo Orco Insabbia che ci fa sempre andare via dal babbo? Com’è fatto? – Ma non c’è nessun orco, piccolo mio, – rispose la mamma; – quando dico: viene l’Orco Insabbia, vuol dire solo che vi è venuto il sonno e non potete tenere piú gli occhi aperti, come se qualcuno vi avesse buttato la sabbia in viso.
La risposta della mamma non mi persuase; anzi, nel mio animo infantile si radicò l’idea che la mamma dicesse che l’orco non esisteva solo perché non avessimo paura di lui; l’avevo sempre sentito salire le scale. Tutto curioso di sapere qualcosa di piú preciso di questo Orco Insabbia e dei rapporti che aveva con noi bambini, chiesi finalmente alla vecchia che faceva da balia alla mia sorellina piú piccola che razza di uomo fosse l’Orco Insabbia.
– Ehi, Tanielino, – mi rispose, – come mai non lo sai? È un uomo cattivo; viene dai bambini quando non vogliono andare a letto e getta loro pugni di sabbia negli occhi, e glieli fa cadere insanguinati fuori dalla testa; poi li mette in un sacco e li porta nella Mezza Luna per darli da mangiare ai suoi bambini. Stanno tutti nel nido e hanno il becco a punta come le civette; e cosí beccottano gli occhi dei bambini maleducati.
Dentro di me si formò cosí un quadro orribile di questo feroce Orco Insabbia; e quando la sera sentivo il suo passo pesante per le scale, tremavo dalla paura e dallo spavento. La madre non mi poteva levare altro di bocca che questo balbettato fra le lacrime: – L’Orco Insabbia, l’Orco Insabbia! – Poi scappavo subito nella camera da letto e per tutta la notte ero torturato dalla terribile apparizione dell’orco.
Oramai ero già abbastanza grandicello per comprendere che quello che mi aveva raccontato la bambinaia dell’orco e del nido dei suoi bambini nella Mezza Luna, non poteva essere tutto vero; ma lo stesso l’Orco Insabbia era rimasto per me uno spettro terribile ed ero preso dal terrore, dallo spavento quando lo sentivo non solo salire su per le scale, ma aprire anche violentemente la porta di mio padre e penetrare nella sua stanza. Talvolta restava a lungo senza venire; poi all’improvviso ritornava per parecchie sere di seguito. Questa storia durò per anni interi ed io stesso non potei mai abituarmi a questi rumori paurosi; e l’immagine del feroce Orco Insabbia non impallidí dentro di me. Anzi la mia fantasia incominciò ad occuparsi sempre piú di quello che poteva venire a fare da mio padre. Ma un timore invincibile mi tratteneva dal chiedere a mio padre una spiegazione; e invece con gli anni nasceva sempre piú forte in me il desiderio di svelare da me il mistero e soprattutto di vedere coi miei occhi l’orco favoloso. L’Orco Insabbia mi aveva messo sulla via delle fantasie meravigliose, straordinarie che cosí facilmente s’impossessano degli animi infantili. Non c’era nulla che mi piacesse di piú di ascoltare o leggere storie paurose di folletti, di streghe, di pollicini, e cosí via; ma in testa a tutti stava sempre l’Orco Insabbia che non mi stancavo mai di disegnare nella figura piú stravagante e repulsiva sugli armadi e sulle pareti col gesso o col carbone.
Quando ebbi compito dieci anni la madre mi tolse dalla stanza dove dormivano gli altri fratelli e mi mise in una cameretta che dava sul corridoio, vicino alla stanza di mio padre. Ancora, quando l’orologio suonava le nove e lo sconosciuto si faceva sentire sulle scale di casa, dovevamo andarcene in fretta. Stando nella mia cameretta, sentivo come entrava da mio padre, e poco dopo sembrava che per la casa si diffondesse un sottile vapore, con un profumo curioso. Sempre piú, assieme alla curiosità, cresceva il desiderio di fare in un modo qualunque la conoscenza dell’Orco Insabbia. Spesso, quando la mamma se n’era andata, scivolavo rapidamente dalla mia stanza, nel corridoio, ma non potevo scoprire nulla; perché l’orco era regolarmente già scomparso dietro la porta quando raggiungevo il posto dal quale l’avrei potuto vedere. Finalmente, spinto da una smania irresistibile, decisi di nascondermi dentro la stanza di mio padre e di aspettare là dentro l’arrivo dell’orco.
