Le parole migliori
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Le parole migliori

della libera espressione

  1. 192 pagine
  2. Italian
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Le parole migliori

della libera espressione

Informazioni su questo libro

È possibile preservare le parole dalla volgarizzazione pubblica? Quali circostanze favoriscono l'emergere e la trasmissione delle parole migliori? Che tipo di attività è l'ascolto? Quando è appropriato il silenzio e quando è giustificato gridare? Nello spazio pubblico, la democrazia ha bisogno di parole che circolino senza ostacoli e spesso le parole che si sentono sono quelle che meno lo meritano. Nelle reti e nei media le parole sono raramente coltivate con cura. Rimane al cittadino, rimpicciolito da una connessione ubiqua, la libertà di selezionare le voci a cui concedere autorità, che meritano di essere ascoltate. In tutti questi casi, la libertà di parola è sempre un atto di resistenza e di coraggio. Ma le parole giuste, quelle migliori, ci dice l'autore, ovviamente non si trovano nel pubblico, ma altrove, nei fenomeni quotidiani: «Per sentirle non ci vuole altro che fermarsi ad ascoltare come si parlano quelli che non soltanto condividono una lingua, ma anche l'aria, l'affetto e il destino».

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Informazioni

L’APPROPRIAZIONE DELLA PAROLA

E chi non sa disprezzare l’opinione pubblica, come egli la ode qua e là, non farà mai nulla di grande1.
È possibile circumnavigare il problema del libero arbitrio quando si tratta della libertà d’espressione? La filosofia politica di inclinazione liberale, per la quale se si vuole sapere cosa pensa la gente basta ascoltarla, risponde affermativamente a questa domanda. Presuppone che in effetti le persone pensino una cosa e siano capaci di esprimerla. In sostanza, le tratta come adulti responsabili delle proprie azioni e opinioni. Le parole che dicono appartengono a loro e, a meno che non abbiano un’alienazione temporale o abbiano perso di vista il mondo, vengono considerate autrici dei loro pensieri, emittenti delle loro parole e responsabili delle loro conseguenze. Per questo motivo, il liberalismo si preoccupa unicamente di garantire che non ci siano interferenze affinché le persone possano svilupparsi e diventare ciò che vogliono. Non può andare oltre, poiché gli è proibito giudicare a priori il modo in cui ognuno usa la propria libertà. Questa attitudine è propria dei regimi autoritari di diverso segno che si arrogano una conoscenza privilegiata della quale non disporrebbero i cittadini comuni.
Ma possiamo essere sicuri di essere noi gli autori di ciò che diciamo? Il linguaggio che usiamo è comune a tutti, di modo che la nostra originalità, sempre che ci sia, rimarrà confinata nei modi in cui osiamo combinarlo. Non essendo autori del linguaggio né inventori di parole, in che cosa consiste l’autenticità di ciò che diciamo?
I filosofi tendono a negare che le persone parlino con proprietà. La lingua comune serve a comunicare, a organizzare l’interazione umana, ma non a nominare le cose, non a conoscere la realtà. L’impresa filosofica si esercita al di là o al di qua della parola comune che è al servizio della razionalità strumentale2.
Tra il linguaggio della filosofia e la democrazia e il suo egualitarismo c’è una tensione storica. In opposizione ai sofisti che hanno trasformato la maggioranza in autorità3, il filosofo insegna a parlare correttamente e a tacere quando è opportuno. Mentre il procedimento filosofico sarebbe orientato alla conoscenza delle cose, la gente segue le proprie povere intuizioni e crede che queste corrispondano perfettamente alla costituzione della realtà, e nel caso in cui ciò non accada, incolpa la realtà – non le proprie intuizioni.
L’elitismo intellettuale di Platone trova il suo riflesso inverso, ma altrettanto elitario, nella svolta linguistica, proprio come la troviamo in forma incipiente nel giovane Nietzsche di Su verità e menzogna in senso extramorale. Lì Nietzsche stabilisce che le parole permettono la comunicazione e la semplificazione del divenire, ma non danno conoscenza. Ciò che crediamo che sia verità e menzogna non è altro che una convenzione che nulla ci dice sulla verità e sulla menzogna in senso enfatico. Il filosofo diffida delle parole e, pertanto, diffida anche delle persone che si limitano a ripetere ciò che credono di sapere.
La filosofia, sia come terapia linguistica anglosassone che come elitismo esistenzialista, presta attenzione a ciò che si dice solo per cercare gli errori nell’argomentazione, o a ciò che in realtà si sta dicendo ma le persone non sanno come articolare. Il sapere filosofico delle cose non si raggiunge con la comunicazione, ma allontanandosi dallo strepito mondano.
