
- 198 pagine
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Informazioni su questo libro
L'Italia sembra non rendersene conto: tutte le statistiche ci ricordano il basso livello di competenze degli studenti e della popolazione adulta, lo scarso numero di laureati e diplomati che il nostro invecchiato e gracile sistema produttivo non è capace di assorbire, la debole partecipazione dei nostri concittadini alla vita culturale.Un paese povero di risorse materiali e in ritardo dovrebbe investire in formazione più degli altri paesi. Invece continua a non avere una politica della conoscenza, fondamentale per la costruzione del nostro futuro: gli investimenti in istruzione e ricerca ci costerebbero meno di quanto ci costa l'ignoranza. Questo è il paradosso di un'Italia senza sapere.
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Argomento
SozialwissenschaftenCategoria
Popkultur1. Il vero nemico dell’Italia
Siamo tutti presocratici...
Negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi volumi che denunciano il dilagare dell’ignoranza, anche con particolare riferimento al nostro paese.
I dati ci descrivono un’Italia priva di conoscenze e di competenze, un paese ‘senza sapere’. Siamo talmente ignoranti da non comprendere perfino quanto sia grave e pericoloso il nostro livello di ignoranza, e da non correre ai ripari. Ciò che inquieta di più è che anche i nostri governanti – nazionali e locali, in attività e in quiescenza più o meno temporanea, così come quelli che si stanno scaldando in panchina, in attesa che venga il loro turno – non sembrano occuparsi o pre-occuparsi del problema, non rendendosi conto del prezzo che quotidianamente l’intera società italiana è costretta a pagare per i guasti provocati dall’ignoranza.
Socrate era saggio perché sapeva di non sapere. Noi siamo a uno stadio precedente – ma non so se questo sia sufficiente per poterci definire presocratici – perché non ci siamo accorti neppure di quanto grave e profonda sia la nostra ignoranza.
Sarebbe però sbagliato ritenere che l’ignoranza che oggi ci circonda sia un segno del degrado in cui la società italiana è precipitata: forse è vero anche questo, ma non bisogna dimenticare che le origini del fenomeno sono profonde e vengono da lontano.
Immediatamente dopo il compimento dell’unità nazionale, il meridionalista Pasquale Villari ammonì: «Bisogna che l’Italia cominci col persuadersi che v’è nel seno della Nazione stessa un nemico più potente dell’Austria, ed è la nostra colossale ignoranza» [Villari 1866, p. 31]. Infatti, il primo censimento della popolazione aveva quantificato al 74% il tasso di analfabetismo: questo dato medio nazionale nasceva da realtà molto diversificate, che vedevano la punta massima in Sardegna (89,7%) e in Sicilia (88,6%) e quella minima in Lombardia (53,7%). Solo lo 0,8% della popolazione tra gli 11 e i 18 anni frequentava le scuole medie e, malgrado la legge Casati rendesse obbligatorio il primo biennio dell’istruzione elementare, metà della popolazione in età scolare non metteva piede in un’aula. Bisognerà attendere l’età giolittiana per vedere l’evasione dall’obbligo scolastico scendere al 25%.
Dieci anni dopo l’unificazione nazionale, nel 1871, la media degli analfabeti era scesa al 68,8%, ma era ancora del 75,7% tra le donne (tra gli uomini il dato era del 61,9%). Per farsi un’idea della distanza che ci separava non solo dai paesi europei di cultura protestante – che hanno sconfitto l’analfabetismo molto presto, anche perché per loro la pratica religiosa si fonda sulla lettura della Bibbia –, ma anche da paesi simili al nostro, basterà dire che in quello stesso anno in Francia il tasso di analfabetismo era intorno al 30% (28,1% tra i maschi e 34,7% tra le femmine).
