Il Trattato teologico-politico, pubblicato anonimo nel 1670, costituisce, insieme all’Ethica, l’opera piú importante di Spinoza. In esso viene affermata, come ha sottolineato Emilia Giancotti, «la libertà di pensiero e di parola e la dimostrazione della possibilità di organizzare la società civile in modo che tali libertà ne costituiscano la struttura stessa». Nel Trattato si delineano inoltre, accanto a una lettura delle Scritture secondo un approccio filologico e storico, l’indipendenza reciproca di filosofia e teologia quale condizione preliminare alla «rivendicazione delle libertà civili», e una concezione del diritto naturale priva di connotazioni etico-morali, garanzia e fondamento del diritto positivo.
Questa traduzione del Trattato è una ristampa dell’edizione italiana pubblicata per la prima volta nel 1972 a cura di Antonio Droetto ed Emilia Giancotti. L’importanza dell’autore e del testo, nonché la molteplicità dei motivi che vi sono discussi, giustifica ampiamente questa iniziativa editoriale, che si presenta anche come un documento significativo della circolazione e diffusione della filosofia di Spinoza in Italia. Si può dire, anzi, che proprio questa traduzione ha fatto leggere e conoscere il Trattato teologico-politico, e che, attraverso il suo ampio apparato di commento, sono stati possibili confronti con altri autori e si è approfondita la specificità dei temi affrontati. Vi erano state, in precedenza, altre versioni in lingua italiana, ma tutte presentavano «limiti non lievi», ai quali i curatori hanno cercato di ovviare con una maggiore «chiarezza discorsiva» e «intelligenza interpretativa».
La pubblicazione a Milano, nel 1875, della prima traduzione del Trattato, a cura di Carlo Sarchi, a distanza di circa due secoli dall’edizione originale, aveva segnato una tappa decisiva per la circolazione dell’opera di Spinoza e, piú in generale, per la storia degli studi filosofici in Italia. Negli altri paesi, dopo la pubblicazione ad Amsterdam, il libro era stato tradotto sin dal XVII secolo e in alcuni casi era apparsa anche piú di una versione. La prima traduzione, attribuita a Gabriel de Saint Glain, fu quella francese del 1678 – l’anno dopo la morte di Spinoza –, uscita con tre titoli diversi. Nei due decenni successivi furono poi pubblicate una traduzione in inglese, nel 1689, e almeno due versioni in nederlandese, nel 1693 e nel 1694.
Il ritardo con cui si pubblicava in Italia una versione del testo era in parte giustificato dalla maggiore consuetudine con la lingua latina da parte del comune lettore di testi filosofici. Ma era dovuto, soprattutto, alla condanna emanata contro Spinoza dalla Sacra Congregazione dell’Indice che aveva inserito le opere del filosofo nell’Index librorum prohibitorum. Il Tractatus theologico-politicus, in particolare, era stato colpito da due decreti successivi, l’uno sottoscritto dal domenicano Giacomo Ricci il 13 marzo 1679, con cui venivano proibiti oltre al Tractatus, l’Ethica, il Tractatus politicus e le Epistolae; l’altro, del 29 agosto 1690, firmato da Giulio Maria Bianchi, con cui si ribadiva la messa al bando del Tractatus e degli Opera posthuma. Il 12 giugno del 1826, anche la libera traduzione tedesca del Tractatus, curata da J. A. Kalb e uscita in quello stesso anno, veniva inserita nell’Index dopo essere stata denunciata dal Nunzio Apostolico come «scandalosissima, conducente all’Ateismo e tale che l’Autorità Politica del Regno, in cui è stata pubblicata si è creduta in dovere di confiscarla». In questo clima, cosí connotato da proibizioni e divieti («Essendo stato osservato che quest’opera non solo contiene il sistema di Spinoza ma va ancora piú avanti, per confondere ogni idea di Religione e di razionalità, non vi è stato dubbio sulla proibizione della medesima», si legge nel verbale della Congregazione riunitasi il 12 giugno 1826), la traduzione del Trattato teologico-politico a cura di Carlo Sarchi intendeva perseguire anche un preciso progetto politico. La data stessa della pubblicazione del libro (che fu stampato in 500 esemplari) appare di per sé significativa. Nel 1875, un diffuso fervore intellettuale, caratteristico degli anni immediatamente successivi all’Unità, si traduceva in un rinnovato interesse per autori e testi per lo piú in precedenza trascurati. In controtendenza con certo clericalismo dell’epoca, i piú noti studiosi indirizzarono le loro ricerche verso autori «eretici» e «proibiti». È il caso, oltre a Niccolò Machiavelli, di Giordano Bruno, riscoperto come filosofo «italiano» e come scrittore «in italiano», la cui larga fortuna culminò nel 1889 con l’inaugurazione della statua a lui dedicata in Campo de’ Fiori a Roma.
In questa chiave di recupero e rivalutazione dei filosofi del passato, riletti e rivisitati come «martiri del libero pensiero», va anche collocata la traduzione del Trattato teologico-politico. Lo stesso Sarchi insiste, nella prefazione al volume, sull’esistenza di un contrasto insanabile tra una Chiesa che pretendeva avocare a sé il potere temporale (e il cui pontefice, proprio in quegli anni, si dichiarava «qual infallibile interprete del Dio vivente») e uno Stato che di quel potere voleva essere detentore unico. Occorre anche ricordare l’eco italiana di quel vasto fenomeno di Spinozastreit sorto in Germania alla fine del XVIII secolo: è a questa complessa tessitura di motivi etici, politici e culturali che va ricondotto quel primo, pregevole tentativo di traduzione di un libro che, stando alle parole dello stesso Sarchi, quantunque assai citato era «raramente studiato nella nostra Italia».
