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About this book
Nell'elaborare questo saggio l'autore ha inteso raffrontare quanto emerso dai suoi studi e ricerche presso un campione di imprese italiane con le tesi contenute in R.E.S. Boulton, B.D. Libert e S.M. Samek "Cracking the Value Code" - Arthur Andersen, 2000. Nel biennio 2016-17, precedentemente alla stesura del saggio, l'autore si è dedicato all'esame della documentazione raccolta e all'analisi delle trasformazioni avvenute nel panorama d'impresa italiano. Tanto la documentazione raccolta quanto le verifiche sul campo hanno confermato le tesi principali qua sostenute, ovvero che il valore d'impresa è determinato dalla quantità e qualità degli asset che essa ha in portafoglio.
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Information
Capitolo 1: La creazione del valore nellâeconomia odierna
Per comprendere come le
imprese creino valore nello scenario economico odierno è opportuno
riferirci a un caso ipotetico, capace di rendere evidente il
fenomeno. Ammettiamo, per esempio, che un investitore sia stato
posto - diciamo allâintroduzione dellâeuro - di fronte alla
necessitĂ di scegliere tra investire sullâimpresa ABC (new entry
del settore informatico), con 100 dipendenti, con ricavi annui di
30 milioni di euro, con un reddito netto di 4 milioni di euro e con
capitalizzazione di mercato di 150 milioni di euro) o, in
alternativa, sul leader del mercato XYZ (impresa di 2.000
dipendenti, con ricavi annui di 10 miliardi di euro, con reddito
netto di 80 milioni di euro e con una capitalizzazione di mercato
di 7 miliardi di euro) e abbia scelto di investire su
questâultima.
Lâinvestitore, che diremmo âcautoâ
,
che avesse privilegiato il leader del mercato XYZ,
avrebbe fatto lâaffare migliore? A prima vista sembrerebbe cosĂŹ.
Lâinvestimento cauto ha premiato in questo caso la soliditĂ del
leader di mercato XYZ e ha quindi ridotto il rischio finanziario
dellâinvestitore. Ma le cose in questâultimo decennio hanno
realmente dimostrato che lâinvestimento cauto è stato anche il piĂš
remunerativo? Vediamo qual è stata, in questo lasso di tempo,
lâevoluzione delle due imprese.
Lâanno scorso la new entry ABC è
diventata il piĂš grande server on line (fornitore di soluzioni in
tempo reale) europeo con un valore di mercato di 150 miliardi di
euro (alla fine dellâanno precedente i suoi ricavi erano stati di 5
miliardi di euro e i profitti avevano superato il miliardo di
euro), mentre invece il colosso XYZ ha avuto una capitalizzazione
di âsoliâ 90 miliardi di euro (con ricavi per 20 miliardi di euro e
un utile netto di 1 miliardo di euro). Se, dunque, il nostro cauto
investitore avesse puntato sulla new entry ABC anzichĂŠ, come fece,
sul leader del mercato XYZ, il suo guadagno sarebbe stato assai piĂš
alto di quello effettivamente realizzato.
A questo punto sorge spontanea una
domanda: per quale ragione il nostro investitore avrebbe dovuto
puntare sulla new entry ABC anzichĂŠ sul colosso XYZ? Se egli si
fosse limitato ad analizzare i Bricks and Mortar (beni immobiliari
e strumentali) e gli asset finanziari delle due imprese, la sua
scelta dâinvestimento avrebbe privilegiato il leader di mercato
XYZ, ma qualora, anzichĂŠ fermare lâattenzione solo su questi dati
patrimoniali, avesse valutato con maggiore attenzione lâalto
livello del management e il tasso di fidelizzazione dei clienti
(asset intangibili trascurati dalla rendicontazione contabile
tradizionale) della piccola new entry ABC, avrebbe compreso per
tempo quali sarebbero state le potenzialitĂ di crescita e di
successo di questâultima.
Ă bene, dunque, ricordare che il
passaggio dalla vecchia economia alla nuova ha modificato
profondamente il modo con cui le imprese creano valore e aumentano
la loro capitalizzazione di mercato. La globalizzazione dei
mercati, lâinnovazione tecnologica lâaggressivitĂ della concorrenza
e la volatilitĂ della domanda hanno trasformato in modo radicale il
mondo imprenditoriale, costringendo le imprese a modificare tanto i
loro metodi gestionali quanto i loro sistema di individuazione e
acquisizione degli asset piĂš redditivi.
