HHhH (versione italiana)
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HHhH (versione italiana)

Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

  1. 352 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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HHhH (versione italiana)

Il cervello di Himmler si chiama Heydrich

Informazioni su questo libro

Praga, 27 maggio 1942. La curva di una strada appena fuori città. L'attesa. Poi una bomba a mano esplode, la Mercedes decappottabile viene colpita, e Reinhard Heydrich, l'ideatore della Soluzione finale, cade a terra. Jan e Jozef, i due paracadutisti a cui è stata affidata l'esecuzione, fuggono, si nascondono in città. Fino a quando l'umida cripta di una chiesa li accoglie, ultima culla della loro vita... *** «Un capolavoro che riesce insieme ad affascinare, commuovere e avvincere». Martin Amis *** «Un'opera di assoluta originalità». Claude Lanzmann *** «Uno dei migliori libri che abbia letto da molto tempo a questa parte». Bret Easton Ellis

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2014
Print ISBN
9788806220242
eBook ISBN
9788858413425

Parte prima

Ancora una volta, il pensiero del prosatore scorrazza, come uno scoiattolo, sull’albero della Storia, ma non tocca a noi trovare il modo di attirare quella bestiolina in una gabbietta portatile.
Osip Mandel′stam, La fine del romanzo.

1.
Gabčík – cosí si chiama – è un personaggio che è realmente esistito. Ha forse sentito, fuori, dietro alle imposte di un appartamento immerso nell’oscurità, solo, sdraiato su un lettuccio di ferro, ha forse ascoltato lo stridio cosí inconfondibile dei tram di Praga? Mi piace pensarlo. Conoscendo bene Praga, posso immaginare il numero del tram (ma forse è cambiato), il suo percorso, e il luogo dove, dietro alle imposte chiuse, Gabčík aspetta, sdraiato, riflette e ascolta. Siamo a Praga, all’angolo tra Vyšehradska e Trojička. Il tram numero 18 (o 22) si è fermato davanti all’Orto botanico. Soprattutto, siamo nel 1942. Nel Libro del riso e dell’oblio Kundera lascia intendere che si vergogna un po’ di dover dare un nome ai suoi personaggi, e benché quella vergogna non traspaia nei suoi romanzi, che pullulano di Tomas, di Tamina e di Tereza, la sua è l’intuizione di un’evidenza: c’è forse qualcosa di piú volgare dell’attribuire arbitrariamente, per un puerile scrupolo di realismo o, nel migliore dei casi, per semplice comodità, un nome inventato a un personaggio inventato? Secondo me, Kundera avrebbe dovuto spingersi oltre: c’è forse qualcosa di piú volgare, infatti, di un personaggio inventato?
Perciò Gabčík, invece, è realmente esistito, e rispondeva proprio a questo nome (benché non sempre). La sua storia è vera quanto eccezionale. Lui e i suoi compagni sono, ai miei occhi, gli autori di uno dei piú grandi atti di resistenza della storia umana, e indiscutibilmente della piú eroica impresa di resistenza della Seconda guerra mondiale. Da tempo volevo rendergli omaggio. Da tempo lo vedo, sdraiato in quella stanzetta, con le imposte chiuse, la finestra aperta, intento ad ascoltare lo stridio del tram che si ferma davanti all’Orto botanico (in che direzione? Non lo so). Ma se metto per iscritto quell’immagine, come sto surrettiziamente facendo, non sono certo di rendergli omaggio. Riduco quell’uomo a un volgare personaggio, e i suoi atti a letteratura: infamante alchimia, ma che farci? Non voglio portarmi dietro questa visione per tutta la vita senza aver almeno tentato di esprimerla. Spero solo che sotto la spessa patina d’idealizzazione che stenderò su questa storia leggendaria sia ancora possibile guardare attraverso il vetro trasparente della realtà storica.
2.
Non ricordo con precisione quando mio padre mi ha parlato per la prima volta di questa vicenda, ma lo rivedo, nella mia stanza di un alloggio popolare, mentre pronuncia le parole «resistenti», «cecoslovacchi», forse «attentato», di certo «ammazzare», e poi quella data: «1942». Avevo trovato nella sua libreria una Storia della Gestapo, di Jacques Delarue, e avevo cominciato a leggerne qualche pagina. Vedendomi con quel libro in mano, mio padre aveva fatto qualche frettoloso commento: aveva citato Himmler, il capo delle SS, e poi il suo braccio destro, Heydrich, Protettore di Boemia e Moravia. E mi aveva parlato di un commando cecoslovacco inviato da Londra, e di quell’attentato. Non conosceva i particolari (e