Storia linguistica dell'Italia unita
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Tullio De Mauro

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Storia linguistica dell'Italia unita

Tullio De Mauro

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Pubblicata nel 1963, questa Storia presentava l'uso della lingua nella poesia e nella prosa letteraria e i singoli fenomeni linguistici come parti dell'evoluzione complessiva del linguaggio dell'intera popolazione: la persistenza e dominanza dei molti dialetti, la lenta conquista collettiva della conoscenza e dell'uso parlato della lingua, il declino dell'aulicità. E quest'evoluzione a sua volta era studiata in rapporto con le grandi tendenze della società italiana postunitaria: il decrescente, ma sempre persistente analfabetismo, la faticosa e lenta scolarizzazione, l'emigrazione, la prima industrializzazione, le migrazioni interne e l'urbanizzazione, la diffusione della stampa, le scarse letture, la nascita e l'incidenza di cinema, radio, televisione. Le tecniche dell'analisi linguistica strutturale e le statistiche erano messe a servizio della storia. Era un «guardare in faccia» (Gramsci) la realtà italiana, linguistica e non solo. Non tutti gradirono, allora. Ma è stata ritenuta uno strumento di qualche utilità se poi è stata riedita e ristampata ogni due, tre anni, attraversando le nostre collane fino a quest'edizione per i 150 anni dell'Unità.

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Documenti e questioni marginali

1. Lingua e nazione: prime tracce in Oriente

Già nel Vicino e Medio Oriente antico è dato ritrovare tracce dell’idea di unità tra lingua e nazione. Ciò è anzitutto possibile analizzando la narrazione biblica sulla divisione babelica dei popoli; per il narratore biblico il segno dell’unità di cui avevano fruito i discendenti di Adamo fino al loro arrivo nella pianura di Sennaar era essenzialmente d’ordine, linguistico («erat autem terra labii unius et sermonum eorumdem», Gen. XI 1), e la dispersione dei popoli, conseguente al tentativo di costruire la torre «cuius culmen pertingat ad caelum», è essenzialmente realizzata attraverso la maledizione delle lingue, cioè attraverso il moltiplicarsi degli idiomi «ut non audiat unusquisque vocem proximi sui» (XI 8): «atque ita», aggiunge la narrazione, «divisit eos Dominus ex illo loco in universas terras». Sui complessi problemi interpretativi del passo biblico, cfr., da ultimo, Borst Turmbau I 114 sgg.: non è improbabile che nello strutturarsi della saga abbia avuto parte cospicua il collegamento, attraverso un’etimologia popolare, del nome accadico della città, bab-ili «porta di Dio», con la radice ebraica bll «confondere» (B. Meisler EI s. v. Babel). Non è questo l’unico luogo biblico in cui il criterio linguistico funga da discriminante della nazionalità; un altro è la storia di Jefte (Iud. XII 4-6) che distingueva gli Efraimiti dai Galaaditi osservando il loro diverso comportamento verbale: sulla base di tali osservazioni Jefte lasciava andare i Galaaditi e sgozzava gli Efraimiti. Meno drammatici e cruenti, almeno per quanto è possibile saperne, ma non meno rilevanti sono altri riflessi mediorientali dell’idea di unità di lingua e nazione. Si tratta di riflessi lessicali, che attestano come quell’idea fosse patrimonio comune del sapere collettivo di quelle popolazioni. Il primo fatto lessicale da considerare è la presenza in sumerico, semitico babilonese, antico indiano e greco di un vocabolo a raddoppiamento, barbar- in sumerico, dotato di un duplice significato a seconda dei contesti: «straniero» e «balbuziente»; la coesistenza dei due significati è prova che per quelle popolazioni l’omogeneità etnica era comunemente stabilita sulla base dell’omogeneità linguistica, della capacità, cioè, di ben parlare una determinata lingua. Oltre sumerico barbar-, cfr. altresì l’accadico barbaru-, ant. ind. barbarah (sing.) «balbuziente», barbarāh (plur.) «i non arii, gli stranieri», gr. βάρβαρoς; «straniero», βαρβαρόφωoνς «che parla una lingua straniera» (Hom. Il. II 867). Il centro di diffusione della parola è stato prob. l’area sumerico-babilonese (Weidner 303, Specht, Urheimat 11, Frisk s. v. βάρβαρoς): ciò è stato contestato, parendo improbabile che proprio una parola del genere fosse mutuata da altri popoli (Thiemf Heimat 586; L. Lombardo, «Rendiconti Ist. Lombardo Sc. e Lett.», 91, 1957, p. 251, Mayrhofer s. v. barbarah1); «nonché in piena età storica i latini mutuarono la parola dai greci, come poi i «barbari» germani la mutuarono dai latini. Secondo Weidner, loc. cit., il valore primario della parola sarebbe «straniero» e secondario sarebbe lo sviluppo semantico «mal parlante, balbuziente»; ma il raccostamento ad altre analoghe formazioni popolari (lat. balbus) rende comparativamente più prob. l’ipotesi che il valore primitivo fondamentale sia proprio quello di «balbus, balbuziente» (cfr. Specht, Frisk, Mayrhofer, locc. citt., e Boisacq s. v. βάρβαρoς). L’alloglossia è cioè considerata come una aglossia o, almeno, cacoglossia: un analogo atteggiamento mentale è alla base del proverbiale paragone greco fra l’incomprensibile stridio delle rondini e le lingue dei βάρβαρoι attestato in Aesc. Ag. 1050, donde la denominazione metaforica dello straniero come χελιδών «rondine», in Ion Trag. 33 (per la caratterizzazione dei «barbari» come animali, mentre solo i greci erano veramente uomini, cfr. J. Jüthner, Hellenen und Barbaren, Lipsia 1923, pp. 7 no. 30, 128); sempre per il medesimo atteggiamento si vedano le denominazioni semanticamente analoghe esistenti in turco, slavo ecc. rammentate da Schwyzer I 78 no. 5: cfr. anche Werner Barbarus, Borst Turmbau I 18 sgg. Il secondo fatto lessicale è la duplicità di significato di termini come l’accadico liani «lingue» che, nelle iscrizioni achemenidi, vale anche «nazioni»: cfr. Mazzarino Fine 173 no. 1.