Una sera, dal silenzio di mio padre, dalla tristezza di mia madre, compresi che l’Orco Insabbia sarebbe venuto; finsi perciò di essere molto stanco, già prima delle nove me ne andai dalla stanza e mi nascosi in un angolo del corridoio, vicino alla porta. Udii scricchiolare la porta di casa; nell’androne un passo lento, pesante, rimbombante si diresse verso la scala. La madre mi passò in fretta davanti portando via gli altri bambini. Adagio – adagio apersi la porta dello studio di mio padre. Come sempre sedeva immobile e silenzioso volgendo le spalle alla porta; non si accorse di nulla. In un lampo fui dentro e nascosto dalla tendina appesa davanti ad un armadio aperto che stava accanto alla porta e nel quale erano appesi i vestiti di mio padre.
I passi rimbombavano, sempre piú vicini, sempre piú vicini – si sentiva nel corridoio qualcuno che tossicchiava, trascinava i piedi e brontolava in un modo bizzarro. Il cuore mi tremava dalla paura e dall’attesa. – Vicino, proprio vicino alla porta, un ultimo passo piú pesante – un colpo forte sulla maniglia – la porta si spalanca con grande fracasso. – Sforzandomi di farmi coraggio sporsi prudentemente il capo dalla tenda. L’Orco Insabbia sta in mezzo alla stanza in piedi davanti a mio padre; la luce della lampada lo colpisce in viso. L’orco, il terribile Orco Insabbia è – il vecchio avvocato Coppelius, che talvolta veniva a pranzo da noi a mezzogiorno.
Ma la figura piú orribile non mi avrebbe potuto incutere piú profondo spavento di questo Coppelius. Immaginati un uomo alto di statura e largo di spalle, con una grossa testa informe, il viso giallastro, due sopracciglia grige e arruffate sotto le quali scintilla un paio di occhi pungenti, verdi come gli occhi di un gatto, un grande naso che pende sopra il labbro. La bocca storta si spalanca spesso per una risata odiosa; e allora sulle guance gli si accendono due macchie rosse ed uno strano sibilo gli esce dai denti stretti. Coppelius arrivava sempre con una giacca di taglio antico, color grigio cenere, panciotto e pantaloni uguali, calze nere e scarpe con una piccola fibbia. Aveva un parrucchino che gli arrivava a malapena a metà della testa; le ciocche appiccicate sopra due grandi orecchie rosse, ed un codino attorcigliato e spettinato che gli si alzava sopra la nuca scoprendo la fibbia d’argento che sosteneva la cravatta increspata. Tutta la sua figura era repellente ed odiosa ma per noi bambini ci facevano soprattutto senso i grossi pugni nodosi, coperti di pelo, tanto che non potevamo piú soffrire una cosa che egli avesse toccata. Lui se n’era accorto e si divertiva di toccare con un pretesto o con l’altro un pezzettino di torta o un frutto dolce che la madre ci aveva messo di nascosto sul piatto, e noi allora con gli occhi pieni di lacrime, pieni di nausea e di spavento, non potevamo piú mangiare il dolce che ci avrebbe dovuto rallegrare. E faceva lo stesso anche quando nei giorni di festa mio padre ci versava un bicchierino di vino dolce. Ci passava in fretta sopra il pugno o addirittura avvicinava il bicchiere alle labbra bluastre, e rideva diabolicamente di noi che potevamo mostrare il nostro dispetto solo piangendo sottovoce. Aveva l’abitudine di chiamarci le bestioline, e quando c’era lui non potevamo pronunciare una parola e maledivamo perciò quel vecchio brutto e antipatico che ci guastava di proposito e con intenzione anche il piú piccolo divertimento. Pareva che anche la mamma odiasse come noi l’insopportabile Coppelius; perché appena si faceva vedere, la sua allegria, il suo carattere gaio e spensierato cedeva il posto ad un umore triste e tetro. Di fronte a lui mio padre invece si comportava come se fosse un essere superiore di cui bisognava sopportare gli sgarbi e che bisognava tenere in tutti i modi di buonumore. Bastava che facesse un piccolo cenno e subito venivano preparati i suoi piatti preferiti o portate in tavola bottiglie di prezzo.