Tuttavia, nonostante le mutazioni
epocali abbiano imposto alle imprese di cambiare registro e di
aggiornare la loro filosofia imprenditoriale e il loro modo di
agire, molte tra esse hanno continuato a concentrare lâattenzione
quasi esclusivamente sugli asset fisici e finanziari che compaiono
nello stato patrimoniale (Physical and Financial Assets),
trascurando quelli che creano alto valore in unâeconomia
dellâintangibilitĂ dellâofferta: gli Employee and Supplier Assets
(dipendenti e fornitori), i Customer assets (clienti) e gli
Organizational Assets (asset organizzativi
).
Nelle economie tradizionali, le
imprese ritenevano che la ricchezza (realizzazione del valore)
derivasse in modo esclusivo dalla corretta organizzazione di
quattro soli asset: terra, capitale, lavoro e spirito
imprenditoriale. I primi due (terra e capitale) considerati fattori
strategici, in quanto limitati e, quindi, da utilizzare in modo
ottimale. il lavoro, offerto in abbondanza, era considerato,
invece, un aspetto marginale e quindi da utilizzare in modo
strumentale. infine, lo spirito imprenditoriale era considerato
come caratteristica intrinseco al ruolo di comando e quindi non
contabilizzabile.
Le analisi ci confermano, tuttavia,
che gli asset tradizionali, utilizzati finora per realizzare il
valore, oggi non sono piĂš in grado di garantire allâimpresa la
creazione del valore, necessaria ad accrescerne la capitalizzazione
di mercato. Se, dunque, nel nuovo scenario economico i tradizionali
asset tangibili (capitali, terra, immobili. attrezzature e
macchinari) non sono - da soli - capaci di garantire il successo
dellâimpresa è necessario che gli imprenditori individuino quali
siano le condizioni che possono favorire oggi la crescita del
valore di mercato dellâimpresa. Devono, cioè, essere in grado di
individuare quali siano adesso le strategie e le competenze che -
se applicate correttamente - permetteranno loro di creare valore,
utilizzando in modo adeguato tutti gli asset disponibili e
riducendo al minimo i rischi imprenditoriali.
Unâimpresa industriale di tipo
tradizionale che operi in un mercato statico può ottenere il
massimo risultato governando al meglio i suoi asset fisici
(immobili, macchinari e capitali). Viceversa a unâazienda che,
operi in un mercato flessibile, conviene affidarsi allâoutsourcing
(dalla progettazione alla vendita di beni e servizi) migliorando,
al contempo, lâutilizzo dei propri asset intangibili (knowhow
riconosciuto, correttezza nei rapporti con i fornitori, efficacia
consolidata dei canali distributivi e fidelizzazione dei clienti).
Lo stesso vale per una banca,
unâimpresa artigianale o agricola. Esse possono oggi creare valore
ulteriore e accrescere la loro capitalizzazione di mercato solo se
sapranno assemblare al meglio tanto i loro asset tangibili
(patrimonio fisico e finanziario) quanto quelli intangibili
(qualitĂ del management e del personale, innovazione di processo e
di prodotto, efficacia dei fornitori e fidelizzazione dei clienti).
In tutti questi casi è evidente che
la creazione del valore è determinata principalmente dalla capacitĂ
dellâimpresa di acquisire, e utilizzare efficacemente, gli asset
intangibili, i quali, nonostante siano difficilmente misurabili e
rendicontabili con lâausilio dei tradizionali strumenti di
contabilizzazione, sono oggi i veri artefici della creazione del
valore dâimpresa e della sua capitalizzazione di mercato.
Lo conferma il comportamento degli
investitori, i quali hanno ben compreso quanto siano oggi
importanti, nella determinazione del valore dâimpresa, quegli asset
intangibili che i rendiconti contabili occultano o non sono in
grado di quantificare (valore del management, capacitĂ di
previsione, tempestivitĂ nella presa delle decisioni, competenze
del personale, qualitĂ dei fornitori e stabilitĂ del portafoglio
clienti). Certo, gli investitori non trascurano, nel valutare le
societĂ (quotate in Borsa o no), il tradizionale parametro del cash
flow, ma oggi (e accade con sempre maggiore frequenza) essi pongono
altrettanta (se non maggiore) attenzione allâindividuazione e alla
pesatura degli asset intangibili, estranei allo stato patrimoniale
e al conto economico del bilancio a partita doppia.
