L’Italia del 2030: un’utopia sostenibile
Mettere lo sviluppo sostenibile al centro dell’azione politica
Come abbiamo visto, il nostro Paese non è in una condizione di sviluppo sostenibile. E gli italiani sembrano abbastanza consci del problema, almeno sul piano emotivo. Secondo i risultati descritti nel 10° Rapporto dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza, realizzato da Demos & Pi e Osservatorio di Pavia per la Fondazione Unipolis, le principali paure dei cittadini italiani riguardano molti dei temi al centro dell’Agenda 2030: tra le paure generali, il 58% indica “la distruzione dell’ambiente e della natura” e il 55% “l’inquinamento”, mentre tra le insicurezze economiche prevalgono quella di “non avere o perdere la pensione” (38%) e “la perdita del lavoro, la disoccupazione” (37%).
D’altra parte, sentire ogni giorno parlare degli effetti negativi sulla vita dei cittadini derivanti dalla globalizzazione e dal cambiamento tecnologico, del rischio che il debito pubblico rappresenta per i mercati finanziari e quindi della possibilità di nuove crisi finanziarie, dell’elevatissima incidenza della disoccupazione giovanile e della povertà che si riducono marginalmente o per nulla anche in presenza di una ripresa dell’attività economica, del flusso dei migranti dall’Africa e di possibili conflitti basati sull’uso di ordigni nucleari, metterebbe a dura prova chiunque, senza considerare il fatto che gli italiani hanno sperimentato la più grave crisi economica dell’intera storia del nostro Paese, la quale ha cambiato per sempre la vita di milioni di persone. Peraltro, anche il resto d’Europa sembra abbastanza spaventato da un futuro incerto: secondo la rilevazione Eurobarometro, il 29% dei cittadini è preoccupato dalla disoccupazione, il 22% dall’immigrazione, il 20% dallo stato dei sistemi sanitari e della sicurezza sociale, il 19% dal terrorismo, mentre il 40% degli intervistati ritiene che il peggio della crisi economica debba ancora arrivare.
Se questa è la situazione attuale, la domanda cruciale alla quale dobbiamo rispondere riguarda il tipo di futuro che vogliamo costruire per rispondere alle preoccupazioni odierne e a quelle di domani, nonché la scelta della giusta combinazione di “soluzioni” immediate e di “visioni” per il futuro in grado di realizzare il cambiamento richiesto dai cittadini e necessario per assicurare a tutti un benessere sostenibile. Per rispondere è indispensabile, in primo luogo, dichiarare apertamente in quale dei paradigmi elencati nel precedente capitolo crediamo. Se, cioè, crediamo in un paradigma nel quale un po’ più di risorse economiche in tasca alle persone e alle imprese (magari elargite aumentando il deficit e il debito pubblico) sia in grado di far ripartire un processo di sviluppo economico analogo a quello del (non recente) passato; o se riteniamo che tale modello abbia sostanzialmente esaurito la sua capacità di assicurare l’aumento del benessere delle persone e risolvere le disuguaglianze tra ricchi e poveri, tra uomini e donne o tra Nord e Sud del nostro Paese.
Personalmente, credo sia onesto dire che il vecchio modello non funziona più, senza per questo dover essere immediatamente classificato tra i fautori della “decrescita felice”, come alcuni amano fare, anche nel dibattito pubblico italiano. Per sostenere la correttezza della mia posizione si potrebbero invocare le analisi di tanti economisti e di tante istituzioni certamente non riconducibili né a posizioni politiche “disfattiste” rispetto al sistema dell’economia di mercato, né a posizioni ideologiche contrarie alla crescita economica come fattore di benessere del genere umano. Ad esempio, l’Ocse e il Fondo Monetario Internazionale parlano ormai chiaramente del rischio di una “stagnazione secolare” fatta di una graduale riduzione dei tassi di crescita nei Paesi emergenti e in via di sviluppo e di bassi aumenti del Pil per quelli industrializzati (intorno al 2% in media). Inoltre, in questi ultimi si verificherebbe un significativo “disaccoppiamento” tra andamento della produttività e dell’occupazione, nel senso che la seconda non dipenderebbe più così automaticamente dalla prima (come è accaduto fino all’inizio degli anni Duemila), e un continuo aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri dovuto alla continua compressione dei salari da parte delle imprese, impegnate ad aumentare la loro competitività di prezzo nei confronti delle economie emergenti.