Non appena vidi questo Coppelius, nella mia anima nacque con un brivido la certezza che nessun altro che lui poteva essere l’Orco Insabbia; ma ora l’orco non era piú per me quello spauracchio della fiaba della bambinaia, che portava da mangiare occhi di bambini alla sua nidiata di civette nella Mezza Luna – no, era divenuto un mostro odioso e spettrale che dovunque si presenta porta con sé dolori, angosce, eterna rovina.
Ero come incantato. Esponendomi al rischio di essere scoperto e, come m’immaginavo, severamente punito, rimasi dov’ero, spiando con la testa fuori della tenda. Mio padre accolse Coppelius con solennità. – Su, al lavoro! – esclamò questi con la sua voce rauca, imperiosa, e si levò la giacca. Senza dir nulla e col volto imbronciato anche mio padre si tolse la veste da camera e tutti e due indossarono due lunghi camici neri. Dove li avessero presi, non l’avevo visto. Mio padre spalancò i battenti di un grande armadio; ma vidi che quello, che per tanto tempo avevo creduto che fosse un armadio, era invece un grande vano nero aperto nel muro, nel quale si trovava un focolare. Coppelius vi si avvicinò e ben presto una fiamma azzurra incominciò a crepitare sul fornello. In giro c’era ogni sorta di arnesi e di attrezzi strani ed insoliti. Oh Dio! Quando il mio vecchio padre si chinò sul fuoco, il suo volto mi parve completamente trasformato! Un dolore orribile, convulso pareva che avesse sconvolto i suoi lineamenti dolci e sinceri trasformandoli in un’orribile maschera diabolica. Assomigliava a Coppelius. Questi brandiva un paio di tenaglie roventi e toglieva fuori da dense nuvole di fumo masse di metallo incandescenti che batteva poi furiosamente col martello. Mi sembrava che tutto all’intorno comparissero volti umani, ma senza occhi – con orribili, profonde occhiaie nere, invece degli occhi. – Occhi ci vogliono, occhi ci vogliono! – gridò Coppelius con una voce profonda, rimbombante. Lanciai un urlo, in preda al piú terribile spavento e ruzzolai fuori del mio nascondiglio, sul pavimento.
Coppelius mi afferrò immediatamente. – Bestiolina – bestiolina! – gracidò con la sua voce fioca digrignando i denti, mi sollevò da terra e mi buttò sul focolare tanto che le fiamme incominciarono a bruciarmi i capelli. – Ecco che abbiamo trovato gli occhi, gli occhi – un bel paio d’occhi di bambini –. Sussurrava Coppelius come un pazzo e con le mani toglieva dalle fiamme grani di una materia incandescente che mi voleva gettare negli occhi. Ma mio padre alzò le mani supplicando e gridando: – Maestro, maestro, lasciate gli occhi al mio Nataniele – lasciateglieli! – Coppelius scoppiò in una risata stridula ed esclamò: – Che si tenga pure i suoi occhi e che versi la sua parte di lacrime nella vita; ma almeno studieremo il meccanismo delle mani e dei piedi –. E cosí dicendo mi afferrò con tanta forza che le giunture mi scricchiolavano, mi svitò le mani ed i piedi, riappiccicandomeli ora qua ora là. – Non stanno bene in nessun posto; – era meglio come era prima. Il vecchio ha saputo fare le cose! – Brontolava e sussurrava cosí il vecchio Coppelius, ma d’un tratto fu circondato da una grande nuvola nera; una terribile convulsione mi scosse le ossa ed i nervi – non sentii piú nulla.