2. Lingua e nazione: tradizione greca e latina

Per la Grecia vanno tenuti anzitutto presenti alcuni riflessi lessicali della nozione di unità di lingua e nazione: per βάρβαρoς, v. supra; altri usi linguistici: sinonimia di ἀλλόφυλος; ed ἑτερόγλωττος (Polyb. XXIV 9,5); uso di ἀλλόγλωσσος per «straniero» (Herodot. II 54: cfr. anche Stephanus s. v.); nella sinonimia di γλῶσσα ed ἔϑνος (Sept. Iud. III, 8) e da vedere la trasposizione della sinonimia presente nel testo ebraico? Cfr. comunque una analoga sinonimia in italiano antico in VAC s. v. lingua, n. 15. Una utile testimonianza è anche il passo omerico sul sincretismo etnico cretese comprovato mercé il richiamo alla pluralità di lingue: Od. XIX 172-177. In generale, oltre Beloch Griech. Geschichte IV, 1,2 sgg., cfr. Mazzarino Fine 173: «ethnos...’ nazione’ [fu] un concetto che nel mondo antico fu sempre connesso, più o meno, con quello di lingua». In Grecia si ha la prima nitida ed esplicita teorizzazione della parte essenziale che tocca all’unità linguistica nel costituirsi dell’unità nazionale: essa risale ad Erodoto che, sul finire del libro VIII delle Storie, racconta come, nel momento più drammatico delle guerre persiane, gli Spartani avessero avuto il timore di vedersi traditi e abbandonati dagli Ateniesi attirati dalle profferte degli ambasciatori del re persiano; gli Ateniesi, dopo aver respinto le offerte di pace, risposero agli Spartani che mai avrebbero potuto tradire l’Ellade, sia perché impegnati a vendicare la distruzione dei templi, sia a causa di τὸ Ἑλληνικόν, «la ellenicità», «che è», spiega Erodoto, «identità di sangue e di lingua» (ἐòν ὅμαιμόν τε καὶ ὁμόγλωσσον: VIII 144,2). La identità di lingua come condizione della identità nazionale fu un concetto più volte adoperato dagli storici antichi a proposito della nazione macedone (Polyb. IX 37, Liv. XXXI 29). Ma nel mondo antico, come Cic...

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