È del tutto evidente che una crescita annuale del Pil del 2%, in presenza della nuova rivoluzione industriale basata su una massiccia introduzione dell’automazione nei processi produttivi non solo di tipo manifatturiero, non sarebbe in grado di assorbire la disoccupazione e la povertà già presente in Italia e in Europa, figuriamoci quella conseguente a un aumento della popolazione derivante dall’immigrazione. Analogamente, come indicato dall’Ocse, concentrarsi sull’aumento di competitività solo attraverso una riduzione del costo del lavoro, che rappresenta circa il 20% dei costi delle imprese manifatturiere, comporterebbe una contrazione del potere d’acquisto dei consumatori che impedirebbe il formarsi di una domanda sufficiente ad acquistare i beni e i servizi prodotti, con conseguente blocco del circuito del reddito su cui si basa il modello economico standard.
Ora, mi rendo perfettamente conto che non si vincono le campagne elettorali spaventando gli elettori con scenari catastrofici senza indicare possibili soluzioni, ma credo sia altrettanto evidente che vincere una campagna elettorale con promesse mirabolanti basate sul “vecchio paradigma” (come quelle che sono già state avanzate da molti leader politici italiani) non seguite da un significativo e duraturo miglioramento della condizione di vita dei cittadini renderebbe estremamente difficile non solo la rielezione, ma la stessa “tenuta” delle società democratiche: infatti, la sfiducia nelle istituzioni e in chiunque abbia governato in passato, a tutto beneficio di “facce” o “storie” nuove, comprese quelle basate su messaggi cosiddetti “populisti” o “antisistema”, non farebbe che aumentare, con significativi rischi per l’assetto faticosamente costruito in Europa negli ultimi sessant’anni. Se il processo appena descritto è già in atto in Italia, dove la forte diffidenza verso la classe politica è sotto gli occhi di tutti, lo stesso fenomeno si sta verificando in molti altri Paesi europei (Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Austria, Olanda) e anche l’elezione di Donald Trump può essere interpretata, almeno in termini generali, in questa chiave, segnalando come anche il quarto pilastro dello sviluppo sostenibile, cioè quello istituzionale, sia altrettanto “a rischio” degli altri tre.
D’altra parte, le analisi dei sistemi politici basate sulle neuroscienze ci dicono che non si vincono le elezioni semplicemente parlando alla parte “razionale” degli elettori. Come ha scritto Drew Westen, poiché “non prestiamo attenzione ad argomenti che non suscitano in noi interesse, entusiasmo, paura, rabbia o disprezzo... più un messaggio è puramente razionale, meno è probabile che attivi i circuiti emotivi che presiedono al comportamento di voto”. Di conseguenza, il suo messaggio ai politici è estremamente chiaro: “se volete conquistare il cuore e la mente degli elettori dovete partire dal cuore, perché altrimenti questi ultimi non proveranno grande interesse per il contenuto della vostra mente”. In altri termini, secondo Westen un politico ha la “scelta tra battersi per occupare quei pochi millimetri di terreno cerebrale che elaborano i dati, le cifre e i programmi politici o può rivolgere la campagna al più vasto elettorato neurale, reclutando delegati in tutto il cervello e puntando su stati emotivi diversi concepiti per esercitare il massimo richiamo”.
Supponiamo, dunque, che una forza politica volesse immaginare una piattaforma per il futuro dell’Italia in grado di affrontare le paure delle persone, ma anche di stimolare entusiasmo e voglia di contribuire alla costruzione di un futuro migliore, una piattaforma fatta di obiettivi ambiziosi ma possibili, basata su solide analisi della realtà e dei punti di forza e di debolezza del nostro Paese e dei suoi cittadini. Sarebbe lo sviluppo sostenibile un quadro concettuale solido e utile, dal quale trarre ispirazione per costruire una tale piattaforma? La mia risposta è decisamente affermativa. Anche se mi rendo conto delle difficoltà derivanti da una tale scelta (compreso il fatto che, nell’immaginario collettivo, il termine “sviluppo sostenibile” viene ridotto ad una questione ambientale), non vedo alternative altrettanto convincenti, soprattutto se si volesse cercare di mobilitare le giovani generazioni. I giovani, infatti, mostrano non solo una maggiore consapevolezza dei problemi derivanti dalla situazione ambientale e sociale rispetto alle classi di età più anziane, ma pure una maggiore propensione alla transizione ad un nuovo modello di sviluppo.
Supponendo, allora, di voler assumere questo approcci...