Sentii un alito dolce e tiepido sul volto; mi destai come da un sogno mortale: la mamma stava chinata su di me. – È ancora qui l’Orco Insabbia? – balbettai. – No, bambino mio, è andato via da molto tempo; non ti farà piú nessun male! – Cosí disse la mamma baciando ed accarezzando il suo caro figliolo ritrovato.
Perché ti devo annoiare dell’altro, Lotario del mio cuore? Perché ti devo raccontare tutti questi particolari, mentre mi rimangono ancora tante cose da dire? Basta cosí: ero stato scoperto mentre spiavo nella stanza e Coppelius mi aveva malmenato. La paura e lo spavento mi avevano procurato una febbre violenta che mi aveva trattenuto a letto ammalato per molte settimane. – C’è ancora l’Orco Insabbia? – fu la prima parola che pronunciai ed era il segno che stavo guarendo, che ero risanato. – Ed ora ti devo raccontare ancora il momento piú terribile della mia infanzia; allora ti convincerai che non dipende da una particolarità dei miei occhi se d’un tratto tutto mi sembra senza colore, ma che un’oscura fatalità ha veramente teso un fosco velo di nubi sopra la mia vita, che forse potrò strappare solo morendo.
Coppelius non si era fatto piú vedere; si diceva che fosse partito dalla città.
Poteva essere passato un anno, quando una sera secondo la vecchia abitudine stavamo seduti intorno al tavolo rotondo. Nostro padre era molto allegro e ci raccontava una quantità di cose divertenti a proposito dei viaggi che aveva fatto da giovane. E d’un tratto, mentre battevano le nove, udimmo all’improvviso cigolare la porta di casa, e passi lenti, pesanti come il ferro che rimbombavano attraverso l’androne e su per le scale. – Dio mio, è Coppelius, – disse mia madre impallidendo. – Sí, è Coppelius, – ripeté mio padre con la voce smorzata. Le lacrime incominciarono a cadere dagli occhi di mia madre. – Ma papà, papà, – esclamò. – È proprio necessario? – Questa è l’ultima volta, – egli rispose, – che viene da me; te lo prometto. Ora va’, va’ coi bambini! – Andate – andate a letto! Buona notte!
Mi sentivo come se fossi murato dentro una pietra gelida e pesante – non riuscivo neanche a respirare. – E vedendomi là immobile mia madre mi afferrò per il braccio: – Vieni, Nataniele, vieni via! – Mi lasciai condurre via, entrai nella mia cameretta. – Su, stai tranquillo! – Mettiti a letto! – Dormi – dormi! – esclamò mia madre dietro di me; ma torturato da un’angoscia e da una inquietudine indescrivibile non potei chiudere occhio. L’odiato, spaventoso Coppelius mi stava davanti con gli occhi fulminanti e rideva perfidamente di me. Mi sforzavo inutilmente di liberarmi di questa immagine.
Probabilmente era già mezzanotte, quando si udí un terribile colpo, come se avesse sparato un cannone. Tutta la casa rimbombò. Sentii qualcuno che correva davanti alla mia porta e subito dopo il portone di casa che si rinchiudeva sbattuto con forza. – È Coppelius! – esclamai spaventato, saltando giú dal letto. In quella si sentí un urlo tagliente, disperato; mi precipitai verso la camera di mio padre. La porta era spalancata e mi venne incontro un fumo asfissiante. La serva gridò. – Ah, il padrone! – Davanti, per terra davanti al focolare da cui salivano nuvole di fumo, era steso mio padre, morto, col volto coperto di bruciature nere, spaventosamente sconvolto, intorno a lui singhiozzavano e si lamentavano le sorelle – la mamma gli stava stesa accanto, svenuta. – Coppelius, Satana maledetto, hai ammazzato nostro padre! – gridai, e perdetti i sensi. Due giorni dopo, quando mio padre fu steso nella bara, i lineamenti del suo volto erano nuovamente miti e dolci come erano stati in vita. Nell’anima mi nacque un pensiero confortante, che il suo patto col diabolico Coppelius non poteva averlo portato alla dannazione eterna.