Martin Heidegger, filosofo poco o affatto preoccupato dalla questione della libertà individuale e ancor meno di quella collettiva, fa una distinzione tra il linguaggio autentico e le pure e semplici chiacchiere. In Essere e tempo sostiene che il modo dell’Esserci quotidiano dell’essere umano (ciò che chiama Dasein) è costituito da una comprensione del mondo articolata nella chiacchiera (das Gerede)4. La chiacchiera è mera comunicazione, mero strumento. In questa quotidianità primaria non c’è un’appropriazione del mondo, vale a dire che il mondo non si trasforma in qualcosa di appropriato, di fatto proprio; non si parla di esso con proprietà, in sostanza5. Questo mondo è quello che appare all’essere umano medio, das Man, il cui modo di essere è quello della “pubblicità” (die Öffentlichkeit)6.
Probabilmente, se Heidegger fosse in vita troverebbe su Internet l’emblema di questo discorso languido e uniforme in cui si muovono le persone quando non colgono le loro possibilità di sviluppo al di là di ciò che si dice e di ciò che si pensa. La rete sarebbe soltanto un magazzino elettronico di parole false che costituiscono l’orizzonte insuperabile del Man.
Questa realtà grigia ed essenzialmente comunicativa in cui vivono le persone si contrappone a un’altra forma di stare al mondo più autentica, più propria. La fenomenologia, come metodo per valutare le cose così come le troviamo, va a braccetto con l’esistenzialismo, che ci indica che quel modo di essere quotidiano, medio, livellato e comune è un aspetto di un altro modo di appropriarsi delle cose e di se stessi. Affinché si riveli questa forma più autentica di esistenza, il Man deve distaccarsi dalle solite cose per diventare, diremmo oggi, la miglior versione di se stesso.
Abbiamo la tentazione di considerare che quell’altro stato sia possibile grazie alla riflessione, al ritornare su se stessi e chiedersi se ciò che uno dice è qualcosa di più di ciò che si dice (man sagt). Non è questa, tuttavia, l’opinione di Heidegger, per il quale la capacità di riflettere, ossia la ragione, «è la più accanita nemica del pensiero»7. Soltanto un tipo di ascolto obbediente, l’allineamento con una comunità in cui ancora risuonano le parole ancestrali, prima che il linguaggio diventasse oggetto della tecnica sotto forma di linguistica, ci aiuterà a uscire dal deserto non autentico delle parole elettroniche8.
L’equivalenza tra il pensare e il poetizzare che costituisce il filo conduttore del tardo Heidegger si offre come unica alternativa al regno della chiacchiera. Ritorna qui l’atteggiamento elitario e conservatore di gran parte della tradizione filosofica occidentale. Per raggiungere questa serenità bisogna diventare canali nei quali scorre un linguaggio più primigenio di cui siamo ventriloqui. È il linguaggio che parla (die Sprache spricht), non noi. Per suscitare questo parlare autentico e mettersi al suo servizio bisogna evitare lo spazio del libero scambio della parola.
La dimensione pubblica, luogo della democrazia, è per Heidegger il non-autentico. «L’immedesimazione nel Si […] rivela qualcosa come una fuga dell’Esserci dinanzi a se stesso in quanto poter-esser-se-stesso autentico»9. C’è qualcosa di più, in questa frase, che non una forma di romanticismo tedesco avvolto da terminologia specializzata? Che ci dice sulla libertà questo rifiuto della sfera politica liberale? La visione del mondo in cui si articola il pensiero heideggeriano è ovviamente non-democratica. Lo spazio di libertà che può concepire Heidegger è quello dell’autodeterminazione esistenziale, una questione, pertanto, per la quale la politica costituisce unicamente una circostanza esterna. Non c’è libertà al di fuori dell’autodeterminazione individuale. Non c’è esercizio collettivo della libertà. Non c’è un ambito pubblico in cui esercitare in comune la sovranità popolare.
Per Heidegger le questioni della politica liberale democratica non riguardano la filosofia. L’agente della politica non sono gli individui, è il popolo «il cui essere è lo Stato». Si oppone radicalmente, pertanto, alla prospettiva contrattualista secondo la quale «lo Stato sarebbe un mezzo subordinato […] al servizio della personalità nel senso liberale»10. La libertà degli individui, la loro facoltà di contrastare le questioni dell’amministrazione pubblica, il loro diritto alla non ingerenza delle autorità riguardo le loro opinioni, non sono rilevanti per la filosofia, la quale, in linea con Schmitt, non deve elevarsi a questioni normative né incorrere in un’attitudine liberale.
Heidegger non si chiede se sia possibile uscire da questo bacino improprio, puntualizza solamente che ci sono modi di costituirsi che si staccano dalla corrente ontica (che per capirsi è una sorta di superficiale), possibilità di essere, progetti che sorgono dall’interruzione del quotidiano. Non offre un manuale di auto-aiuto per assicurarsi una forma di esistenza autentica, si limita a indicare le possibilità che si trovano al di là dell’abituale. Nel suo caso quella possibilità si concretizza nella vita di provincia. Solo fuggendo dalla città e dalla sua frenesia è possibile raggiungere il silenzio eloquente del poeta, in cui i vocaboli conservano le loro radici e spiccano come non potrebbero farlo nel magma indistinguibile di parole che devastano la città.
