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A chi spetta una buona vita?
Informazioni su questo libro
In occasione del Premio Adorno 2012, Judith Butler affronta l'interrogativo morale "è possibile vivere una vita buona in una vita cattiva?" e denuncia il modo in cui le forme del potere contemporaneo organizzano le vite umane, assegnando loro un valore variabile e istituzionalizzando le disuguaglianze. Cosa significa aspirare a una vita buona quando si vive nella vulnerabilità di una vita cattiva, come quella che il sistema neoliberista o la violenza israeliana di Stato può imporre?
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Informazioni
Argomento
Politics & International RelationsCategoria
Political FreedomVita buona e vita cattiva
C’è un interrogativo sul quale ritorno costantemente e che continua a manifestarmisi con insistenza, un interrogativo posto da Adorno in alcuni suoi testi, che ancora oggi mantiene per tutti noi una grande attualità. Non esiste una risposta facile, né tanto meno una scappatoia comoda dall’istanza che esso fa pesare su di noi. In Minima Moralia, Adorno ha affermato: “Non si dà vita vera nella falsa”1 (“Es gibt kein richtiges Leben im falschen”). Questa constatazione non lo ha spinto a escludere la possibilità di una morale. Oggi ci troviamo di fronte alla seguente domanda: come condurre una vita buona in una vita cattiva? Adorno ha sottolineato la difficoltà di trovare un modo per perseguire una vita buona per se stessi, in quanto
se stessi, nel contesto di un mondo piú vasto strutturato dalla disuguaglianza, dallo sfruttamento e da diverse forme di cancellazione.
se stessi, nel contesto di un mondo piú vasto strutturato dalla disuguaglianza, dallo sfruttamento e da diverse forme di cancellazione.
Questo, quanto meno, è il punto di partenza dal quale vorrei riformulare la domanda di Adorno e, mentre lo faccio, sono pienamente cosciente di come essa assuma forme diverse a seconda dei periodi storici in cui viene enunciata. Quindi, fin dall’inizio della riflessione ci troviamo di fronte a due problemi: il primo consiste nel chiedersi come si può vivere bene la propria vita, in modo da poter affermare di vivere una vita buona in un mondo in cui la vita buona è strutturalmente e sistematicamente inaccessibile a molte persone. Il secondo consiste nell’individuare quale forma oggi possa assumere la questione per noi; detto altrimenti, comprendere come il periodo storico in cui viviamo condizioni e pervada la forma stessa della questione.
Prima di proseguire, occorre riflettere sui termini che utilizziamo. Infatti, “la vita buona” è un’espressione controversa, poiché esistono numerose e differenti concezioni di ciò che potrebbe essere “la vita buona” (das richtige Leben: “la vera vita”). Molti la identificano con il benessere economico, la prosperità o addirittura con la sicurezza, ma sappiamo che sia il benessere economico sia la sicurezza possono essere conseguiti anche da chi non vive una vita buona. Come risulta particolarmente chiaro quando coloro che sostengono di vivere una vita buona lo fanno approfittando del lavoro degli altri, o facendo affidamento su un sistema economico che consolida le disuguaglianze. Dunque, “la vita buona” dev’essere definita in maniera piú ampia, in modo tale da non presupporre o implicare la disuguaglianza, e da riconciliarla con altri valori normativi. Riferirci al linguaggio comune per capire che cos’è “la vita buona” ci confonderebbe, visto che l’espressione è ormai diventata un vettore di modelli di valore in competizione tra loro.
Potremmo infatti concludere abbastanza rapidamente che, da un lato, l’espressione “la vita buona” appartiene a una formulazione
aristotelica superata e legata a forme individualistiche di condotta morale; oppure, dall’altro, potremmo concludere che l’espressione è stata troppo contaminata dal discorso commerciale per poter essere utile a coloro che vogliono pensare alla relazione tra moralità, o etica in senso lato, e teoria economico-sociale.
aristotelica superata e legata a forme individualistiche di condotta morale; oppure, dall’altro, potremmo concludere che l’espressione è stata troppo contaminata dal discorso commerciale per poter essere utile a coloro che vogliono pensare alla relazione tra moralità, o etica in senso lato, e teoria economico-sociale.
