I. Le terre dei musulmani
all’inizio del XVI secolo
1. Panorama generale
1.1. La situazione al momento della conquista di Bisanzio
Si è già visto come la conquista di Bisanzio, che dal punto di vista dell’Europa cristiana appare come un evento epocale e quasi incredibilmente traumatico, rivesta importanza tutto sommato secondaria nella storia degli Ottomani – dal nome del fondatore della dinastia, ‘Uthman (Othman o Osman, m. 1326) – i quali nel 1453 si erano già saldamente insediati nei Balcani con una serie di campagne che avevano lasciato intatta la «seconda Roma», quella capitale dei Rum, i «Romani», che venne colta come un frutto ormai maturo quando il suo potere si era sgretolato, e il suo impero ridotto a poco più del perimetro delle sue mura. Ancora minore fu l’importanza dell’evento per il mondo musulmano nel suo complesso, in quanto non direttamente coinvolto nelle imprese degli Ottomani che di quel mondo erano una parte: ragguardevole, ma solo una parte.
Nel 1453 – e nei decenni immediatamente successivi – il mondo musulmano si estendeva dai bordi più meridionali della penisola iberica fino agli arcipelaghi dell’Asia sud-orientale. In Spagna resisteva ancora l’ultimo emirato musulmano (per poco: Granada cadrà nel 1492). Nell’attuale Marocco la dinastia dei Wattasidi regnava su Fez e dintorni, mentre gran parte del paese era in mano a confraternite di mistici, e le coste subivano in maniera crescente l’insidia dei Portoghesi, presenti a Ceuta fin dal 1415. Più a est, gli ‘Abdalwadidi erano insediati a Tlemcen (Tilimsan), in quella che oggi è l’Algeria occidentale, e gli Hafsidi a Tunisi. La Libia, che più delle altre regioni nordafricane aveva subìto le conseguenze delle invasioni hilaliane dell’XI secolo1, manteneva soltanto a Tripoli e nelle altre città fortificate della costa, specialmente in Cirenaica, tracce di società organizzata; Tripoli dipendeva da Tunisi, contro la cui dominazione gli abitanti si ribellarono verso il 1490 e, in seguito a vicende di non facile interpretazione, finirono col consegnare la città agli Spagnoli nel 1510, dopo un sanguinoso assedio (Rossi 1968, 95-96). L’Egitto dei Mamelucchi, benché in declino e alla vigilia del crollo definitivo per mano ottomana, era ancora, nei primi anni del secolo XVI, una potenza in grado di sconfiggere in qualche scontro i Portoghesi, da poco apparsi nell’Oceano Indiano a minacciare i traffici che per secoli avevano assicurato la prosperità di Alessandria e Venezia. Il dominio dell’Egitto mamelucco si estendeva anche sulla Siria, mentre le coste della Cilicia erano state conquistate dagli Ottomani fin dalla guerra del 1485-1491.
Sulla sponda europea del Mediterraneo erano già in mano ottomana le coste della Tracia e della Morea, conquistata intorno al 1460, con l’eccezione dei forti di Nauplia, Modon e Coron ancora tenuti da Venezia; la guerra del 1463-1479 costrinse poi la Serenissima a rinunciare a quelle basi, e anche alle proprie piazzeforti in Albania. Nel 1480 gli Ottomani, sbarcati a Taranto, sembravano sul punto di conquistare l’Italia: minaccia accantonata soltanto dalla morte del loro sultano Mehmet II nell’anno successivo.
Con la conquista di Bisanzio, dunque, la potenza egemone del Vicino Oriente, o dell’area gravitante sul Mediterraneo, è l’impero ottomano, ultima incarnazione di una serie di formazioni statuali di origine turca di cui, risalendo indietro nel tempo, si può riconoscere l’antenato nell’impero degli Unni: nella misura in cui sia lecito applicare la definizione di «impero» alle «grandi formazioni necessariamente labili il cui elemento essenziale si trova nelle tribù nomadi» (Cahen 1969, 282). Tutt’altro che labile sarà, invece, l’impero fondato dalla dinastia di Othman.