comunque, all’epoca, non avevo alcun motivo di chiederglieli, dato che quell’evento storico non aveva ancora assunto l’importanza che ha adesso nel mio immaginario), ma avevo avvertito il tono di leggera eccitazione che ha sempre quando racconta (in genere per la centesima volta, dato che, per deformazione professionale o semplicemente per carattere, ama ripetersi) qualcosa che in un modo o nell’altro lo ha colpito. Non credo che sia mai stato consapevole dell’importanza che attribuiva a quell’aneddoto, visto che quando gli ho parlato, recentemente, della mia intenzione di scrivere un libro sull’argomento, ho percepito in lui solo un’educata curiosità, senza alcuna particolare emozione. Ma so che quella storia l’ha sempre affascinato, anche se su di lui non ha prodotto un’impressione forte quanto su di me. È una delle ragioni per cui mi accingo a scrivere questo libro: per restituirgli i frutti di qualche parola elargita a un adolescente da un padre che all’epoca non era ancora un professore di storia, ma che sapeva raccontarla bene, in poche frasi, senza preoccuparsi dello stile.
La Storia.
3.
Ben prima che i due Paesi si separassero, quando ero ancora un bambino, già distinguevo, grazie al tennis, i cechi dagli slovacchi. Per esempio sapevo che Ivan Lendl era ceco, mentre Miroslav Mečiř era slovacco. E se Mečiř lo slovacco era un giocatore piú estroso, piú dotato e piú simpatico di Lendl il ceco, diligente, freddo, antipatico (ma comunque numero uno al mondo per 270 settimane, record battuto soltanto da Pete Sampras con 286 settimane), avevo anche appreso da mio padre che, durante la guerra, gli slovacchi avevano collaborato con i nazisti mentre i cechi avevano resistito. Nella mia mente (la cui capacità di percepire la straordinaria complessità del mondo era allora limitatissima) ciò significava che tutti i cechi erano stati resistenti e tutti gli slovacchi collaborazionisti, come per natura. Nemmeno un istante avevo pensato al caso della Francia, che pure rimetteva in discussione quello schematismo: non eravamo forse stati, noi francesi, sia resistenti sia collaborazionisti? Per la verità, solo quando ho saputo che Tito era croato (quindi non tutti i croati erano collaborazionisti, e di conseguenza forse non tutti i serbi erano resistenti) ho cominciato ad avere una visione piú chiara della situazione in Cecoslovacchia durante la guerra: da una parte c’era la Boemia-Moravia (vale a dire l’attuale Repubblica ceca) occupata dai tedeschi e annessa al Reich (con il poco invidiabile status di Protektorat, cioè considerata parte integrante della Grande Germania); dall’altra c’era lo Stato slovacco, teoricamente indipendente ma trasformato dai nazisti in un Paese satellite. Il che non determinava certo, a priori, il comportamento dei singoli individui.
4.
Quando arrivai a Bratislava, nel 1996, prima di prendere servizio come insegnante di francese in un’accademia militare della Slovacchia orientale, una delle prime cose che domandai al segretario dell’addetto alla Difesa presso l’ambasciata (dopo qualche notizia dei miei bagagli che si erano smarriti in direzione di Istanbul) riguardava quella storia dell’attentato. Il brav’uomo, un maresciallo capo ex specialista di intercettazioni telefoniche in Cecoslovacchia, riciclato nella diplomazia dopo la fine della Guerra fredda, mi rivelò i primi particolari. Anzitutto, ad agire erano stati in due: un ceco e uno slovacco. Ero contento di sentire che all’operazione aveva partecipato un cittadino del Paese che mi ospitava (quindi, c’erano effettivamente stati dei resistenti slovacchi). Quanto allo svolgimento dell’operazione stessa, seppi ben poco, a parte, credo, che una delle armi si era inceppata al momento di sparare contro l’auto di Heydrich (e apprendevo cosí che Heydrich era in auto). Ma fu soprattutto il seguito a stuzzicare la mia curiosità: che i due resistenti si erano rifugiati con i loro amici in una chiesa e che i tedeschi avevano tentato di annegarli… Strana storia. Volevo piú informazioni. Ma il maresciallo capo non sapeva altro.
5.