Quando Adorno si chiede se sia possibile condurre una vita buona in una vita cattiva, si sta interrogando sulla relazione tra condotta morale e condizioni sociali ma anche, in senso piú ampio, sulla relazione tra moralità e teoria sociale; in effetti, si sta chiedendo in che modo le operazioni di potere e dominazione penetrino – o sconvolgano – le nostre riflessioni individuali sulla forma di vita migliore. Nelle sue lezioni intitolate Problemi di filosofia morale, Adorno scrive:
La condotta etica, o la condotta morale e immorale, è sempre un fenomeno sociale – in altre parole, essa rende completamente inutile parlare della condotta etica e morale a prescindere dalle relazioni tra esseri umani. Un individuo che esiste esclusivamente per se stesso non è altro che una vuota astrazione2.
O ancora: “Le categorie sociali sono al cuore della filosofia morale”. Oppure, nella frase finale delle lezioni:
Tutto ciò che possiamo chiamare morale si mescola oggi alla questione dell’organizzazione del mondo […] potremmo addirittura dire che la ricerca della vita buona corrisponde alla ricerca della giusta forma della politica, se davvero una giusta forma della politica risiedesse nella sfera di ciò che può essere raggiunto oggi3.
Perciò, ha senso chiederci: quale configurazione sociale della “vita” aderisce alla domanda su come vivere nel modo migliore? A quanto pare, se mi chiedo come vivere nel modo migliore, o come condurre una vita buona, non mi riferisco semplicemente alle idee su cosa è buono, ma anche su che cosa significa vivere e su che cos’è la vita. Per chiedermi quale tipo di vita condurre, devo avere un senso della mia vita, ed essa deve sembrarmi qualcosa che posso condurre, non semplicemente qualcosa che mi guida. Tuttavia, risulta chiaro che non posso “condurre” tutti gli aspetti dell’organismo vivente che io sono. Ma devo ugualmente chiedermi: come posso condurre la mia vita? Come si fa a condurre una vita quando non tutti i processi vitali che costituiscono la vita possono essere controllati, o quando solo certi aspetti di una vita possono essere diretti e formati in modo cosciente e deliberato, mentre altri di sicuro no?
Biopolitica: vite senza lutto
Cosí, se la domanda “come posso condurre una vita buona?” costituisce uno dei temi di base della moralità, se non la sua questione fondamentale, sembrerebbe che la moralità sia legata, fin dal principio, alla biopolitica. Con il termine biopolitica intendo riferirmi a quei poteri che organizzano la vita, inclusi quelli che dispongono in maniera differenziale le vite alla precarietà nell’ambito dell’amministrazione delle popolazioni, attraverso strumenti governativi e non governativi, stabilendo un insieme di misure per la valutazione differenziale della vita stessa. Chiedendomi come condurre la mia vita sto già avendo a che fare con queste forme di potere. La domanda piú individuale che concerne la moralità – come vivo questa vita che è mia? – è connessa a questioni biopolitiche concentrate nelle seguenti forme: quali vite sono importanti? Quali vite non sono importanti in quanto vite, non sono riconoscibili come viventi, o lo sono soltanto in maniera ambigua? Tali domande presuppongono che non si possa dare per scontato che tutti gli esseri umani viventi abbiano lo status di soggetti degni di diritti, protezione, libertà e senso di appartenenza politica; al contrario, questo status va garantito attraverso mezzi politici e, quando viene negato, la deprivazione va resa manifesta. Uno dei miei suggerimenti è che, al fine di comprendere la modalità differenziale con cui questo status è assegnato, ci si debba chiedere: quali vite sono degne di lutto e quali non lo sono? L’amministrazione biopolitica delle vite indegne di lutto risulta cruciale per affrontare gli interrogativi “come conduco questa mia vita?” e “come vivo questa mia vita dentro la vita e le condizioni di vita che ci strutturano oggi?”. La domanda fondamentale è la seguente: quali vite sono già considerate non-vite, o solo parzialmente viventi, o già morte e perdute, ancora prima di qualsiasi esplicita distruzione o abbandono?
Ovviamente, la questione diventa piú acuta per chiunque percepisca se stesso o se stessa come un essere umano dispensabile che registra, a livello affettivo e corporeo, che la sua vita non è degna di cura, protezione e valore. Questo genere di persona capisce che la perdita della sua vita non verrà accompagnata da un lutto, e vive attivame...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Nota dell'editore
- Frontespizio
- Indice
- Nota introduttiva
- Vita buona e vita cattiva
- Note
- Sostengo un ebraismo non associato alla violenza di Stato
- Note
- Colophon
- Catalogo e-book