Si assiste, sempre piĂš spesso, da
parte del mercato finanziario, al radicale cambiamento delle
metodologie atte alla valutazione delle imprese, al fine di
eliminare (o almeno ridurre) la forbice tra la capitalizzazione di
mercato, scaturita dagli investimenti finanziari, e i valori
contabili, emergenti dalla rendicontazione di bilancio.
Differenziazione che, fino alla seconda metĂ degli anni Novanta,
era minima ma che oggi, invece, si manifesta palesando scostamenti
a volte macroscopici tra quanto è valorizzato dal bilancio e quanto
è valutato dal mercato. Questi scostamenti nellâanalisi del valore
dâimpresa spingono gli investitori ad aggiornare i loro strumenti
di valutazione, al fine di individuare con precisione quali siano i
meccanismi di funzionamento dellâimpresa, capaci di incrementarne
la creazione del valore.
Le analisi dei rapporti tra corsi
azionari e redditi contabilizzati, effettuate in questâultimo
decennio, su un campione statisticamente significativo di imprese
italiane ad alto tasso di investimenti e in possesso di un
rilevante portafoglio di asset intangibili ci suggerisce di
analizzare meglio quale debba essere lâimportanza da attribuire,
nella determinazione del valore, ai classici parametri della
patrimonialitĂ di bilancio e della rendicontazione contabile.
Come ci suggeriscono le analisi
compiute sulle realtĂ imprenditoriale dei paesi piĂš sviluppati,
negli ultimi anni si è assistito a cambiamenti radicali nelle
funzioni produttive dâimpresa e nellâindividuazione degli asset che
creano valore e crescita della capitalizzazione di mercato. A
fronte di queste tendenze gli studi effettuati ci inducono a
credere che i sistemi di misurazione e di rendicontazione contabile
utilizzati in Italia non sono stati per nulla aggiornati.
In Italia, paese nel quale i
ritardi che angustiano lâeconomia riguardano anche (se non
soprattutto) le modalitĂ finora utilizzate nella valutazione
quantitativa del valore delle imprese e nella misurazione
dellâefficienza degli strumenti adottati per valutare correttamente
il contributo che ogni asset (tangibile e intangibile) fornisce
alla creazione del valore hanno dimostrato tutta la loro
inadeguatezza.
Quindi, in Italia i manager piĂš
sensibili hanno iniziato a riflettere sullâimportanza degli asset
intangibili nella creazione del valore delle imprese da loro
dirette. Questa presa di consapevolezza ha però costretto le
imprese ad ammettere che alla progressiva crescita dei valori non
contabili totali (differenza tra i valori di mercato e quelli
contabili) ha corrisposto una drastica riduzione dei valori
contabili totali (registrati dalla tradizionale contabilitĂ a
partita doppia).
Il management delle imprese
italiane ha perciò dovuto ammettere che dai dati emersi
recentemente appare chiaramente che la creazione del valore (e
quindi il processo di capitalizzazione di mercato) è direttamente
connessa agli investimenti effettuati al fine di acquisire, anche a
danno dei cespiti tradizionali, gli asset intangibili che sono
spesso ancor oggi trascurati.
Gli analisti hanno inoltre
registrato un fenomeno sconosciuto nel recente passato: le imprese
ad alta intensitĂ di asset tangibili utilizzano il loro portafoglio
asset in modo meno efficace di quanto facciano quelle a maggior
intensitĂ di asset intangibili. Tendenza, questa, che trova
conferma nel fatto che le migliori imprese distanziano (in termini
di rendimenti quinquennali) in modo abissale le peggiori, le quali
a loro volta hanno bruciato una quantitĂ di asset tangibili per
unitĂ di rendimento (At/Ur) assai piĂš elevata di quella delle
imprese che operano in prevalenza con asset intangibili. Nonostante
queste indiscutibili rivelazioni, in Italia il valore complessivo
del mercato finanziario è però ancora determinato dalle imprese ad
alta intensitĂ di asset tangibili, operanti nel settore
manifatturiero, mentre quelle ad alta intensitĂ di asset
intangibili, prevalentemente concentrate nei segmenti high-tech
(comunicazione e servizi finanziari), contribuiscono solo
marginalmente alla creazione del valore totale delle transazioni
finanziarie.
