I miti di fondazione
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I miti di fondazione

  1. 20 pagine
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I miti di fondazione

Informazioni su questo libro

A proposito della nascita di Milano, numerose fonti letterarie raccontano che nel VI secolo a.C. Ambigato, re dei Celti, mandò suo nipote Belloveso al di qua delle Alpi in cerca di nuove terre, e che questi, arrivando nella Pianura Padana in un luogo non lontano dal Ticino, vi fondò una città chiamata Medhelan. Il sito gli venne indicato da una scrofa semilanuta, il cui arrivo era stato predetto da un oracolo.Che valore possiamo dare a questi racconti? Sono pura fantasia o invece, seppure in forme simboliche, riprendono fatti realmente accaduti intrecciandoli con materiale mitologico e dando origine a un mito di fondazione? E a cosa serve un mito di fondazione? Per provare a rispondere, si deve ricordare che la questione delle origini di una città ha a che vedere con il piano della verità storica e, insieme, con linvenzione di una tradizione: in altre parole, per una città ricostruire il proprio passato serve anche, e soprattutto, a costruire e a rappresentare il senso di sé.A questo sono intesi i miti di fondazione, quello ad esempio delle origini troiane di Roma, o quello relativo alla costruzione del cosiddetto miracolo greco e, appunto, quello della scrofa semilanuta: a delineare unideologia in grado di rafforzare il senso dellappartenenza alla comunità politica. Perché lidentità di una città, non meno che quella di una nazione, è un processo in continuo divenire.

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Informazioni

I miti di fondazione

di Eva Cantarella
Il «giorno di Milano» al quale sono dedicate queste considerazioni è quello della sua fondazione mitica. Un modo inusuale per parlare della storia di una città: ma il mito non parla solo ai poeti e ai letterati, parla anche agli storici. Beninteso, purché lo interroghino: ed è questo, appunto, quello che cercheremo di fare mettendo a confronto il mito sulle origini di questa città con altri miti di fondazione. Ma per spiegare la ragione di questa scelta e della possibilità che il racconto mitico contenga informazioni utili agli storici, sono necessari in via preliminare alcuni sia pur rapidissimi cenni all’importanza e alla funzione dei miti in generale, e in particolare di quelli di fondazione.
I miti sono racconti tradizionali (mythos, come ben noto, significa «parola», «racconto»), sedimentati nella memoria collettiva di un popolo, che nelle società preletterate vengono ripetuti oralmente per secoli, prima di essere registrati per iscritto dopo l’introduzione della scrittura.
La loro ripetizione, nelle società che se li raccontano, ha la funzione di trasmettere il patrimonio culturale del gruppo, contribuendo a crearne e consolidarne l’identità, e a cementare il senso di appartenenza dei suoi membri. E là dove o quando non esiste ancora il diritto, ha anche una funzione educativa e prescrittiva, che svolge proponendo modelli di comportamento positivi e negativi, e segnalando a quali modelli attenersi e quali evitare. Come dimostra, in modo assolutamente esemplare, la funzione della poesia epica nella Grecia dei secoli precedenti alla nascita della polis.
Come ben noto, i poemi omerici non nacquero da un giorno all’altro, e neppure da un anno all’altro, grazie all’ispirazione di un poeta (o di due poeti, per chi crede che l’Iliade e l’Odissea vadano ricondotti a due autori diversi). Quando i greci, nell’VIII secolo a.C., adottarono la scrittura fenicia, adattandola alle loro esigenze, Omero (chiunque sia o siano stati i poeti cui venne dato questo nome) raccolse e mise per iscritto i canti che generazioni di poeti, detti aedi o rapsodi[1], avevano cantato nelle strade e nelle piazze della Grecia (o, se fortunati, nei palazzi dei potenti), intrattenendo i loro ascoltatori con storie di dèi e di eroi, di mostri, di maghe, di ninfe, di guerre e, al termine di queste, di lunghi, travagliati ritorni (nostoi): come quello di Ulisse, appunto, costretto a vagare sui mari per dieci anni, prima di rivedere la sua «pietrosa Itaca».
Nel far questo, gli aedi e i rapsodi svolgevano una funzione fondamentale, in una società che non aveva altri mezzi di trasmissione della cultura, se non la parola. Nel raccontare le loro storie, essi non si limitavano a distrarre, divertire o appassionare (a seconda dei casi) i loro ascoltatori. Cantando trasmettevano di generazione in generazione l’insieme di un patrimonio culturale, che il pubblico, ascoltando, imparava a custodire e rispettare. Era la poesia, allora, lo strumento di trasmissione dell’etica pubblica e privata, il catalogo dei comportamenti da tenere e di quelli da evitare.
Agli eroi da ammirare e imitare (Achille, Agamennone, Aiace, Ulisse e altri, in campo troiano Ettore), i cantori contrapponevano Tersite, il popolano rozzo e codardo, e Paride, il nobile bellimbusto troiano. In campo femminile alla fedele, virtuosa Penelope contrapponevano la sua antitesi, Clitennestra adultera e assassina.
È importante, il discorso sui mezzi di trasmissione culturale nelle società preletterate, dove la poesia epica, con le dovute cautele, può essere ed è stata paragonata alla moderna televisione. È un discorso complesso e delicato, che vale non sol...

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  1. Cantarella