Nei decenni successivi al 1875, filosofi e letterati che intrapresero lo studio di Spinoza privilegiarono per lo piú gli aspetti metafisici della sua filosofia, dedicandosi in particolare alla lettura dell’Ethica. La suggestione esercitata dall’opera more geometrico demonstrata si tradusse nell’esigenza di nuove e piú affidabili edizioni. Nel 1915 Giovanni Gentile pubblicò per la casa editrice Laterza il testo latino dell’Ethica, inserendolo nella collana dei «Classici della filosofia moderna» di cui era direttore con Benedetto Croce. L’Ethica curata da Gentile apparve, quindi, priva di traduzione, secondo i criteri previsti in quella sede, ma corredata di un apparato critico assai rigoroso dal punto di vista storico-filologico, come sottolineava lo stesso curatore nella Prefazione. Il libro fu poi ristampato a Firenze dall’editore Sansoni nel 1963 e, successivamente, accompagnato dalla traduzione di Gaetano Durante, del 1984, con le note di Gentile rivedute e ampliate da Giorgio Radetti.
Si dovette invece attendere la fine della seconda guerra mondiale per veder pubblicata una nuova versione del Trattato teologico-politico, che uscí a Venezia, a cura di Sante Casellato, nel 1945 (poi ristampata a Firenze, presso La Nuova Italia, nel 1971). Tale traduzione era condotta sul testo latino stabilito da Carl Gebhardt, e pubblicato nel 1925 a Heidelberg, nel terzo dei quattro volumi dedicati all’intera opera spinoziana (poi ristampati, sempre a Heidelberg, Carl Winter Universitätsverlag, nel 1972). Per la prima volta, l’edizione messa a punto da Gebhardt ricostruiva la successione delle diverse stampe del Tractatus, cinque in tutto, e di ciascuna teneva conto segnalando, nella Textgestaltung (vol. III, pp. 361-431), varianti e oscillazioni grafiche di volta in volta riscontrate, e ponendo particolare attenzione alla prima edizione del 1670, considerata (sulla scorta degli studi di Jan Pieter Nicolaas Land sul latino di Spinoza) la piú affidabile, in quanto seguita personalmente dallo stesso autore.
La traduzione di Sante Casellato, nonostante fosse la prima versione italiana eseguita sul nuovo testo latino, risultò non priva di imprecisioni, dovute, per lo piú, come ha scritto Emilia Giancotti, a «una malintesa esigenza di aderenza alla lettera del testo, non esente per altro da alterazioni». Lo stesso Casellato, d’altra parte, sostenne di aver intrapreso il lavoro sulla base di precisi convincimenti teorici. Il criterio adottato dal curatore consisteva nel tradurre frase per frase, «anzi, parola per parola», «procurando di restare, il piú possibile, fedele al testo e di lasciare intatta la struttura della proposizione spinoziana».
Il testo messo a punto da Droetto e Giancotti nel 1972 sembrò dunque colmare una lacuna e costituí una novità nel panorama filosofico-scientifico dell’Italia dell’epoca. Pur presentando alcune discusse soluzioni in sede di traduzione e di commento, esso conserva tuttora il pregio di unire, come scriveva nell’Introduzione Emilia Giancotti, «alla fedeltà all’originale (...) la chiarezza discorsiva e l’intelligenza interpretativa».
La cura del testo era stata affidata inizialmente al solo Droetto, il quale aveva già pubblicato la traduzione dell’Epistolario spinoziano (uscita, sempre presso Einaudi, nel 1951) e del Trattato politico (Ramella, Torino 1958). Nel 1960 il lavoro era concluso e, necessitando soltanto della messa a punto definitiva, se ne prevedeva per quello stesso anno la pubblicazione. Tuttavia, nel 1966 il volume non era stato ancora stampato ed Emilia Giancotti, accogliendo l’invito rivoltole da Corrado Vivanti su consiglio di Paola Zambelli, accettava di portare a termine la revisione lasciata incompiuta dopo la scomparsa del curatore. Si trattava, d’altra parte, di una specialista che si era distinta nel campo degli studi spinoziani, particolarmente sensibile all’analisi storico-critica del testo e agli aspetti terminologici e lessicali. Nel 1963 era uscito il saggio Nota sulla diffusione della filosofia di Spinoza in Italia, pubblicato da Giancotti nel «Giornale critico della filosofia italiana», e del 1970 sono i due volumi del Lexicon Spinozanum curati, sempre da Giancotti, per l’editore Martinus Nijhoff di La Haye, con i quali si realizzava finalmente l’auspicio, espresso da Gustav Theodor Richter prima e da Gebhardt dopo, di dare attuazione al progetto di «ein Spinoza-Lexikon, welches auf historische Grundlage die Bedeutung jedes Terminus in alphabetischer Ordnung angibt», come aveva scritto lo stesso Richter nella Spinozas philosophische Terminologie del 1913.
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