Poco dopo il mio arrivo incontrai una bellissima ragazza slovacca di cui mi innamorai perdutamente e con la quale avrei vissuto un’appassionata storia d’amore destinata a durare quasi cinque anni. Fu lei a fornirmi qualche ulteriore elemento. Anzitutto, i nomi dei protagonisti: Jozef Gabčík e Jan Kubiš. Gabčík era lo slovacco e Kubiš il ceco – a quanto pare, dato il loro cognome non ci si può sbagliare. I due, comunque, sembravano far parte integrante del paesaggio storico: Aurélia, la ragazza in questione, aveva imparato i loro nomi a scuola come, credo, tutti i piccoli cechi e tutti i piccoli slovacchi della sua generazione. Per il resto, lei conosceva l’episodio a grandi linee, ma non ne sapeva piú del mio maresciallo capo. Dovetti aspettare due o tre anni per rendermi davvero conto di ciò che avevo sempre sospettato: che per i suoi risvolti romanzeschi e la sua intensità quella storia superava i piú improbabili racconti d’immaginazione. E lo scoprii quasi per caso.
Avevo affittato per Aurélia un appartamento nel centro di Praga, tra il castello di Vyšehrad e Karlovo námĕstí, piazza Carlo. Dalla piazza parte una via, Resslova ulice, che arriva al fiume, dove sorge quello strano edificio di vetro che sembra ondeggiare nell’aria e che i cechi chiamano «Tančicí Dům», la casa danzante. In via Resslova, lungo il marciapiede di destra, scendendo, c’è una chiesa. Sul lato della chiesa si vedono una finestrella, intorno alla quale la pietra appare scheggiata da numerosi proiettili, e una lapide, che cita fra l’altro i nomi di Gabčík e Kubiš, e il nome di Heydrich, a cui il loro destino è ormai indissolubilmente legato. Sono passato decine di volte davanti a quella finestrella senza notare né le scalfitture dei proiettili né la lapide. Ma un giorno mi sono fermato: avevo trovato la chiesa in cui si erano rifugiati i paracadutisti dopo l’attentato.
Sono tornato con Aurélia a un’ora in cui la chiesa era aperta, e abbiamo potuto visitare la cripta.
Nella cripta c’era tutto.
6.
C’erano le tracce ancora spaventosamente fresche del dramma che si era consumato in quella stanza piú di sessant’anni prima: l’interno della finestrella che avevo scorto da fuori, un cunicolo scavato per qualche metro di lunghezza, scalfitture di proiettili sui muri e sulla volta, due porticine di legno. Ma c’erano anche le facce dei paracadutisti in alcune fotografie, in un testo in ceco e in inglese c’era il nome di un traditore, c’erano un impermeabile vuoto, un tascapane, una bicicletta raffigurati insieme su un manifesto, c’era effettivamente un mitra Sten che s’inceppa proprio nel momento peggiore, c’erano nomi di donne, c’erano accenni a imprudenze commesse, c’era Londra, c’era la Francia, c’erano soldati della Legione straniera, c’era un governo in esilio, c’era un villaggio chiamato Lidice, c’era una giovane vedetta di nome Valčík, c’era un tram che passava, anch’esso, nel momento peggiore, c’era una maschera mortuaria, c’era una ricompensa di dieci milioni di corone per chi avesse denunciato i responsabili, c’erano capsule di cianuro, c’erano bombe a mano e gente pronta a lanciarle, c’erano radiotrasmittenti e messaggi in codice, c’era una storta alla caviglia, c’era la penicillina che ci si poteva procurare solo in Inghilterra. C’era un’intera città in balia di colui che veniva soprannominato «il boia», c’erano bandiere con la croce uncinata e insegne con il teschio, c’erano spie tedesche che lavoravano per l’Inghilterra, c’era una Mercedes nera con una gomma a terra, c’era un autista, c’era un macellaio, c’erano dei dignitari intorno a una bara, c’erano dei poliziotti chini su alcuni cadaveri, c’erano spaventose rappresaglie, c’erano la grandezza e la follia, la debolezza e il tradimento, il coraggio e la paura, la speranza e il dolore, c’erano tutte le passioni umane riunite in pochi metri quadrati, c’era la guerra e c’era la morte, c’erano ebrei deportati, famiglie massacrate, soldati sacrificati, c’erano vendetta e calcolo politico, c’era un uomo che, fra l’altro, suonava il violino e tirava di scherma, c’era un fabbro che non ha mai potuto esercitare il suo mestiere, c’era lo spirito della Resistenza che si è scolpito per sempre su quei muri, c’erano le tracce della lotta tra le forze della vita e quelle della morte, c’erano la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, c’era tutta la storia del mondo racchiusa in poche pietre.
C’erano, fuori, settecento SS.
7.
Cercando su Internet, ho scoperto che esiste un film, intitolato Conspiracy – Soluzione finale, in cui Kenneth Branagh impersona Heydrich. Per cinque euro, spese di spedizione comprese, mi sono affrettato a ordinare il DVD, che mi è arrivato in tre giorni.