Câè infine da aggiungere che le piĂš
recenti analisi sul rapporto esistente tra capitalizzazione di
mercato e fatturato netto (Cm/Fn) hanno rivelato che le imprese che
hanno un maggior valore per unitĂ di rendimento (Vm/Rn), hanno
anche il miglior rapporto medio tra il valore contabile e valore di
mercato (Vc/Vm). Questo significa che le imprese ad alta intensitĂ
di asset intangibili utilizzano al meglio le risorse che hanno a
loro disposizione.
Esaminando, poi, il rapporto tra il
rischio dâimpresa e la remunerazione delle attivitĂ (Ri/Ra), gli
analisti sono giunti alla conclusione che il rischio, calcolato in
termini di âvolatilitĂ storicaâ, è raddoppiato nellâultimo
decennio, coinvolgendo tutti gli ambiti produttivi. Entrando nel
dettaglio si è inoltre verificato che - diversamente dalle imprese
ad alta intensitĂ di asset tangibili - quelle a alta intensitĂ di
asset intangibili hanno prodotto rendimenti crescenti, senza un
conseguente aumento proporzionale del rischio imprenditoriale.
Le conclusioni alle quali sono
giunti gli analisti non sono sempre state condivise dai management
italiano, tuttavia il numero di coloro che stanno acquisendo questa
consapevolezza sta crescendo. NĂŠ è prova lâindagine compiuta
interpellando un campione (valido statisticamente) di manager
italiani operanti in imprese di dimensioni e ambiti merceologici
diversi (Tav. 5). Indagine dalla quale emerge con chiarezza che i
fattori i quali determinano la piĂš elevata creazione del valore
dâimpresa sono:
a) la capacitĂ di soddisfare i
bisogni dei clienti;
b) la fidelizzazione dei migliori
dipendenti;
c) lâinnovazione tecnologica;
d) lâimmagine del marchio;
e) lâimmagine esterna
dellâimpresa.
I classici parametri quantitativi,
utilizzati dalla rendicontazione contabile tradizionale, sono,
invece, percepiti dal management dâimpresa come meno importanti
nella dinamica della creazione del valore.

Nonostante i manager italiani
abbiano acquisito, in questi ultimi anni, la convinzione che il
successo dâimpresa sia dato dallâammontare degli investimenti in
asset tangibili, capaci di produrre valore, sta crescendo il numero
di coloro i quali sostengono, invece, che siano gli investimenti in
asset intangibili a determinare il successo dellâimpresa (creazione
del valore e aumento della capitalizzazione di mercato).
Nonostante questa crescita di
consapevolezza, molti manager sono ancora legati alla tradizionale
rendicontazione contabile. Paradossalmente, però, pochi tra i
manager che ritengono strategici gli asset intangibili utilizzano,
con metodo, le analisi di Customer Satisfaction (soddisfazione dei
bisogni dei clienti) e di Power Recognition (riconoscimento e
premiazione del merito), entrambi strumenti indispensabili per la
creazione del valore dâimpresa e della crescita della
capitalizzazione di mercato. Mentre ancor meno sono i manager che
hanno inserito gli asset intangibili nei sistemi di rendicontazione
contabile.
Possiamo, dunque, concludere che il
management italiano soffre di comportamenti âschizofreniciâ, i
quali, se da un lato riconoscono la strategicitĂ degli asset
intangibili, dallâaltro trascurano di rendicontarli. Anzi, nel
panorama imprenditoriale italiano sono ancora troppi coloro i quali
prediligono gli investimenti in asset fisici, nella convinzione che
queste acquisizioni permetteranno di contrastare lâaggressivitĂ
della concorrenza e la volatilitĂ della domanda e quindi saranno in
grado di accrescere la competitivitĂ e la conseguente reddittivitĂ
dâimpresa.