L’elemento nuovo, a cavallo tra il XV e il XVI secolo, è proprio la nascita di grandi imperi nel nucleo centrale, come viene talvolta definito (Hodgson 1974, 12), delle terre abitate dai musulmani. Si tratta di centralità non in senso geografico, giacché gli imperi degli Ottomani, dei Safavidi in Persia e dei Timuridi in India, sono tutti piuttosto occidentali rispetto all’estensione complessiva di un mondo islamico esteso dall’Atlantico al Pacifico, bensì in senso storico-culturale, visto che le tre dinastie citate incarnano le componenti non arabe più antiche, numerose ed influenti della storia islamica. Sarebbe forse più giusto parlare di «nucleo compatto», partendo dalla più vistosa caratteristica della distribuzione attuale dei musulmani del mondo, che si può immediatamente percepire esaminandone la rappresentazione cartografica. I musulmani di oggi, la cui distribuzione geografica è ovviamente legata alle vicende storiche, sono infatti ripartiti in due grandi insiemi: un nucleo compatto e una serie di frange minori (e, il più delle volte, relativamente isolate) di comunità musulmane periferiche. Del nucleo compatto fanno parte oggi gli Stati arabi dell’Asia e dell’Africa, dove l’Islàm è nato e si è inizialmente affermato, nonché l’Iran e la Turchia, attuali sedi principali delle popolazioni e delle culture non arabe che alla diffusione dell’Islàm hanno dato il maggiore contributo. In questo nucleo rientrano anche regioni confinanti con gli Stati appena citati, in cui la prima espansione islamica fu relativamente facile e rapida, anche se talvolta piuttosto superficiale: si tratta di qualche paese non arabo dell’Africa ai margini del Sahara, dell’Afghanistan e del Pakistan, nonché di alcune repubbliche dell’ex-Unione Sovietica. L’esistenza di questo nucleo compatto fa sì che un musulmano possa viaggiare dalla Guinea alla Cina occidentale, da Tangeri a Lahore, da Kazan’ a Khartum, percorrendo esclusivamente territori abitati da massicce maggioranze di suoi confratelli nella fede. Ciò non gli sarebbe possibile se volesse andare per esempio in Indonesia, il paese numericamente più importante della frangia musulmana esterna e dell’intero mondo islamico2. Gli toccherebbe infatti passare per paesi in cui i musulmani sono in minoranza: minoranza numericamente e storicamente rilevante come in India, o di formazione più recente come in Birmania.
Tabella 1. Minoranze musulmane nel mondo (2001; in ordine decrescente di grandezza stimata)
| Stato | Popolazione totale (in milioni) | Di cui musulmani (%) |
| India | 1.025,1 | 12 |
| Cina | 1.285,0 | 2-3 |
| Etiopia | 64,5 | 45-50 |
| Tanzania | 36,0 | 35 |
| Malesia | 23,76 | 60,4 |
| Costa d’Avorio | 16,3 | 27 |
| Russia | 144,7 | 7,5 |
| Ghana | 19,7 | 30 |
| Stati Uniti d’America | 285,9 | 5 |
| Congo, repubblica democratica | 52,5 | 10 |