Si tratta della ricostruzione della conferenza di Wannsee, il 20 gennaio 1942, durante la quale Heydrich, con l’aiuto di Eichmann, definí in poche ore le modalità di attuazione della Soluzione finale. A quella data, in Polonia e in Unione Sovietica erano già cominciate le esecuzioni di massa, ma affidate ai commando di sterminio delle SS, le Einsatzgruppen, che si limitavano a radunare le loro vittime a centinaia, o persino a migliaia, spesso in un campo o in una foresta, per falciarle poi a colpi di mitragliatrice. Questo metodo aveva l’inconveniente di mettere a dura prova i nervi degli aguzzini e nuocere al morale delle truppe, per quanto spietate fossero, come l’SD o la Gestapo – pare che persino Himmler fosse svenuto assistendo a una di quelle esecuzioni di massa. In seguito le SS avevano preso l’abitudine di asfissiare le vittime stipandole su camion chiusi e deviando all’interno il tubo di scappamento, ma questa restava una tecnica relativamente artigianale. Dopo Wannsee, lo sterminio degli ebrei, affidato da Heydrich alle cure del fedele Eichmann, fu gestito come un progetto logistico, sociale, economico, di vastissima portata.
L’interpretazione di Kenneth Branagh è piuttosto raffinata: l’attore riesce a coniugare un’estrema affabilità e un tagliente autoritarismo, rendendo cosí molto inquietante il suo personaggio. Non ho mai letto però che il vero Heydrich abbia saputo dar prova di amabilità, reale o simulata, in una qualche circostanza. Tuttavia una brevissima scena del film restituisce bene il personaggio nella sua dimensione sia psicologica sia storica. Due dei partecipanti discorrono in privato. Uno confida all’altro di aver sentito dire che Heydrich è di origine ebraica e gli domanda se ritiene possibile che quella voce sia fondata. Il secondo gli risponde in tono astioso: «Perché non andare a chiederglielo direttamente?» Al solo pensiero, l’interlocutore sbianca. Sta di fatto che una tenace diceria secondo cui suo padre sarebbe stato ebreo ha a lungo perseguitato Heydrich e gli ha avvelenato la giovinezza. Sembra che si trattasse di una voce infondata ma, per la verità, in caso contrario Heydrich, come capo dei servizi segreti del Partito nazista e delle SS, avrebbe potuto far scomparire facilmente dalla propria genealogia qualunque traccia sospetta.
Comunque, non è questa la prima volta che il personaggio di Heydrich è stato portato sugli schermi, poiché già nel 1943, meno di un anno dopo l’attentato, Fritz Lang girava un film di propaganda intitolato Anche i boia muoiono su sceneggiatura di Bertold Brecht. La ricostruzione degli avvenimenti era totalmente fantasiosa (senza dubbio, Fritz Lang ignorava come fossero andate davvero le cose, e anche se l’avesse saputo non avrebbe certo corso il rischio di divulgarlo) ma piuttosto ben congegnata: Heydrich veniva assassinato da un medico ceco, membro della Resistenza interna, che trovava rifugio in casa di una ragazza il cui padre, un professore universitario, era stato catturato dall’occupante durante un rastrellamento insieme ad altre personalità locali e minacciato di essere ucciso per rappresaglia se l’assassino non si fosse costituito. La crisi, trattata in modo estremamente drammatico (Brecht oblige, probabilmente), si risolveva quando la Resistenza riusciva ad affibbiare la colpa a un traditore collaborazionista, la cui morte poneva fine al caso e al film. Nella realtà, né i partigiani né le popolazioni ceche se la cavarono cosí a buon mercato.
Fritz Lang ha scelto di rappresentare Heydrich piuttosto rozzamente come un vizioso effeminato, un perverso totale con tanto di frustino, a sottolineare la sua ferocia e i suoi gusti depravati. È vero che Heydrich aveva fama di pervertito ed era afflitto da una voce in falsetto che contrastava nettamente con il resto del personaggio, ma la sua spocchia, la sua rigidità, il suo profilo da perfetto ariano non avevano nulla a che vedere con il tizio che ancheggia nel film. In realtà, chi fosse alla ricerca di una rappresentazione un po’ piú somigliante dovrebbe rivedere Il dittatore di Chaplin, dove Hynkel, il dittatore, compare affiancato da due scherani, un grassone vanesio il cui modello è palesemente Göring, e un tizio alto, snello, molto piú astuto, freddo e rigido: quello non è Himmler, che era un piccoletto...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. HHhH
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Testi citati
  6. Glossario
  7. Il libro
  8. L’autore
  9. Copyright