Diverse banche in questi anni hanno
creduto di poter invertire la curva decrescente del proprio
business (redditivitĂ degli investimenti e delle attivitĂ )
investendo nella capillarizzazione della loro rete fisica di
sportelli, accorgendosi poi che le relazioni commerciali con i
clienti non miglioravano nĂŠ quantitativamente, nĂŠ qualitativamente.
Altre banche hanno, invece, optato per lâacquisizione di sportelli
di altri istituti di credito, migliorando di poco i risultati
economici. Altre ancora hanno convertito i loro asset fisici
(struttura immobiliare) in asset intangibili (consulenza e
assistenza alla clientela), riscontrando crescite significative
negli indici di redditivitĂ e quindi nellâacuirsi della curva della
creazione del valore e di quella della capitalizzazione di
mercato.
Gli analisti sono giunti, in questi
ultimi anni, alla conclusione che, in uno scenario economico
determinato dalla globalizzazione dei mercati, dallâaggressivitĂ
crescente della concorrenza, dalla dilagante sofisticazione della
domanda e dalla smisurata dilatazione della segmentazione della
domanda, le imprese che intendano definire una propria strategia
vincente devono innanzitutto trovare il modo di rendicontare
correttamente gli asset intangibili i quali, come abbiamo spesso
detto, sono quelli che giĂ oggi favoriscono la creazione del valore
dâimpresa.
Gli analisti sostengono inoltre che
le fonti del valore sono oggi rappresentate tanto dagli asset
tangibili (capitale fisico e finanziario) quanto da quelli
intangibili (conoscenza e comunicazione) e che, qualora fossero
correttamente integrati, permetterebbero alle imprese di aprirsi ai
nuovi mercati, capaci di favorire la loro reddittività . Essi però
aggiungono che gli imprenditori e gli investitori, i quali
intendano inserirsi in modelli imprenditoriali a Risk-Taking (ad
alta assunzione di rischio), si devono dotare di una speciale
lente, capace di individuare nitidamente quali siano gli asset che,
qualora fossero utilizzati correttamente, garantirebbero la
creazione di valore ulteriore anche nel medio-lungo
termine.
âCapitolo 2: Lâimpresa, gli asset e il valore
Chiunque voglia comprendere la natura di unâimpresa, con la quale intende entrare in relazione dâaffari, deve aver chiaro quali siano:
a) gli asset di proprietĂ di quellâimpresa;
b) i motivi che hanno indotto il management ad investire in quegli specifici asset;
c) i prezzi pagati per approvvigionarsi di quegli asset;
d) i rendimenti prodotti dagli asset nel tempo.
In assenza di queste informazioni nessun analista potrĂ determinare correttamente il livello di efficacia dei singoli asset utilizzati nel processo di creazione del valore dellâimpresa; è dunque opportuno che gli analisti, al fine di misurare il âvalore creatoâ dalle imprese, si pongano una serie di quesiti che riguardano i clienti, i dipendenti, i fornitori, gli investitori, le strutture organizzative interne, i processi di lavori, la qualitĂ del proprio management e la cultura dâimpresa.
Per quanto concerne i clienti, gli analisti devono conoscere:
1) il loro numero;
2) lâentitĂ dei loro acquisti;
3) il costo sostenuto dallâimpresa per acquisire e mantenere il proprio parco clienti;
4) il tasso di fidelizzazione e di turnover dei clienti acquisiti.
Per quanto riguarda, invece, i dipendenti è necessario che gli analisti conoscano:
a) quanti essi siano;
b) a quanto ammonta la spesa per lâacquisizione e la conservazione di un nuovo collaboratore;
c) c...
Table of contents
- Copertina
- LE IMPRESE DI SUCCESSO
- Indice
- Intro
- AVVERTENZA
- INTRODUZIONE: lâevoluzione del concetto di valore
- Capitolo 1: La creazione del valore nellâeconomia odierna
- âCapitolo 2: Lâimpresa, gli asset e il valore
- Capitolo 3: I modelli dâimpresa e la creazione del valore
- Capitolo 4: Assemblare gli asset
- Capitolo 5: Riprogettare lâimpresa
- Capitolo 6: Convivere con il rischio
- Capitolo 7: Utilizzare al meglio il portafoglio asset
- Capitolo 8: Controllare e valutare la produttivitĂ degli asset
- CONCLUSIONI: Lo start-up della creazione del valore
- BIBLIOGRAFIA
- Ringraziamenti