L’esplosione aveva destato i vicini, l’incidente fu propalato, e venne alle orecchie dell’autorità che voleva interrogare Coppelius. Ma questi era scomparso dalla città senza lasciare nessuna traccia.
Se ora ti dico, amico del mio cuore, che quel mercante di barometri non era altro che l’infame Coppelius, credo che non mi rimprovererai se sono persuaso che la sua sgradita comparsa significa qualche grave sciagura. Non aveva piú gli stessi vestiti; ma la figura ed il volto di Coppelius sono impressi troppo profondamente dentro di me perché sia possibile un errore. Ed oltre a tutto Coppelius non si è neanche cambiato il nome. Qui in città, come ho sentito, si spaccia per un meccanico piemontese e dice di chiamarsi Giuseppe Coppola.
Sono deciso ad affrontarlo ed a vendicare la morte di mio padre, qualunque cosa possa succedere.
Non dire nulla alla mamma della comparsa di questo orribile mostro! – Saluta la mia amata, soave Clara! Le scriverò quando avrò l’animo piú tranquillo. Addio, ecc. ecc.
Clara a Nataniele
È vero che da molto tempo non mi hai piú scritto; ma credo lo stesso che mi porti viva nel pensiero e nel cuore. Perché dovevi pensare molto vivacemente a me mentre volevi spedire la tua ultima lettera a mio fratello Lotario, e sull’indirizzo, invece del suo hai scritto il mio nome. Ho aperto perciò tutta contenta la lettera e mi sono accorta dell’errore solo alle parole: «Ah, Lotario del mio cuore!» – A questo punto non avrei dovuto leggere piú ma dare la lettera al fratello. Ma mi hai rimproverato troppo spesso e mi hai preso in giro perché ho un animo troppo tranquillo, troppo riflessivo, tanto che farei come quella donna, e se la casa stesse per crollare, prima di scappare via aggiusterei una piega fuori di posto delle tendine – perciò ti devo assicurare che l’inizio della tua lettera mi aveva profondamente commossa. Potevo a malapena respirare; mi girava la testa. – Ah, Nataniele mio, amato dell’anima mia – che cosa terribile doveva essere successo nella tua vita? Essere separata per sempre da te, non doverti mai piú rivedere – questo pensiero mi trafisse il cuore come un pugnale rovente. Non potevo fare a meno di leggere, ho letto fino in fondo. La tua descrizione dell’abominevole Coppelius è spaventosa. Solo cosí ho appreso di che terribile morte violenta è morto il tuo vecchio e buon papà. Il fratello Lotario, al quale ho restituito la sua lettera, ha tentato di tranquillizzarmi; ma non si può dire che vi sia riuscito. Quel tale mercante di barometri, Giuseppe Coppola, mi perseguitava dovunque andavo e mi vergogno quasi di confessarti che era riuscito persino a turbare con ogni sorta di sogni stravaganti i miei sonni di solito cosí sani e tranquilli. Ma ben presto, già il giorno successivo, tutto per me è ritornato in ordine. Non essere in collera con me. Mio caro amore, se Lotario ti dovesse dire che, ad onta dei tuoi strani presentimenti, Coppelius ti possa fare qualcosa di male, sono di un umore allegro e imperturbabile come sempre!
Perciò ti voglio dire senza reticenze che sono persuasa che tutte le cose orribili e paurose delle quali tu parli, sono avvenute solamente dentro di te, ma che il mondo esteriore, vero e reale, vi abbia poca parte. Il vecchio Coppelius dev’essere stato certamente un essere repugnante; ma poiché odiava i bambini, questo suscitò in voi, quando eravate piccoli, il ribrezzo che provavate per lui.
Naturalmente nel tuo animo infantile lo spaventoso Orco Insabbia della fiaba si confuse col vecchio Coppelius, che, se anche non credevi piú all’orco, rimase per te un mostro spet...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Racconti notturni
  3. L’esilio del borghese di Claudio Magris
  4. Nota all’introduzione
  5. Nota biobibliografica
  6. Racconti notturni
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Dello stesso autore
  10. Copyright