| Filippine | 77,1 | 5 |
| Thailandia | 63,6 | 3,8 |
| Francia | 59,5 | 3 |
| Germania | 82,1 | 1,7 |
| Kenya | 31,3 | 7 |
| Birmania | 41,9 | 4 |
| Sri Lanka | 19,1 | 7 |
| Bosnia | 4,1 | 40 |
| Gran Bretagna | 59,5 | 1,6 |
| Bulgaria | 7,9 | 13 |
| Madagascar | 16,4 | 7 |
| Zambia | 10,6 | 24 |
| Sudafrica | 43,8 | 2 |
| Nepal | 23,6 | 3,8 |
| Liberia | 3,1 | 20 |
| Togo | 4,7 | 12 |
| Italia | 57,5 | 0,5 |
| Olanda | 15,9 | 4,4 |
| Repubblica Centroafricana | 3,8 | 15 |
| Singapore | 4,1 | 14 |
| Argentina | 37,5 | 0,4 |
| Brasile | 172,6 | 0,4 |
| Belgio | 10,3 | 0,3 |
| Cambogia | 13,4 | 0,3 |
| Spagna | 39,9 | 0,3 |
| Canada | 31,0 | 0,3 |
| Malawi | 11,6 | 20 |
| Australia | 23,1 | 0,2 |
| Mauritius | 1,2 | 16,6 |
| Grecia | 10,6 | 1,3 |
| Ruanda | 7,9 | 1,9 |
| Mongolia | 2,6 | 0,1 |
| Burundi | 6,5 | 10 |
| Trinidad e Tobago | 1,3 | 5,8 |
| Cipro | 0,8 | 18 |
| Georgia | 5,2 | 11 |
| Gibilterra | 0,027 | 6,9 |
| Macedonia | 2,0 | 30 |
| Croazia | 4,7 | 1,2 |
| Eritrea | 3,8 | 70 |
| Slovenia | 2,0 | 1 |
| Yugoslavia | 10,5 | 19 |
| Zimbabwe | 12,9 | 1 |
| Danimarca | 5,3 | 2 |
| Congo repubblica | 3,1 | 2 |
| Israele | 6,2 | 14,6 |
Fonte: Donini 2002, 40-41.
Tabella 2. Principali comunità musulmane in ordine decrescente di grandezza stimata
| Stato | Popolazione totale (in milioni) | Proiezione per il 2050, (in milioni) | Tasso di crescita 2000-2005 (%) | Percentuale di Musulmani |
| Indonesia | 214,8 | 311,3 | 1,2 | 88 |
| India | 1.025,1 | 1.572,1 | 1,5 | 12 |
| Pakistan | 145,0 | 344,2 | 2,5 | 97 |
| Bangladesh | 140,4 | 265,4 | 2,1 | 83 |
| Iran | 71,4 | 121,4 | 1,4 | 89 sciiti, 10 sunniti |
| Turchia | 67,6 | 98,8 | 1,3 | 99,8 |
| Egitto | 69,1 | 113,8 | 1,7 | 94 |
| Nigeria | 116,9 | 278,8 | 2,6 | 50 |
| Cina | 1.285,0 | 1.462,1 | 0,7 | 2 – 3 |
| Algeria | 30,8 | 51,2 | 1,8 | 99 |
| Marocco | 30,4 | 50,4 | 1,8 | 98,7 |
| Etiopia | 64,5 | 186,5 | 2,4 | 45 – 50 |
| Afghanistan | 22,5 | 72,3 | 3,7 | 84 sunniti, 15 sciiti |
| Sudan | 31,8 | 63,5 | 2,3 | 70 |
| Iraq | 23,6 | 53,6 | 2,7 | 97 |
| Arabia Saudita | 21,0 | 59,7 | 3,1 | 100 |
| Uzbekistan | 25,3 | 40,5 | 1,4 | 88 |
| Siria | 16,6 | 36,3 | 2,5 | 74 |
| Tanzania | 36,0 | 82,7 | 2,3 | 35 |
| Malesia | 22,6 | 37,8 | 1,7 | 60,4 |
Fonte: Donini 2002, 34.
L’esistenza di un nucleo compatto di paesi musulmani, privo di contatto continuo e diretto – almeno durante una parte della storia – con quella frangia periferica di comunità islamiche (vuoi maggioritarie come in Bangladesh, vuoi minoritarie come nelle Filippine) che si estende dal Pacifico fino all’Africa subsahariana, discende naturalmente dai modi in cui si è realizzata, fin dai primi secoli, l’espansione dell’Islàm. Questa caratteristica geografica ci ricorda che l’Islàm si è diffuso in due modi: da una parte mediante la ...