II. La «new world history»
1. I «founding fathers»: ascesa e critica dell’Occidente
William H. McNeill di fatto «aprì agli storici professionisti le porte del global thinking» con il suo The rise of the West. A history of the human community, del 1963, ponendosi come trait d’union tra le aspirazioni ecumeniche delle grandi sintesi novecentesche e la nuova sensibilità che sarebbe stata propria della new world history. Il suo lavoro pionieristico, infatti, rifletteva senza dubbio l’attrazione originaria esercitata su di lui dal tentativo di ricostruzione storica di ampio respiro di Arnold J. Toynbee – con cui egli ebbe l’opportunità di lavorare nel corso dell’elaborazione degli ultimi volumi di A Study of History –, evidente, ad esempio, nella scelta di mantenere la «civiltà» come unità di analisi fondamentale. Esso rinunciava tuttavia a cercare sviluppi regolari e un profondo significato filosofico o religioso nella storia del mondo e, abbandonando qualunque pretesa totalizzante, privilegiava invece lo studio di processi storici con effetti su una vasta scala spazio-temporale ed eleggeva a fattore chiave del divenire storico i contatti tra differenti società e, in particolare, lo scambio di idee, conoscenze, tecnologie.
Il volume di McNeill, a cui va senz’altro riconosciuto il merito di aver introdotto un innovativo modello di storia mondiale, destinato a rivelarsi nei decenni successivi perdurante e proficuo nell’ambito di tale prospettiva storiografica, fu nondimeno oggetto di molte critiche all’epoca della sua pubblicazione: lo stesso autore riconobbe in particolare l’assenza dell’Africa dallo schema spaziale di riferimento, mentre un altro dei pionieri del nuovo approccio storiografico della Scuola di Chicago, Marshall Hodgson, sottolineò la permanenza di un’impostazione di fondo ancora troppo segnatamente eurocentrica. Il tentativo di emancipazione dalla tradizionale storia universale prevedeva in effetti, sin dall’inizio, di dar voce ai popoli extraeuropei, riconoscendone il contributo attivo alla storia dell’umanità, intesa come frutto delle interazioni tra diversi popoli più che dell’eccezionale esperienza occidentale.
I successivi lavori di McNeill, pubblicati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, avrebbero poi segnato più distintamente l’approdo ad un genere storiografico dai tratti innovativi, che privilegiava un approccio tematico a processi attivi su scala trans-nazionale e tendenzialmente globale. Nel caso di Plagues and peoples (1976), ad esempio, l’analisi storica si concentrava sul nesso tra la diffusione trans-regionale di malattie ed epidemie e i suoi effetti sui sistemi culturali, economici e politici delle società coinvolte in tale processo, in una prospettiva d’indagine in cui l’inedito rilievo storiografico conferito ai fattori ambientali e biologici era destinato ad inaugurare – come vedremo – uno dei più fecondi terreni di ricerca della nuova disciplina.
Negli stessi anni, tuttavia, la world history conobbe uno sviluppo parallelo lungo una linea evolutiva animata perlopiù da scienziati sociali e legata principalmente ai nomi di Andre Gunder Frank, Eric Wolf e Immanuel Wallerstein, in un orizzonte di accesa polemica con le teorie della modernizzazione. Queste ultime, a partire dai tardi anni Cinquanta, avevano avanzato l’idea che tutte le «società nazionali» si sviluppassero secondo un unico paradigma evolutivo, ma con ritmi diversi. Il corollario di tale assunto, imperniato sul concetto di «sviluppo» e sulla ripresa della «teoria degli stadi», consisteva nell’auspicio che i paesi «più progrediti», ovvero le nazioni occidentali, fungessero da modello per quelli «più arretrati», al fine di indicare loro la via che li avrebbe condotti a livelli più elevati di sviluppo materiale, ma anche politico e culturale: in una parola, alla modernità.