Senza percorrere, decennio per decennio, le statistiche registrate dai vari censimenti della popolazione, mi limito a ricordare che soltanto nel 1901 si arrivò a un numero di alfabetizzati leggermente superiore a quello degli analfabeti (51,5 contro 48,5%); ma in quegli anni solo il 15% della popolazione meridionale andava oltre la scuola elementare. Anche quando il tasso di analfabetismo cominciò a calare considerevolmente, in alcune aree del paese restarono dati fortemente negativi: ancora nel 1921 quasi la metà degli abitanti della Sardegna e della Sicilia non sapeva né leggere né scrivere. In quell’anno a livello nazionale la percentuale di analfabeti calò al 31%, e il nostro paese raggiunse così un risultato che la vicina Francia aveva toccato ben cinquant’anni prima.
Sono dati impressionanti, che hanno rallentato, se non impedito, una crescita armonica ed equilibrata del nostro paese.
Abbiamo di recente festeggiato i 150 anni della nostra storia unitaria – durante la quale non sono mancati momenti in cui la scienza e la cultura hanno avuto un ruolo importante come collante dell’unità nazionale – ma quel nemico è sempre lì, saldamente radicato, anche se ormai ha assunto connotati diversi: oggi l’analfabetismo assoluto è praticamente scomparso, ma lo sviluppo della società italiana è ancora frenato da un basso livello di istruzione e da un pesante tasso di analfabetismo funzionale.
Se proviamo a valutare lo stato dell’istruzione e della formazione in Italia1, balzano immediatamente all’occhio tre indicatori per i quali l’Italia si colloca a un livello molto inferiore rispetto alla maggior parte dei paesi dell’Unione Europea: la quota di persone di 25-64 anni con almeno il diploma di scuola secondaria superiore (56% nel 2011 rispetto a una media europea del 73,4%), la quota di persone di 30-34 anni che hanno conseguito un titolo universitario (20,3% rispetto al 34,6%, ma in Giappone e Regno Unito le percentuali viaggiano intorno al 50%) e la quota delle persone in età lavorativa, comprese fra i 25 e i 64 anni, che hanno partecipato ad attività di istruzione e formazione nelle quattro settimane che hanno preceduto l’intervista (5,7% rispetto all’8,9%), e in quest’ultimo caso va sottolineato addirittura un arretramento (il dato italiano nel 2004 era del 6,3%).
Anche nei rari casi in cui registriamo qualche piccolo miglioramento, non è il caso di farsi soverchie illusioni: prendiamo il caso dell’incremento del numero dei laureati, che in Italia è stato di due punti e mezzo tra 2008 e 2012. Nello stesso periodo, nei 27 paesi dell’Unione Europea l’incremento è stato di quasi 5 punti, col risultato che all’inizio del periodo preso in esame il differenziale tra noi e la media europea era di -11,8 e ora è -14,1. Eravamo quartultimi e ora siamo diventati ultimi, essendo stati scavalcati frattanto da cechi, slovacchi e rumeni. Dovrebbe essere inutile ricordare che gli altri non stanno fermi, e che quindi – in un mondo che corre (e sono tanti i paesi, vecchi e nuovi, che stanno accelerando sul terreno dell’istruzione) – chi cammina lentamente accumula un ritardo maggiore di prima, anche se compie qualche piccolo passo avanti.
A ciò si aggiungono gli squilibri interni. Sono ancora molto forti le differenze territoriali: in Campania, Sicilia e Sardegna la percentuale dei diplomati è di 9 punti al di sotto della media nazionale e di 20 punti al di sotto delle aree che fanno registrare le performances migliori (Lazio, Umbria e Trentino).
Si fa fatica a credere ad alcuni dati: secondo Save the Children, più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.