Questo spiega perché in varie occasioni Heidegger rifiutasse le chiamate dell’Università di Berlino. Preferì rimanere in provincia, nella sua celebre baita a Todtnauberg, lontano dal rumore del mondo. Lì, come dice nel suo breve testo Perché restiamo in provincia?, si integra in una comunità umana in cui le parole sono accolte in tutte le loro risonanze idiomatiche, ancora vive nelle laconiche conversazioni dei contadini. Alla fine narra il suo incontro con un vecchio amico da cui si aspetta un consiglio a proposito della tentazione berlinese e si chiede:
Cosa dirà? Egli dirige lentamente lo sguardo sicuro dei suoi occhi chiari nei miei, tiene la bocca ermeticamente chiusa, posa sulla mia spalla la sua mano fida e prudente – scuote impercettibilmente il capo. Ciò significa: assolutamente no!11
In campagna, nella comunità, fuori dalla società e dalla modernità, può avvenire la comunicazione autentica, che non fa altro che confermare ciò che già sappiamo, il luogo in cui stiamo e in cui dobbiamo rimanere. Quelli che già si capiscono a priori non hanno bisogno neanche delle parole per comunicare. La cosa opportuna è il silenzio, lo sguardo eloquente, la mano accorta, l’appartenenza alla terra, al paese, alla provincia.
La dialettica tra proprio e improprio costituisce il nucleo esistenziale del pensiero heideggeriano. Il filosofo opera questa distinzione in una cornice di scetticismo reazionario su scienza e tecnologia, e così ci illustra un problema dei nostri tempi di iper-comunicazione. Non sappiamo, e forse non possiamo sapere, se stiamo facendo un uso proprio delle parole, se siamo, pertanto, effettivamente liberi nel senso che ci autodeterminiamo a livello esistenziale. Sappiamo che non è lo stesso dire le cose che si dicono e provare a trovare le parole migliori. Possiamo ripetere gli stereotipi con cui si etichetta l’altro senza riconoscerlo, ma in questo modo non pensiamo, lasciamo piuttosto che le parole pensino per noi. La lotta per le identità, per il riconoscimento, per la non discriminazione, si ingaggia contro le parole perennemente ripetute che valgono perché sono quelle di sempre e perché consolidano relazioni di potere che avvantaggiano i coniatori originali della lingua e i loro eredi. Chi esercita la parola libera non è chi usa provocatoriamente le parole di un tempo; si lamenta perché lo criticano, e vuole continuare a parlare come sempre perché le parole, dice, sono solo parole. La parola libera deve essere conquistata a dispetto di ciò che c’è. Se qualcuno oppone resistenza al cambiamento, ce n’è un altro che lotta per autodeterminarsi appropriandosi della lingua. Questo esercita la libertà, quello mette in scena la sua perduta egemonia. Una lettura progressista di Heidegger (e, pertanto, anti-heideggeriana) utilizza la sua distinzione tra proprio e improprio per una ricerca collettiva delle parole migliori: quelle che permettono una vita autentica a tutti e non soltanto a quelli che parlano in cristiano12.
1G. W. F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, a cura di G. Marini, Laterza, Roma-Bari 1999, p. 380 (ed. orig. Grundlinien der Philosophie des Rechts, 1820) [N.d.T.].
2A questo si riferisce Mercè Rius quando, a proposito dell’uso comunicativo del linguaggio che emette il pensiero, scrive: «Nella nostra società, la gente non smette di comunicare, chiaro! Per forza di cose, giacché si trova in una fase di disapprendimento di qualsiasi forma di linguaggio che non sia quello della comunicazione» (M. Rius, Matèria, PUV, Valencia 2018, p. 113).
3«Ebbene, ti sembra che ne differisca in qualcosa chi giudica sapienza aver appreso l’istinto e i piaceri, in pittura, musica e politica, di una maggioranza multiforme insieme...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Prefazione all’edizione italiana
  6. Parole preliminari
  7. Il rumore è il contesto
  8. Educazione interrogativa
  9. Breve fisiologia esistenziale della conversazione
  10. La lingua in cattività
  11. Il linguaggio è di tutti e non è di nessuno
  12. Il respiro della lingua
  13. Tra la strada e la casa
  14. L’appropriazione della parola
  15. L’immaginario della libertà
  16. Misurare i silenzi
  17. Impedire un furto
  18. La costruzione della polifonia
  19. Demolizione controllata
  20. Chiedere e torturare
  21. Censura e vergogna
  22. Beati della libertà
  23. La gioventù nel laboratorio
  24. Le madri della prevenzione
  25. Il giornalismo che verrà
  26. Fiato articolato
  27. Era una battuta
  28. Senza risonanza