A porre radicalmente in discussione tali teorie e, in particolare, la pretesa di fare del paradigma della modernizzazione europea il modello normativo per i paesi ex coloniali, fu inizialmente la formulazione della «teoria della dipendenza» in America Latina. A partire dal lavoro di Raúl Prebisch e degli altri economisti latino-americani dell’Ecla (Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina), che avevano introdotto l’idea del commercio internazionale in termini di «scambio ineguale» tra il «centro» (i paesi economicamente più forti) e la «periferia» (i paesi più deboli) del mondo, i teorici della dipendenza criticarono aspramente le politiche economiche prescritte dai paesi occidentali e dalle Nazioni Unite, responsabili del disastro economico e politico verificatosi in Sud America. Il sottosviluppo quindi, più che prodotto di fattori endogeni, veniva presentato come il risultato delle politiche d’inclusione dei paesi del cosiddetto «Terzo Mondo» nel libero commercio dell’economia-mondo capitalistica, che si erano tradotte in nuove forme di sfruttamento, ovvero nello «sviluppo del sottosviluppo», secondo la formula di Andre Gunder Frank. Quest’ultimo aveva elaborato, sulla base della teoria della dipendenza, una specifica prospettiva interpretativa per la storia del mondo moderno, che ne riconosceva le dinamiche costitutive fondamentali nel colonialismo e nell’imperialismo, attraverso cui le nazioni occidentali avrebbero costruito, a partire dal XVI secolo, la propria egemonia a spese delle restanti regioni del mondo, nell’ambito dell’economia-mondo capitalistica.
La teoria della dipendenza rappresentò inoltre una delle più solide premesse per l’emergere dell’analisi dei sistemi-mondo, l’originale modello interpretativo per la storia del mondo moderno messo a punto da Wallerstein, che si avvalse anche di alcune delle principali categorie braudeliane, in primo luogo quella di «economia-mondo». Il sociologo statunitense applicò inizialmente le sue originali concettualizzazioni al «sistema-mondo moderno» che, originatosi nel XVI secolo, costituisce un’economia-mondo capitalistica, caratterizzata principalmente da una «divisione assiale del lavoro» tra processi produttivi centrali e processi produttivi periferici, in cui «gli stati centrali [si trovano] in un costante stato di tensione economica e militare, in concorrenza per lo sfruttamento delle zone periferiche, permettendo a talune aree il ruolo di mediazione come potenze semiperiferiche». Il primo volume della serie di lavori dedicata da Wallerstein all’evoluzione storica del «sistema-mondo moderno», dalle origini ad opera del «cavallo imbizzarrito» rappresentato dall’Europa alla sua espansione a livello planetario, introdusse «un nuovo paradigma per la storia del mondo», che non solo ne riconosceva le dinamiche fondamentali in cicli economici a lungo termine e attivi su vasta scala, ma appariva particolarmente significativo in relazione all’unità di analisi adottata. Abbandonando lo stato nazionale come categoria di analisi fondamentale, Wallerstein lo sostituiva infatti con il sistema-mondo, inteso come «ambito spaziale/temporale che taglia trasversalmente molte unità politiche e culturali, rappresentando un’area integrata di attività e istituzioni che obbediscono ad alcune regole sistemiche».
Sebbene la centralità attribuita a processi che si dispiegano sul lungo periodo in un orizzonte che trascende la dimensione nazionale e la scelta di condurre l’analisi storica sulla base di un’unità spaziale definita in maniera significativa dalla rete di interazioni economiche intessuta al suo interno costituissero senza dubbio elementi destinati a restare parte integrante del corredo concettuale della new world history, i principali fautori della professionalizzazione della disciplina negli Stati Uniti hanno mostrato tuttavia una tendenza a prendere le distanze dal fondatore dell’analisi dei sistemi-mondo.
Pur riconoscendo, infatti, il significativo apporto del paradigma interpretativo del sociologo americano allo sviluppo della storia del mondo, nonché delle iniziative di ricerca ed editoriali del Fernand Braudel Center – che, sotto la direzione di Wallerstein dal 1976, fu «per più di un quarto di secolo [...] l’unico centro di ricerca in studi storici globali negli Stati Uniti e, probabilmente, nel mondo» –, i world historians statunitensi appaiono esitanti di fronte alla concentrazione quasi esclusiva degli studiosi dei sistemi-mondo sugli aspetti politici ed economici delle relazioni storiche e, in modo particolare, alla permanenza nei loro lavori di un’ottica in ultima analisi occidente-centrica. Nonostante la world-system analysis si ponga agli antipodi dell’etnocentrismo occidentale caratteristico della prospettiva dei teorici della modernizzazione, essa nondimeno, individuando nei meccanismi del capitalismo internazionale il fattore chiave della vicenda storica moderna, tende a negare la agency dei popoli non occidentali, ovvero la loro capacità di porsi in qualità di soggetti attivi di un’interazione dinamica con gli stati colonizzatori o comunque centrali. Proprio la valorizzazione delle varie risposte offerte dagli attori extraeuropei all’avanzata del capitalismo globale, siano esse di cooperazione o collaborazione, di rielaborazione e adattamento alle specificità locali o di rifiuto e ribellione, rappresenta infatti, nei propositi dei world historians, un antidoto alla master narrative eurocent...