La partecipazione ad attività di educazione formale o informale per adulti è in Italia la più bassa tra i paesi ocse: siamo al 24% rispetto a una media del 52%. Le conseguenze si vedono: le persone di età superiore ai 55 anni che hanno partecipato ad attività formative fanno registrare livelli di competenze nella lettura, nella scrittura e nel calcolo pari a più del doppio dei coetanei che non hanno avuto esperienze formative. L’assenza di iniziative di formazione per gli adulti va ad aggiungersi ad una situazione che ci vede già in posizione arretrata rispetto ad altri paesi avanzati, con i quali dobbiamo confrontarci: solo il 15% degli italiani adulti (25-64 anni) ha raggiunto un livello di istruzione universitaria, mentre nei paesi ocse il dato medio è più che doppio, essendo pari al 31%, e nell’Europa a 21 è 28%. Solo due nazioni su 36 dell’area ocse presentano percentuali inferiori alla nostra.
Va un po’ meglio per quanto riguarda i diplomati: in questo caso siamo a metà classifica, con una percentuale del 41%, a fronte del 44% della media ocse e del 48% della media europea.
Recupereremo posizioni molto lentamente, considerato che andiamo a scuola meno che in altri paesi (secondo un’indagine dell’Unione Europea, per un bambino italiano che oggi abbia 5 anni di età la previsione è che vada a scuola per 17 anni: solo in 9 paesi dell’Unione si stima un periodo inferiore), che le iscrizioni all’università diminuiscono (quasi 68.000 immatricolati in meno dall’anno accademico 2002-2003 al 2013-2014) e che il numero di laureati è in leggera ma costante flessione a partire dal 2005. Rispetto a una media ocse che attualmente è del 60%, il numero di giovani suscettibili di iscriversi a un corso universitario è del 48% (era del 39% nel 2000, salito poi al 50% nel 2002 e al 56% nel 2006, per poi arretrare nuovamente).
Molto elevata la percentuale di giovani che, dopo aver conseguito il titolo di scuola media inferiore, esce prematuramente dal sistema dell’istruzione e della formazione. L’ultima rilevazione eurostat sul tasso di abbandono scolastico ci dice che questo dato – pur essendo in via di miglioramento (è passato da un valore di quasi il 23% nel 2004 a oltre il 18% nel 2011) – testimonia ancora un grave ritardo: l’Italia è al ventiquattresimo posto in Europa, seguita solo da Spagna, Portogallo e Malta. Il fenomeno è contrassegnato da pesanti differenze di classe: nel primo biennio delle superiori lasciano la scuola il 17% degli allievi degli istituti tecnici e l’11% di quelli dei licei; al termine del ciclo gli studenti dispersi sono il 31% negli istituti tecnici e il 22% nei licei. I figli di genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo hanno un tasso di abbandono scolastico del 27,7%, a differenza del 2,9% tra i figli dei laureati. Analogamente, solo il 3,9% dei ragazzi con almeno un genitore occupato in professioni qualificate abbandona gli studi, contro il 31,2% nel caso di genitori con professioni non qualificate. Notevoli anche gli squilibri territoriali: la dispersione è del 15,34% in Lombardia, mentre sfiora il 22% in Campania. In Italia il tasso di abbandono è molto elevato in tutti gli ordini di studio: il 17% degli immatricolati all’università lascia gli studi durante il primo anno e il 39% di loro dichiara di abbandonare l’università perché non può sostenerne i costi.
L’Unione Europea si è posta l’obiettivo di contenere la dispersione al di sotto della soglia del 10% entro il 2020 (attualmente il valore medio è del 13,4%).
Anche per effetto della crescita della disoccupazione giovanile, aumenta la percentuale delle persone comprese fra i 15 e 29 anni che, avendo perso ogni fiducia, non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione professionale: erano il 19,5% tra i giovani di pari età nel 2009 e sono saliti al 22,7% nel 2011, al 23,9% nel 2012, la quota più alta d’Europa e tra le più alte tra i paesi ocse, dove la media è del 15,8%. Anche in questo caso, le differenze sociali incidono pesantemente: il dato, infatti, è del 28,3% se si è figli di genitori con la sola licenza elementare e del 10,2% se si è figli di laureati.
I nostri neet (Not Education, Employment or Training) sono tali anche perché forse sono ‘inoccupabili’: solo il 5% di essi raggiunge il livello di competenze minime sul versante alfabetico e matematico, a fronte del 25% dei loro coetanei che lavorano e del 50% dei coetanei che studiano.
Poca istruzione, scarse competenze
Molte indagini confermano questo ‘allarme ignoranza’, sia per quanto riguarda i giovani e gli studenti che per quanto riguarda la popolazione adulta.
Le competenze dei quindicenni italiani sono inferiori a quelle riscontrate mediamente tra i loro coetanei dei paesi ocse. I risultati fatti registrare nel 2012 in occasione dell’ultima indagine pisa (Programme for International Student Assessment), sono tutt’altro che confortanti, anche se in via di miglioramento sul 2006 e sul 2009. pisa rileva in che misura gli studenti che sono prossimi alla fine dell’istruzione obbligatoria abbiano acquisito conoscenze e competenze ritenute essenziali per una piena partecipazione alla vita civile nella società moderna. L’indagine si focalizza sulla lettura, la matematica, le scienze e il problem solving e valuta se gli studenti siano in grado di estrapolare una determinata conoscenza da ciò che fino ad allora hanno imparato a scuola, applicandola in contesti scolastici ed extrascolastici non familiari. L’obiettivo a livello europeo è che entro il 2020 solo il 15% dei ragazzi di 15 anni si attesti su un livello minimo nei diversi ambiti. Preoccupano in particolare le competenze linguistiche: infatti, è inutile sottolineare che la capacità di leggere e di comprendere ciò che si legge rimane lo strumento principale attraverso il quale gli individui alimentano le proprie conoscenze.
Per quanto riguarda le competenze di lettura, in Italia invece il dato dei ragazzi fermi al primo livello è del 17,9% rispetto alla media ocse del 16,7; vengono considerati insufficienti i tre livelli più bassi dei sei previsti dal test e ben il 70% dei nostri quindicenni è in questa situazione. Tra i paesi ocse sono messi peggio di noi soltanto il Cile, la Grecia, l’Islanda e il Messico.
Anche sul versante della matematica siamo lontani dagli obiettivi europei (siamo al 16,1% di studenti con un livello minimo o inferiore al minimo e al 65% circa nei tre livelli più bassi). Fra i paesi ocse, ottengono un punteggio inferiore all’Italia solo Svezia, Ungheria, Israele, Grecia, Cile e Messico.
Per le scienze il 13,8% è al livello minimo e circa il 70% entro il terzo livello, e anche in questo caso ci collochiamo agli ultimi posti nel confronto internazionale.
Com’era prevedibile, le differenze nelle diverse aree territoriali del paese sono molto marcate: le regioni settentrionali sono decisamente più avanti e in alcuni casi hanno già raggiunto lo standard-obiettivo fissato per il 2020, mentre il Mezzogiorno, pur facendo registrare segnali di miglioramento in confronto alle precedenti rilevazioni, è parecchio al di sotto della media nazionale, sui cui valori si situano le regioni del Centro Italia.
La musica non cambia per quanto riguarda le fasce d’età più elevate e qui uno sguardo ai dati è forse ancora più utile e interessante, abbracciando una quota più ampia della popolazione.
Nell’autunno del 2013 sono stati resi noti i dati sulle competenze degli adulti (16-65 anni) rilevati attraverso l’indagine piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), svolta nel periodo 2011-2012 e che hanno evidenziato un pesante gap dell’Italia rispetto ai paesi ocse. Le competenze vengono rilevate attraverso alcuni test, che d...
Indice dei contenuti
- 1. Il vero nemico dell’Italia
- 2. Il benessere nella conoscenza
- 3. La Rete come contesto
- 4. La circolazione delle conoscenze e le forme del sapere
- 5. Una politica per la conoscenza